Allora tornado all’acqua, potrebbe interessare a qualcuno sapere chi sta gestendo le reti idriche? Interessa che l’acqua arrivi al rubinetto pulita e batteriologicamente indenne a un costa ragionevole. Che venga, poi, evacuata con un sistema fognario efficiente e che sfocia in un depuratore efficace. Questo interessa e sarà apprezzato chi lo farà sia esso un ente pubblico o privato o una società mista. Ma, e qui è il bello, nella società mista il pubblico non deve avere un peso determinante. Il decreto dice che nelle società di nuova costituzione non deve possedere più del 60% mentre per le aziende pubbliche quotate in borsa l’ente locale si deve gradualmente ritirare fino al di sotto della soglia del 40%, cioè dovrà essere minoritario. È giusto, è giustissimo che il pubblico stia fuori dalla gestione.
I ben pensanti di destra e di sinistra non saranno d’accordo perché nelle loro abitudini “il pallino non si molla” ed è una vera iattura dovere avere un ruolo più contenuto perché a questo corrisponde una equivalente riduzione del potere. In realtà, però, non è una iattura per il servizio pubblico che potrà avvantaggiarsi a patto che siano rispettate alcune condizioni. È chiaro che l’ente o società interamente pubblica non ha dimostrato nel tempo efficienza nella gestione dei servizi, quindi va bene coinvolgere i privati. L’azienda privata ha nel suo DNA l’efficienza/efficacia ai fini del profitto. Ma non si può essere certi che abbia nel DNA lo stesso binomio finalizzato alla gestione. In realtà si sono sviluppate forme di parassitismo o di simbiosi tra imprenditoria e politica da dubitare che ci sia, in Italia, un’imprenditoria efficiente interessata ai servizi pubblici ma ci sia piuttosto una rappresentanza di imprese contagiate da una patologia diffusa e insidiosa che si manifesta con la sindrome dell’attinia che vive in simbiosi col paguro, mentre la politica locale viene spesso colpita dalla sindrome della remora che naviga, anzi si affretta a nuotare oltre le sue forze in prossimità dello squalo dei cui avanzi intende cibarsi.
Gli esempi tratti dal grande libro della natura sono evidenti e ce ne sarebbero altri, ma basta questo per rendere l’idea. Certo qualcuno ogni tanto tenta un’ibridazione. Pensa che facendo una società interamente pubblica o a maggioranza pubblica può risolvere tutti i problemi perché una SpA è un animale ben definito o meglio una famiglia di animali con tante specie, ma con una certa coerenza. Tutte le SpA nascono con l’obiettivo di guadagnare è scritto nello statuto, e scritto nella legge, quindi è scritto nel suo DNA. Orbene, ci abbiamo provato ma non è andata così, già perché la natura è strana e non è disponibile a porgere sostegno a qualunque sillogismo. Si può dire che se ogni società è a fine di lucro e si organizza con efficienza/efficacia per raggiungere lo scopo, anche una società pubblica ha lo stesso fine e la stessa organizzazione. Si, forse si può dire, allo stesso modo in cui potremmo dire che tutti i mammiferi respirano e si muovono sostenendosi e spingendosi con gli arti anteriori e posteriori. Questo è vero quindi si può concludere che anche le foche e le balene si muovono utilizzando appendici articolate poste nella parte anteriore e posteriore del corpo, ma bisogna far molta attenzione a non spingersi oltre nell’esempio per non inciampare in modo irreparabile.
La conclusione sulle analogie e sui paragoni con fatti della natura è che sperare che il servizio migliori creando una società pubblica a cui affidare i servizi in house è come pensare che una balena o una foca nella prateria si mettano a correre con l’efficienza di una gazzella! Non sarà mai vero, perché non esistono gli organi indispensabili o meglio organi ce ne sono di assimilabili ma alcuni sono preposti al movimento sulla terra altri in acqua così come le società, quella private si muovono nel mercato quelle pubbliche nel mare della politica. Elementi diversi, obiettivi diversi, organi diversi: inutile provarci abbiamo decenni di insuccessi alle spalle! Affidiamoci alla natura e ai suoi esempi: la natura non ha scrupoli a far perire che sbaglia e spinge ad evolversi chi, sia pur attraversando delle difficoltà, possiede gli strumenti per un potenziale successo. La legge del più forte è quella che favorisce chi si adatta meglio, allora, tornando ai servizi, li gestisca chi può farlo in modo efficiente ed efficace. Se proprio lo vorremo fare con uno strumento inidoneo sottrarrà molte più risorse del necessario creando all’utente un danno maggiore di quello prodotto da una caduta di qualche elemento ideologico a seguito di un affidamento a privati mediante una gara. Ovviamente la gara deve essere condotta al solo fine di selezionare il miglior fornitore possibile e deve contenere elementi per una valutazione costante nel tempo per certificare il perdurare dell’interesse pubblico nel mantenimento in vita di quel contratto di fornitura. L’ente locale, dopo aver concluso la gara con regole a sé favorevoli, deve uscire da ogni attività di gestione e specializzarsi in quelle di controllo sulla qualità e sui prezzi.Forse le stesse regole si possono validamente applicare anche nei servizi sociosanitari!!
