sabato 12 dicembre 2009

Balene che corrono nelle prateria. Privatizzazione dei servizi idrici, ma non solo!

Da tempo immemorabile si parla di liberalizzazione dei servizi pubblici locali con un’evidente stretta connessione a svariati interessi che da sempre danno origine ad una sorta di complicità tra la politica e il potere economico. Sarebbe in realtà possibile utilizzare la riforma dei servizi pubblici locali per avviare un innovativo criterio di gestione di questi rapporti trattandosi di un terreno che si presta alla ricerca di una via corretta di perseguimento dell’interesse pubblico mediante uno strumento operativo che affonda le sue origini nella concezione economica di mercato. In realtà politici e imprenditori sono probabilmente ugualmente responsabili di un atteggiamento poco coraggioso che ha precluso, finì’ora, l’avvio di una vera riforma. Alcuni sostengono questa tesi con toni pacati, altri con atteggiamenti più forti, ma in realtà pochi affrontano a cuor leggero il problema. Non si può nascondere la testa sotto la sabbia, bisogna riconoscere che agli imprenditori non è mai piaciuto molto fare delle gare veramente competitive per servizi pubblici addossandosi l’intera gestione, perché dovevano confrontarsi tra loro e rinunciare a quelle rendite di posizione che potevano facilmente condividere con la politica locale. intendiamoci, le gare le hanno fatte ma all’interno di una formidabile rete di protezione che non consentiva sconfinamenti e che accresceva in sostanza il potere delle lobbies e la ricchezza di ogni singola azienda. Quasi sempre, quando sono state fatte gare per assegnare un intero servizio, sono state scorporate alcune cose così che, normalmente, i problemi sarebbero rimasti all’ente e i vantaggi all’azienda. Spesso ad esempio le aziende appaltatrici non si sono addossate l’onere di personale dipendente pubblico precedentemente impiegato nel servizio. Forze politiche e forze sindacali quasi sempre si sono trovate d’accordo così l’ente restava a pagare debiti e a mantenere dipendenti diventati inutili. Ma su questo troppa ideologia e troppo populismo hanno fatto i danni che è molto difficile riparare. Prendiamo l’Alitalia per esempio. A che è servita? Ad offrire un servizio ai cittadini e a far crescere l’economia italiana, d’accordo, ma anche a pagare debiti e dipendenti, o, ancor peggio, a super pagare dei super manager il cui obiettivo era mantenere l’equilibrio politico più che il bene dell’azienda. Certo, con un gran giro d’affari,in passato ce n’era per tutti, ma oggi non ci sono più risorse e le poche rimaste non si possono sprecare così. La domanda che ci si può porre è se a qualcuno può interessare chi è il proprietario dell’aereo su cui sta volando. ma sappiamo che ciò che interessa è semplicemente che il volo sia puntuale, l’aereo sicuro, il pilota capace e il prezzo del volo contenuto.

Allora tornado all’acqua, potrebbe interessare a qualcuno sapere chi sta gestendo le reti idriche? Interessa che l’acqua arrivi al rubinetto pulita e batteriologicamente indenne a un costa ragionevole. Che venga, poi, evacuata con un sistema fognario efficiente e che sfocia in un depuratore efficace. Questo interessa e sarà apprezzato chi lo farà sia esso un ente pubblico o privato o una società mista. Ma, e qui è il bello, nella società mista il pubblico non deve avere un peso determinante. Il decreto dice che nelle società di nuova costituzione non deve possedere più del 60% mentre per le aziende pubbliche quotate in borsa l’ente locale si deve gradualmente ritirare fino al di sotto della soglia del 40%, cioè dovrà essere minoritario. È giusto, è giustissimo che il pubblico stia fuori dalla gestione.

