Emozioni al lavoro? Una risorsa per le organizzazioni, per dare speranza ai servizi alla persona.
Le emozioni sommerse: inutile negarle
Se qualcuno pensa che nelle nostre organizzazioni le emozioni siano fuori gioco si sbaglia di grosso. Le emozioni attraversano i contesti operativi, li determinano e li condizionano. Ma non siamo disposti a riconoscerne l’importanza e a dedicare loro la giusta attenzione. Si accetta l’idea che nella relazione di cura vi sia affettività, ma, diciamoci la verità, questo fatto non interessa nessuno, queste emozioni, lo “stare affettivo” di cui parlano psicologi, oss e infermieri non è rilevante da un punto di vista clinico, e ancor meno da un punto di vista organizzativo. Ed è proprio a questo livello che si compiono le maggiori negazioni: la razionalità organizzativa non ammette emozioni, ma non c’è corridoio delle nostre strutture, spogliatoio, pausa caffè in cui non si compiano sfoghi, lamentele, con cui diamo voce a sentimenti ed emozioni, spesso negativi. L’immagine dell’iceberg con cui spesso si rappresenta un sistema organizzativo esprime bene questa realtà: la parte in superficie, ciò che si vede, è piccola, ha dimensioni valutabili, non fa paura. Ma l’iceberg è infido per la sua parte sommersa, la parte più grande, che non si vede, ma costituisce il vero pericolo per una nave che passa nelle sue vicinanze. E sappiamo bene che fine ha fatto il Titanic …
Anche nei luoghi di cura dove lavorano gruppi complessi di operatori, di diversa provenienza professionale, gestiti da manager di varia estrazione, economica, tecnica, umanistica, sanitaria, c’è un grande sommerso che agisce e influisce sul clima ambientale, sulla qualità delle relazioni, sulla vivacità della motivazione, sulla passione e sulla moralità di ciò che compiamo.
Il valore conoscitivo e trasformativo delle emozioni
Vogliamo allora considerare questa realtà e darle un senso?
Abbiamo bisogno di tanti saperi, di tanti strumenti, riscontri, confronti e dati per poter lavorare bene nei servizi sociosanitari. Questo ormai è acquisito, siamo nell’era delle evidenze e non intendiamo metterlo in discussione. Ma mi domando perché se riconosciamo valore a questi elementi, non siamo disposti a riconoscere importanza alla possibilità di costruire contesti positivi, in cui vi sia voglia, desiderio e impegno per costruire relazioni positive, positive perché buone, in quanto sviluppano valori nelle interazioni interprofessionale e interpersonali e positive in quanto generano qualcosa che ha a che fare con il bene, e non solo con lo scientificamente fondato e con il matematicamente esatto?
In altre parole ci emozioniamo solo per rilevare problemi e criticità, e non ne teniamo conto, sbagliando. Queste emozioni “negative” veicolano invece una conoscenza che può essere molto utile indagare: c’è dietro un giudizio o solo una sensazione di malessere. Quindi non sottovalutiamo questo sentire, assumiamolo e cerchiamo di decifrarlo, ma soprattutto utilizziamone la forza orientandola in senso costruttivo. Scopriremmo una quantità di energia che normalmente viene sprecata, perché dispersa o mal utilizzata. Perché non proviamo ad emozionarci per un progetto sensato, che possa risignificare il nostro lavoro, le fatiche di chi cura e il disagio di chi è curato, verso uno stare bene? Forse manca una visione di questo stare bene. Questo significa che vi è un deficit di progettualità e un vuoto di cultura nelle nostre aziende?