Balene che corrono nella prateria (Parte seconda)
Riprendiamo il discorso della privatizzazione dei servizi pubblici locali per vedere se alcuni concetti sviluppati sono trasferibili anche ai servizi sociosanitari come, allusivamente, alla fine del precedente articolo si lasciava supporre.
Come nel caso più eclatante e discusso della privatizzazione del servizio idrico si deve affermare, come del resto la nuova legge dice, che, in ogni caso, la proprietà dell’acqua è pubblica, anche nel caso dei servizi sociosanitari si deve fare una simile premessa. Non c’è identità tra le due problematiche ma solo un parallelismo imperfetto, quindi non si dovrà parlare di proprietà pubblica di alcunché, ma semplicemente di competenza pubblica e responsabilità dello Stato per la corretta esecuzione dei servizi e la loro più ampia e appropriata offerta. In questo caso lo Stato, ovvero le istituzioni pubbliche, possono anche non essere proprietarie di beni o strutture che poca cambia. Il problema non è il pericolo di sottrazione di beni o della disponibilità dei beni da parte del privato quindi poco interessa. Come si diceva nell’altro articolo, non conta nulla chi è il proprietario dell’aereo su cui si vola, contano le caratteristiche del servizio. Quindi lo Stato, per onorare la sua responsabilità di offrire ai cittadini la miglior assistenza possibile, poco importa se è proprietario delle strutture e degli altri beni strumentali, ovvero se è datore di lavoro del personale ivi impiegato. Importa che i servizi siano sotto controllo da parte dello Stato affinché sia fatto il massimo possibile sotto il profilo qualitativo e quantitativo.
La legge generale che riguarda l’argomento in trattazione è la sempre citata e ancor poco applicata 328 del 2000. All’art. 1 parlando dei principi generali e delle finalità, stabilisce che la responsabilità dello Stato è quella di assicurare che esista un sistema di interventi e servizi sociali e, facendo riferimento all’art. 38 della costituzione, include anche l’assistenza privata. Del resto specificamente al comma 5 dello stesso articolo 1 riconosce che alla gestione dell’offerta provvedono soggetti pubblici, ONLUS, cooperative e anche altri soggetti privati.
All’art. 11, poi, la legge parla di autorizzazione e accreditamento che sono competenze assegnate ai comuni. L’autorizzazione deve essere rilasciata in conformità ai requisiti stabiliti dalla regione che recepisce ed eventualmente integra i requisiti minimi nazionali. L’accreditamento a sua volta, con un rimando a diversi articoli degno delle migliori leggi bizantine, deve essere rilasciato dal comune sulla base di requisiti stabiliti dalla regione e in questo caso nessuna indicazione ulteriore, ovvero le regioni faranno a modo loro. Certo, faranno a modo loro a maggior ragione dopo la legge costituzionale che ha assegnato alle regioni competenza esclusiva sul settore.
Questa massima libertà di azione non è che abbia favorito molto l’inventiva e quasi tutte le regioni che hanno deciso qualcosa sull’accreditamento lo hanno fatto seguendo sostanzialmente il principio che se per essere autorizzati bisogna avere determinati requisiti ritenuti minimi, per essere accreditati tali requisiti devono essere semplicemente incrementati. In sostanza per essere accreditati bisogna dare più qualità.
Tutte le regioni, però, e l’Emilia Romagna eccelle in questo, non hanno applicato un concetto di accreditamento che più favorisce lo sviluppo di una forma di concorrenza senza pensare che proprio la concorrenza rende più evidente e operativamente probabile il miglioramento continuo della qualità.
La regione Emilia Romagna ha avviato timidamente e in ritardo un modello di accreditamento che, se nelle tipologie di servizio a cui fa riferimento e nelle tecniche di valutazione dei requisiti, non si discosta da altre esperienze purtroppo compie un passo originale nello stabilire che l’accreditamento deve essere messo in relazione alla programmazione locale nel senso che deve essere accreditato tanto servizio quanto programmato. Sembrerebbe meglio accreditare, possibilmente e a condizione che sussistano i requisiti, più unità di servizio offerte da più gestori. Meglio in assoluto tutte le unità di servizio offerte dai gestori che posseggono i necessari requisiti lasciando all’utenza la facoltà di scelta. Perché limitare l’accreditamento ai posti necessari? Le ragioni, probabilmente sono da ricercare nella volontà di proteggere le loro creature pubbliche, ma accreditare solo il numero dei posti letto che la programmazione riconosce in una data zona è veramente il colmo. È la pura e semplice creazione di un monopolio! Che poi tale monopolio sia pubblico o privato poco importa, i monopoli sono la negazione della trasparenza e dello sviluppo. Nessuno si sforzerà mai di fare qualcosa di meglio allo stesso prezzo o uno sconto a pari qualità se è già stabilito a monte qual è l’ente gestore del servizio nella sua interezza. Se poi questo ente gestore è un ente pubblico diventa sostanzialmente intoccabile. Forse in teoria lo sarà, potrebbe perdere l’accreditamento, ma in pratica… quando mai? Cane non magia cane!