I ben pensanti di destra e di sinistra non saranno d’accordo perché nelle loro abitudini “il pallino non si molla” ed è una vera iattura dovere avere un ruolo più contenuto perché a questo corrisponde una equivalente riduzione del potere. In realtà, però, non è una iattura per il servizio pubblico che potrà avvantaggiarsi a patto che siano rispettate alcune condizioni. È chiaro che l’ente o società interamente pubblica non ha dimostrato nel tempo efficienza nella gestione dei servizi, quindi va bene coinvolgere i privati. L’azienda privata ha nel suo DNA l’efficienza/efficacia ai fini del profitto. Ma non si può essere certi che abbia nel DNA lo stesso binomio finalizzato alla gestione. In realtà si sono sviluppate forme di parassitismo o di simbiosi tra imprenditoria e politica da dubitare che ci sia, in Italia, un’imprenditoria efficiente interessata ai servizi pubblici ma ci sia piuttosto una rappresentanza di imprese contagiate da una patologia diffusa e insidiosa che si manifesta con la sindrome dell’attinia che vive in simbiosi col paguro, mentre la politica locale viene spesso colpita dalla sindrome della remora che naviga, anzi si affretta a nuotare oltre le sue forze in prossimità dello squalo dei cui avanzi intende cibarsi.

Gli esempi tratti dal grande libro della natura sono evidenti e ce ne sarebbero altri, ma basta questo per rendere l’idea. Certo qualcuno ogni tanto tenta un’ibridazione. Pensa che facendo una società interamente pubblica o a maggioranza pubblica può risolvere tutti i problemi perché una SpA è un animale ben definito o meglio una famiglia di animali con tante specie, ma con una certa coerenza. Tutte le SpA nascono con l’obiettivo di guadagnare è scritto nello statuto, e scritto nella legge, quindi è scritto nel suo DNA. Orbene, ci abbiamo provato ma non è andata così, già perché la natura è strana e non è disponibile a porgere sostegno a qualunque sillogismo. Si può dire che se ogni società è a fine di lucro e si organizza con efficienza/efficacia per raggiungere lo scopo, anche una società pubblica ha lo stesso fine e la stessa organizzazione. Si, forse si può dire, allo stesso modo in cui potremmo dire che tutti i mammiferi respirano e si muovono sostenendosi e spingendosi con gli arti anteriori e posteriori. Questo è vero quindi si può concludere che anche le foche e le balene si muovono utilizzando appendici articolate poste nella parte anteriore e posteriore del corpo, ma bisogna far molta attenzione a non spingersi oltre nell’esempio per non inciampare in modo irreparabile.
 La conclusione sulle analogie e sui paragoni con fatti della natura è che sperare che il servizio migliori creando una società pubblica a cui affidare i servizi in house è come pensare che una balena o una foca nella prateria si mettano a correre con l’efficienza di una gazzella! Non sarà mai vero, perché non esistono gli organi indispensabili o meglio organi ce ne sono di assimilabili ma alcuni sono preposti al movimento sulla terra altri in acqua così come le società, quella private si muovono nel mercato quelle pubbliche nel mare della politica. Elementi diversi, obiettivi diversi, organi diversi: inutile provarci abbiamo decenni di insuccessi alle spalle! Affidiamoci alla natura e ai suoi esempi: la natura non ha scrupoli a far perire che sbaglia e spinge ad evolversi chi, sia pur attraversando delle difficoltà, possiede gli strumenti per un potenziale successo. La legge del più forte è quella che favorisce chi si adatta meglio, allora, tornando ai servizi, li gestisca chi può farlo in modo efficiente ed efficace. Se proprio lo vorremo fare con uno strumento inidoneo sottrarrà molte più risorse del necessario creando all’utente un danno maggiore di quello prodotto da una caduta di qualche elemento ideologico a seguito di un affidamento a privati mediante una gara. Ovviamente la gara deve essere condotta al solo fine di selezionare il miglior fornitore possibile e deve contenere elementi per una valutazione costante nel tempo per certificare il perdurare dell’interesse pubblico nel mantenimento in vita di quel contratto di fornitura. L’ente locale, dopo aver concluso la gara con regole a sé favorevoli, deve uscire da ogni attività di gestione e specializzarsi in quelle di controllo sulla qualità e sui prezzi.

Forse le stesse regole si possono validamente applicare anche nei servizi sociosanitari!!


Balene che corrono nella prateria (Parte seconda)

Riprendiamo il discorso della privatizzazione dei servizi pubblici locali per vedere se alcuni concetti sviluppati sono trasferibili anche ai servizi sociosanitari come, allusivamente, alla fine del precedente articolo si lasciava supporre.