La pienezza del lavoro di cura
Ho sempre pensato che chi lavora nei luoghi della cura è fortunato, perché ha la possibilità di svolgere un lavoro completo: radicato in una tecnica (quella di ogni specifico mestiere, quella che ci fa essere dei professionisti, cioè persone che “promettono” al mondo di saper fare un certo mestiere) e impregnato di valore umano. Ogni impresa, anche quella più tecnologica, ha un’impronta umana, ma certamente un lavoro che si compie esclusivamente attraverso una relazione che ha come fine quello di aiutare nella vita persone fragili, compromesse, ammalate e sofferenti non ha pari. E’ un’opera di civiltà, si dice e in questo sta la sua dimensione sociale.
… persa nell’autoreferenzialità
Allora sembra un paradosso che in molte realtà segnate da questa fortuna, si possa stare male, come operatori e come utenti. Sembra impossibile che molti operatori sociali lavorino privati di questa prospettiva, stressati, arrabbiati, demotivati, impersonali esecutori di prestazioni, a cui si chiede di lavorare con distacco, di operare in sicurezza, senza cogliere quanto ciò oltre ad essere alienante per l’operatore, possa essere spersonalizzante per l’utente. Ho l’impressione che stia prevalendo un professionalismo autoreferenziale, un riduzionismo organizzativo, anagrafico, diagnostico, un formalismo burocratico che senza che ce ne accorgiamo sta svuotando del significato sociale i luoghi, i gesti e le relazioni di cura. Impoverire le condizioni di vita agli utenti dei nostri servizi, invocando motivi di sicurezza, ragioni organizzative, criteri economici, significa esercitare un sopruso sulla persona, strumentalizzarla, piegandola a regole che non ha scelto, e che non hanno a che fare con il suo progetto di vita, certo con grande soddisfazione del manager e buona pace dell’operatore. Abituarsi a questo sistema è rischioso, perché genera esclusione sociale.
I rischi sono:
la spersonalizzazione dell’assistenza, nonostante l’enfasi sui PAI, a causa della prevalenza dell’aspetto tecnico e della standardizzazione, della carenza/assenza di progetti di vita, compreso il morire. Si producono PAI prestazionali (anche la spiritualità è ridotta a prestazione!);
la banalizzazione della personalizzazione per insensibilità individuale e organizzativa, carenza di rispetto, diffusione di stereotipi, indifferenziazione o differenziazione per classificazioni e conseguente sottovalutazione della soggettività;
la parcellizzazione degli interventi, piuttosto che l’integrazione, la globalità, la multidimensionalità a causa del tecnicismo diffuso.
Rivisitare i saperi professionali: verso la contaminazione degli opposti
“Nelle professioni di cura ci troviamo di fronte a un sapere complesso, chiamato a vivere dentro una tensione che porta a ricercare continuamente il sottile filo dell’equilibrio tra polarità tradizionalmente contrapposte: la casa e l’esterno, la teoria e la pratica, la ragione e il sentire, il sapere strutturato e il sapere ‘quotidiano’, l’informalità e l’asetticità. I contesti di cura e gli operatori che ogni giorno li costruiscono possono faticosamente incarnare questa compresenza di opposti apparentemente inconciliabili, oppure scegliere di aderire a uno solo dei corni del dilemma, adottando una postura percepita come “scientifica, rigorosa, razionale” o al contrario ideologicamente ripiegata su un supposto codice “materno”, che vedrebbe la professione di cura come lavoro puramente intuitivo, spontaneo, niente più che un prolungamento delle relazioni familiari primarie. Gli studi sulle professioni di cura mettono in luce la necessità, invece, di rivisitare il sapere professionale della cura non per semplificarlo privandolo delle sue dimensioni costitutive, ma per arricchirlo attraverso una rinnovata attenzione ai contesti, alla relazione con utenti, famiglie, luoghi di vita, al gruppo di lavoro …(1)”
Smascheriamo i paradigmi perfetti