Sul dizionario della lingua italiana per accreditamento si trova la seguente definizione”Conferimento di credito, di fiducia”, dunque dare credito e fiducia a qualcuno o a un’organizzazione non significa farle un regalo e metterla in una posizione di privilegio assoluto; significa semplicemente affermare che quell’organizzazione merita fiducia. E se abbiamo dato fiducia a uno non è detto che anche altri non ne meritino altrettanta.
Sempre cercando definizioni, avvicinandosi di più al caso dei servizi, si può trovare che l’accreditamento è un’attestazione effettuata da un organo committente tesa a stabilire che un dato organismo soddisfi una serie di requisiti corrispondenti a standard predefiniti relativi sia alla struttura organizzativa e gestionale nonché ai prodotti/servizi offerti. Dunque l’accreditamento istituzionale delle strutture e dei servizi socio assistenziali, è un atto dell’istituzione pubblica che attesta il possesso da pare di una certa organizzazione dei requisiti strutturali e organizzativi necessarie sufficienti per realizzare determinate attività riconoscendole la possibilità di svolgerle in regime di totale o parziale finanziamento pubblico.
Nelle premesse di carattere generale al documento che introduce l’accreditamento dei servizi sociosanitari in Emilia Romagna si legge una frase che contiene tutto il bene e tutto il male di questo “modello” di accreditamento. “Lo strumento dell’accreditamento non è riconducibile allo schema dell’appalto di servizi e consiste invece in un provvedimento amministrativo discrezionale che l’Amministrazione competente adotta al termine di un procedimento valutativo da effettuarsi in coerenza con le decisioni adottate in sede di programmazione e alle logiche ed ai requisiti di qualità dei servizi erogati”. Il primo dato che balza all’occhio è il fatto di definire in negativo l’accreditamento: non si dice cos’è ma cosa non è. Non è un appalto di servizi. Ci mancherebbe altro, viene da dire! Se, come dicono le definizioni, l’accreditamento è un attestato di fiducia o un accertamento del possesso di requisiti, al massimo è una premessa per un contratto ma non può certo essere un contratto d’appalto né può essere una procedura per appaltare. Non è un appalto, ma è un provvedimento amministrativo adottato al termine di un percorso di valutazione. Va bene, allora, con questa precisazione si rientra nello schema concettuale dell’accreditamento. I problemi sorgono quando, nella frase successiva, si dice come il processo valutativo deve avvenire. La critica è una sottigliezza: la valutazione deve essere effettuata in coerenza con le decisioni adottate nella programmazione e ai requisiti di qualità. La programmazione locale non definisce i requisiti di qualità fissati a livello regionale, quindi, se non è riferibile alle logiche e ai requisiti di qualità, la coerenza di cui si parla sarà sul livello quantitativo e non qualitativo del bisogno. Ciò tradotto in pratica è l’affermazione che l’accreditamento è un atto discrezionale che conferisce la titolarità del servizio all’ente accreditato nella quantità totale del servizio stesso o di una parte ma che unita alle altre parti accreditate esaurisce l’intera domanda o meglio il fabbisogno programmato. Ecco dunque un’altra balena che corre nelle praterie! Si cerca un accreditamento su misura, ma si crea un nuovo atto amministrativo tipico posto a base di un contratto di servizio esclusivo e onnicomprensivo. Così facendo si perpetua uno dei difetti più gravi del sistema di produzione di servizi: l’assenza di concorrenza
Inutile dire che l’accreditamento non vale per l’eternità ma che può essere revocato o attribuito ad altre organizzazioni: questo è difficile e si farà, specie per le aziende pubbliche, solo in presenza di elementi gravi e dopo defatiganti azioni e trattative. Questa è la negazione della trasparenza e della libertà di impresa, in conclusione è una follia probabilmente originata da un rigurgito ideologico.


Si nota che alla fine del periodo considerato c’è l’incontro delle due curve che, detto in parole, da oggi al 2051 gli appartenenti alla classe di età dei lavoratori continueranno a diminuire di numero mentre gli altri continueranno ad aumentare. Si deve considerare infine anche il valore assoluto: l’incontro è a 30 milioni quindi al 2051 60 milioni di individui vivranno col valor prodotto da un gruppo costituito da 30 milioni di individui al massimo!