Come nel caso più eclatante e discusso della privatizzazione del servizio idrico si deve affermare, come del resto la nuova legge dice, che, in ogni caso, la proprietà dell’acqua è pubblica, anche nel caso dei servizi sociosanitari si deve fare una simile premessa. Non c’è identità tra le due problematiche ma solo un parallelismo imperfetto, quindi non si dovrà parlare di proprietà pubblica di alcunché, ma semplicemente di competenza pubblica e responsabilità dello Stato per la corretta esecuzione dei servizi e la loro più ampia e appropriata offerta. In questo caso lo Stato, ovvero le istituzioni pubbliche, possono anche non essere proprietarie di beni o strutture che poca cambia. Il problema non è il pericolo di sottrazione di beni o della disponibilità dei beni da parte del privato quindi poco interessa. Come si diceva nell’altro articolo, non conta nulla chi è il proprietario dell’aereo su cui si vola, contano le caratteristiche del servizio. Quindi lo Stato, per onorare la sua responsabilità di offrire ai cittadini la miglior assistenza possibile, poco importa se è proprietario delle strutture e degli altri beni strumentali, ovvero se è datore di lavoro del personale ivi impiegato. Importa che i servizi siano sotto controllo da parte dello Stato affinché sia fatto il massimo possibile sotto il profilo qualitativo e quantitativo.

La legge generale che riguarda l’argomento in trattazione è la sempre citata e ancor poco applicata 328 del 2000. All’art. 1 parlando dei principi generali e delle finalità, stabilisce che la responsabilità dello Stato è quella di assicurare che esista un sistema di interventi e servizi sociali e, facendo riferimento all’art. 38 della costituzione, include anche l’assistenza privata. Del resto specificamente al comma 5 dello stesso articolo 1 riconosce che alla gestione dell’offerta provvedono soggetti pubblici, ONLUS, cooperative e anche altri soggetti privati.

All’art. 11, poi, la legge parla di autorizzazione e accreditamento che sono competenze assegnate ai comuni. L’autorizzazione deve essere rilasciata in conformità ai requisiti stabiliti dalla regione che recepisce ed eventualmente integra i requisiti minimi nazionali. L’accreditamento a sua volta, con un rimando a diversi articoli degno delle migliori leggi bizantine, deve essere rilasciato dal comune sulla base di requisiti stabiliti dalla regione e in questo caso nessuna indicazione ulteriore, ovvero le regioni faranno a modo loro. Certo, faranno a modo loro a maggior ragione dopo la legge costituzionale che ha assegnato alle regioni competenza esclusiva sul settore.

Questa massima libertà di azione non è che abbia favorito molto l’inventiva e quasi tutte le regioni che hanno deciso qualcosa sull’accreditamento lo hanno fatto seguendo sostanzialmente il principio che se per essere autorizzati bisogna avere determinati requisiti ritenuti minimi, per essere accreditati tali requisiti devono essere semplicemente incrementati. In sostanza per essere accreditati bisogna dare più qualità.

Tutte le regioni, però, e l’Emilia Romagna eccelle in questo, non hanno applicato un concetto di accreditamento che più favorisce lo sviluppo di una forma di concorrenza senza pensare che proprio la concorrenza rende più evidente e operativamente probabile il miglioramento continuo della qualità.

La regione Emilia Romagna ha avviato timidamente e in ritardo un modello di accreditamento che, se nelle tipologie di servizio a cui fa riferimento e nelle tecniche di valutazione dei requisiti, non si discosta da altre esperienze purtroppo compie un passo originale nello stabilire che l’accreditamento deve essere messo in relazione alla programmazione locale nel senso che deve essere accreditato tanto servizio quanto programmato. Sembrerebbe meglio accreditare, possibilmente e a condizione che sussistano i requisiti, più unità di servizio offerte da più gestori. Meglio in assoluto tutte le unità di servizio offerte dai gestori che posseggono i necessari requisiti lasciando all’utenza la facoltà di scelta. Perché limitare l’accreditamento ai posti necessari? Le ragioni, probabilmente sono da ricercare nella volontà di proteggere le loro creature pubbliche, ma accreditare solo il numero dei posti letto che la programmazione riconosce in una data zona è veramente il colmo. È la pura e semplice creazione di un monopolio! Che poi tale monopolio sia pubblico o privato poco importa, i monopoli sono la negazione della trasparenza e dello sviluppo. Nessuno si sforzerà mai di fare qualcosa di meglio allo stesso prezzo o uno sconto a pari qualità se è già stabilito a monte qual è l’ente gestore del servizio nella sua interezza. Se poi questo ente gestore è un ente pubblico diventa sostanzialmente intoccabile. Forse in teoria lo sarà, potrebbe perdere l’accreditamento, ma in pratica… quando mai? Cane non magia cane!