Con la consueta intensità Antonio Censi ribadisce l’urgenza di ripensare i nostri contesti perché stanno ricomparendo problemi che sembravano superati, appartenere a un tempo passato. Fanno rabbrividire le parole di Primo Levi: “Ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre”. Parlando di non autosufficienza e di anziani, Censi smaschera il paradigma di tipo bio-economicistico che permea la programmazione dei servizi e l’approccio organizzativo-professionale diffuso. La non autosufficienza dopo essere stata categorizzata come fenomeno, oggi rischia la stigmatizzazione con la conseguente svalutazione della vecchiaia. Scrive Censi: “l’affermarsi di questo paradigma segna un cambiamento di orientamento nelle politiche per la vecchiaia spostando l’attenzione da una visione volta a rispondere alla globalità dei bisogni espressi dalle persone anziane non autosufficienti a una che si limita a fronteggiare i problemi medico assistenziali creati dalle loro condizioni di salute all’interno della famiglia e della società” (2)
Per coltivare speranze di bene
Vogliamo avere, nonostante tutto, un atteggiamento costruttivo, perché chi opera nei servizi, a maggior ragione se esercita una responsabilità, ha il compito di coltivare speranze e di non perdere di vista i fini, anche se gli scopi possono essere ridefiniti con il passare del tempo e il mutare delle condizioni. Ed ecco che ritorna l’imperativo di mettere insieme i saperi, di contrastare i riduzionismi e di far dialogare economia e scienze sociali, ragioni ed emozioni, medicina ed esistenza, perché se ragioniamo per dilemmi non veniamo fuori dal problema. Andiamo alle cose concrete, andiamo anzitutto alle persone. E non è un caso che in questo riandare al concreto, ritorniamo anche alla dimensione personale dell’operatore e delle organizzazioni che possono, gli uni e gli altri, ritrovare la loro fortuna, o meglio, la loro identità, intrinsecamente etica e potenzialmente generativa.
Allenare lo sguardo a comprendere
Lo sguardo antropologico che fa riconoscere la persona non si volge solo all’anziano non autosufficiente, ma anche al collega, a tutte quelle persone che incarnano ruoli nella relazione di aiuto e nelle interazioni organizzative. Il modello fortemente improntato alla interdisciplinarietà e alla interprofessionalità ha una grande valenza umanistica. Mi piace riprendere un altro passaggio della riflessione di Censi, perché le sue parole sono pregnanti: andando oltre la logica dell’aut aut, che ci indurrebbe a escludere, Censi ci richiama a un pluralismo di saperi, a un modello, cioè, che sappia far convivere i diversi saperi.
“L’obiettivo è duplice: da un lato assicurare alla persona anziana le cure e l’assistenza più rispondenti alle sue condizioni di salute, dall’altro ricercare le condizioni che possano soddisfare l’aspettativa di continuare a essere considerata la persona che è sempre stata. Se la conquista dell’umanità di ciascuno di noi è avvenuta nelle relazioni e grazie alle relazioni con gli altri, quando questa umanità viene messa in discussione dal decadimento fisico e dalla malattia è solo in ambienti ad alta sensibilità relazionale che può essere tutelata”.
Radicarsi in una cultura umanistica
In questi ultimi anni la mia esperienza professionale si è giocata soprattutto nell’ambito delle cure palliative, nella progettazione e nella conduzione di un hospice. Il lavoro qui ha un profondo radicamento umanistico e culturale, perché fine della cura rivolta a chi si trova in una fase avanzata di malattia è l’accoglienza incondizionata, il riconoscimento della rilevanza esistenziale del momento che sta vivendo, contrassegnato dalla inguaribilità e dalla prossimità alla morte. Il sincretismo dei saperi su cui abbiamo costruito l’hospice, processo mai compiuto, che richiede pazienza, vigilanza e intervento, è ciò che rende possibile dare corpo, giorno per giorno, al rispetto per la dignità umana. Ciò ha delle ricadute significative anche sull’équipe, che riflette su di sé la stessa dignità: da persona a persona, vi è il riconoscimento di cui abbiamo bisogno, sia che ci troviamo dalla parte dei curati, sia che ci troviamo dalla parte di chi cura.