Sul dizionario della lingua italiana per accreditamento si trova la seguente definizione”Conferimento di credito, di fiducia”, dunque dare credito e fiducia a qualcuno o a un’organizzazione non significa farle un regalo e metterla in una posizione di privilegio assoluto; significa semplicemente affermare che quell’organizzazione merita fiducia. E se abbiamo dato fiducia a uno non è detto che anche altri non ne meritino altrettanta.

Sempre cercando definizioni, avvicinandosi di più al caso dei servizi, si può trovare che l’accreditamento è un’attestazione effettuata da un organo committente tesa a stabilire che un dato organismo soddisfi una serie di requisiti corrispondenti a standard predefiniti relativi sia alla struttura organizzativa e gestionale nonché ai prodotti/servizi offerti. Dunque l’accreditamento istituzionale delle strutture e dei servizi socio assistenziali, è un atto dell’istituzione pubblica che attesta il possesso da pare di una certa organizzazione dei requisiti strutturali e organizzativi necessarie sufficienti per realizzare determinate attività riconoscendole la possibilità di svolgerle in regime di totale o parziale finanziamento pubblico.

Nelle premesse di carattere generale al documento che introduce l’accreditamento dei servizi sociosanitari in Emilia Romagna si legge una frase che contiene tutto il bene e tutto il male di questo “modello” di accreditamento. “Lo strumento dell’accreditamento non è riconducibile allo schema dell’appalto di servizi e consiste invece in un provvedimento amministrativo discrezionale che l’Amministrazione competente adotta al termine di un procedimento valutativo da effettuarsi in coerenza con le decisioni adottate in sede di programmazione e alle logiche ed ai requisiti di qualità dei servizi erogati”. Il primo dato che balza all’occhio è il fatto di definire in negativo l’accreditamento: non si dice cos’è ma cosa non è. Non è un appalto di servizi. Ci mancherebbe altro, viene da dire! Se, come dicono le definizioni, l’accreditamento è un attestato di fiducia o un accertamento del possesso di requisiti, al massimo è una premessa per un contratto ma non può certo essere un contratto d’appalto né può essere una procedura per appaltare. Non è un appalto, ma è un provvedimento amministrativo adottato al termine di un percorso di valutazione. Va bene, allora, con questa precisazione si rientra nello schema concettuale dell’accreditamento. I problemi sorgono quando, nella frase successiva, si dice come il processo valutativo deve avvenire. La critica è una sottigliezza: la valutazione deve essere effettuata in coerenza con le decisioni adottate nella programmazione e ai requisiti di qualità. La programmazione locale non definisce i requisiti di qualità fissati a livello regionale, quindi, se non è riferibile alle logiche e ai requisiti di qualità, la coerenza di cui si parla sarà sul livello quantitativo e non qualitativo del bisogno. Ciò tradotto in pratica è l’affermazione che l’accreditamento è un atto discrezionale che conferisce la titolarità del servizio all’ente accreditato nella quantità totale del servizio stesso o di una parte ma che unita alle altre parti accreditate esaurisce l’intera domanda o meglio il fabbisogno programmato. Ecco dunque un’altra balena che corre nelle praterie! Si cerca un accreditamento su misura, ma si crea un nuovo atto amministrativo tipico posto a base di un contratto di servizio esclusivo e onnicomprensivo. Così facendo si perpetua uno dei difetti più gravi del sistema di produzione di servizi: l’assenza di concorrenza

Inutile dire che l’accreditamento non vale per l’eternità ma che può essere revocato o attribuito ad altre organizzazioni: questo è difficile e si farà, specie per le aziende pubbliche, solo in presenza di elementi gravi e dopo defatiganti azioni e trattative. Questa è la negazione della trasparenza e della libertà di impresa,  in conclusione è una follia probabilmente originata da un rigurgito ideologico.

domenica 8 novembre 2009

L'assistenza residenziale per gli anziani: problemi e prospettive su domanda/risorse/qualità

Parte di quasto lavoro è servita come introduzione al Workshop del 12 novembre al forum della non autosufficienza
A cura di ANOSS - Associazione Nazionale Operatori Socio - Sanitari

Giovedì 12 novembre • ore 15:00 - 18:30




Le politiche di welfare, in questo periodo caratterizzato da una crisi diffusa e non solo economica, stentano a trovare una loro propria dimensione corretta sul piano giuridico che sia nel contempo in grado di assicurare risposte positive alla domanda dei cittadini. In questa clima “necessariamente evolutivo” l’assistenza residenziale per gli anziani continua ad avere un ruolo di primo piano proprio nella difficile costruzione di un nuovo welfare magari meno centralista ma non per questo meno attento a soddisfare quelli che sono i principali doveri di governance della comunità nazionale.
Stiamo vivendo una fase delicata che investe il problema dell’allocazione delle risorse a valle di una valutazione comparata dei bisogni sociali concorrenti. Per fissare una data di inizio di questa fase possiamo riferirci alla promulgazione della legge 328 del 2000 perché è proprio con quella legge che, se non altro, di sicuro c’è stata una presa d’atto formale della necessità d’imboccare una nuova strada. La legge 328 è una legge di principi e non è stata applicata sempre in modo coerente ma ciò è stato il frutto due fattori: la successiva legge costituzionale n°3/2001 che ha modificato gli assetti delle responsabilità istituzionali e il carattere della materia trattata che poco si presta a schematizzazioni valide nell’intero universo delle situazioni italiane. Così la nuova fase si apre con la legge 328/2000, ma, nella sua applicazione, le elaborazioni normative delle regioni interpretano secondo le esigenze e sulla base dei principi ideologici localmente prevalenti dando origine a una realtà di welfare a variegate sfaccettature. Dunque la realtà dei servizi assistenziali è difficilmente riconducibili ad unità e l’unico riferimento nazionale sono i sono i livelli essenziali di assistenza che definendo gli elementi minimi e obbligatori del servizio rappresentano la base minima della qualità dei servizi presente in Italia.
Il riferimento alle posizioni ideologiche fatto sopra riporta la discussione al problema della dimensione del pubblico nei servizi mettendo in contrapposizione due principi concorrenti. Uno vede lo Stato come una parte attiva nella produzione dei servizi mentre l’altro gli riserva solo attività di programmazione e controllo con una presenza “leggera” nei servizi socio assistenziali normalmente delegati ad aziende non pubbliche comunque assoggettate all’accreditamento da parte del soggetto pubblico. Differenza ideologica che poco influisce, in sé e per sé, sulla qualità del servizio e al massimo possiede una valenza su piano dell’efficienza ed efficacia nella gestione delle risorse.
Il breve testo introduttivo al convegno suggerisce l’analisi di almeno tre aspetti ritenuti prioritari ai fini della comprensione dei problemi legati all’assistenza residenziale
· L’orientamento alla domiciliarità e il processo di riconversione delle case di riposo in strutture protette o RSA.
· Processo di trasformazione delle IPAB che in base alle norme nazionali e regionali si sono trasformate in Aziende Pubbliche di Servizio op in fondazioni.
· Attenzione alla qualità e al rapporto tra qualità e rette
Lo studio deve partire dall’analisi dell’offerta di servizi in termini di quantità, di tipologia e di qualità e deve riferirsi ai vari tipi di residenzialità esistenti dalla casa di riposo alla RSA facendo attenzione che in qualche caso, nelle varie regioni, a definizione uguale del servizio non sempre corrispondono contenuti uguali. Per avviare il ragionamento può essere interessante prendere spunto da qualche fatto reale così a tale scopo riferisco alcune notizie. Un giorno mi è capitato di leggere su un quotidiano locale tre notizie tre loro correlate che benché non abbiano nulla di sorprendente, tuttavia mi hanno colpito destando forte interesse.