Alla ricerca di nuove (o vecchie) connessioni
Ritorniamo al nostro esordio: siamo partiti prendendo di mira le organizzazioni e rilevando la loro miopia nel non voler riconoscere l’incidenza, spesso problematica, delle emozioni, dei sentimenti, insomma di tutta quella parte informale e sommersa che dà colore ai nostri ambienti. Quando le organizzazioni si pensano e si muovono come macchine burocratiche e amministrative, o come sistemi ingegneristici sofisticati perfettamente controllabili e misurabili, in cui si scambia l’informatizzazione con la comunicazione, il protocollo con la collaborazione, la prestazione con il progetto di vita, il risultato sono operatori senz’anima e utenti spersonalizzati. Se è vero che tutti abbiamo bisogno di riconoscimento, vale la pena riconsiderare i nostri contesti e le dinamiche che li muovono, non solo quelle definite a tavolino e trascritte in un manuale, ma anche quelle implicite, non dette, ma agite, per trasformarle creativamente in risorse. Sentire l’appartenenza a un progetto sociale, interiorizzarne le ragioni, chiamarsi dentro una relazione di rispetto, realizzare la professionalità nella intersoggettività di un gruppo di lavoro, mettere in circolazione un pensiero critico, avere sempre domande, e non chiedere sempre e solo risposte preconfezionate, sono piste da percorrere per non tradire quella connotazione “sociale” di cui si fregia il nostro lavoro.
Ci vengono in aiuto le parole di Franca Olivetti Manoukian, tratte da un recente articolo sul tema della formazione per lavorare nel sociale:
“L’azione sociale non può che essere rivolta alle relazioni entro cui le difficoltà sono vissute da un singolo soggetto e da chi gli sta intorno ed è necessario che da parte di diversi interlocutori se ne veda la positività o almeno la plausibilità: ovvero che si riescano ad allentare gli a priori che condizionano la visione e anche ad aprire almeno un po’ lo sguardo per collegare il micro al macro, la cosiddetta concretezza dei problemi (che è confusa con la semplificazione) a delle ipotesi teoriche che consentano di collocarli. Gli operatori sociali, considerati tali entro una definizione stretta o ampia, avrebbero allora un’importante, difficile ma anche entusiasmante lavoro da svolgere: un lavoro sulle idee, per le idee, con le idee, per lavorare idee che riescano a intercettare fenomeni collegati alle diverse manifestazioni di disagio”. (3)
E tutto ciò non deve avvenire nelle aule delle università o nei convegni, ma nel tempo del lavoro, nello spazio delle organizzazioni. Forse dobbiamo vederci più come “costruttori di relazioni” ed esperti di umanità che non “manager della cura”. Allora colleghiamoci, colleghiamo ragione e sentimento, economia ed etica, medicina e filosofia, teoria e pratica, servizi e comunità ma soprattutto medici e infermieri, curati e curanti, economisti e operatori sociali, operatori sociali e utenti, per rendere com-possibili i diversi saperi e farli convivere, andando oltre il paradigma a senso unico, sia esso bio-tecnico-economicistico o umanistico.
Itala Orlando
Resp. Area cure palliative e disabilità - Asp Azalea
italaorlando@libero.it
NOTE
(1) Chiara Sità in "Il sapere dei sentimenti. Fenomenologisa e senso dell'esperienza" a cura di Vanna Iori, F. Angeli, Milano, 2009 pag. 121-122
(2) Antonio Censi, "Il rispetto per la biografia dell'anziano. Riorientare le politiche per gli anziani non autosufficienti" in Animazione sociale, n° 12, dicembre 2009, pag. 11-19
(3) Franca Olivetti Manoukian, "Quale formazione per lavorare nel sociale?" in Animazione sociale 239, gennaio 2010, pag. 24-33
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