C’era un’intervista al Presidente di una Casa Protetta che denunciava un consistente aumento della lista d’attesa per accedere ai servizi della struttura. Nell’intervento di quel presidente si sottolineava la gravità della situazione derivante da mancanza di risposta ad una precisa domanda dell’utenza. Si capisce che nel frattempo gli anziani in attesa di ricovero sono curati a domicilio da famigliari e badanti. “Non c’è niente di male in questo – dice il presidente – ma se hanno fatto domanda per avere un posto in casa protetta significa che la ritengono una soluzione migliore e sarebbero più soddisfatti se quel posto ce l’avessero”. Le case protette in quel territorio, a quanto risulta, non offrono posti in numero adeguato rendendo obbligata la soluzione domiciliare che però non sempre è percorribile e spesso non è agevole né opportuna per l’anziano e per la famiglia.
La seconda notizia veniva offerta dall’assessore ai servizi sociali dello stesso comune. Il titolo: “La via da promuovere è la cura dentro la famiglia”. L’assessore basa la sua affermazione sui dati che riguardano il trend demografico e la pressione sociale derivante dalla presenza sempre più numerosa di grandi anziani. Riferisce che il comune versa ingenti somme alle case protette a copertura di rette di anziani non autosufficienti in condizioni di indigenza economica, spendendo così l’80% delle risorse del fondo per la non autosufficienza. L’assessore conclude promuovendo, anche in armonia con le indicazioni della Regione, la soluzione del mantenimento dell'anziano non autosufficiente in famiglia.
La terza riguarda la riunione della Conferenza Sanitaria per esaminare l’atto di programmazione dell’ASL nella quale tutti i sindaci sono concordi nel ritenere che, oltre al piano dei bisogni del territorio,sia necessario un piano di sostenibilità economica che tenga conto delle risorse disponibili nei vari livelli dell’intervento pubblico: dallo Stato ai Comuni. I sindaci sottolineano che “in questo momento difficile, le disponibilità degli enti locali sono sempre più limitate”.
La riflessione indotta da queste informazione può essere estesa all’intero territorio nazionale perché, sia pur in grado diverso, i fenomeni sociologici e demografici sono simili nelle varie zone d’Italia. I fatti e i giudizi riportati esemplificano e riassumono i due problemi posti dal primo punto di discussione e sono a maggior ragione adatti al compito in quanto dati concreti e giudizi espressi in un contesto reale. I dati riguardano la situazione di una città e i giudizi sono stati espressi dai relativi amministratori. Tutti avvertono la gravità della situazione che si è venuta a determinare per un insieme di elementi che costituiscono quella che, con linguaggio matematico, potremmo definire un’equazione senza soluzioni. Non è possibile svolgere l’argomento davvero in termini matematici perché è difficile reperire tutti i dati numerici necessari ma disponendo di alcuni di essi e osservando le tendenze è possibile, sia pur in modo prevalentemente qualitativo, dare una rappresentazione operativa al problema.
Le variabili fondamentali di cui ci si deve occupare sono tre e precisamente la dimensione della domanda, le risorse pubbliche disponibili e la qualità dei servizi.
La variabile demografica ha assunto da tempo un andamento preciso per il numero in valore assoluto e per il peso delle varie classi. Si assiste ad un progressivo aumento della popolazione che non rimane uguale a sé stessa per un andamento differenziato nelle varie classi di età.
Il primo dato che può interessare per studiare l’oggi e il domani è il trend previsto della popolazione per classi d’età nella prima metà del secolo in corso. A tale scopo viene in aiuto la recente pubblicazione dell’ISTAT[1] contenente le previsioni annuali della popolazione suddivise per età dal 2007 al 2051. I dati offerti dall’Istituto devono essere scorporati e riunificati secondo lo scopo per cui vengono consultati perché così come si presentano sono una massa numerica di per sé poco espressiva. Prima di tutto è sembrato giusto definire dei gradini temporali limitando lo studio all’anno in corso e agli anni primi di ogni decennio così da poter evidenziare il trend per gradini decennali più che sufficiente per fare valutazioni. In secondo luogo sono stati previsti alcuni gradini di età in modo di definire la consistenza numerica delle classi utili a fare determinate valutazioni.
[1] I dati sono disponibili al seguente link: http://demo.istat.it/uniprev/index.html?lingua=ita
Le previsioni sono articolate secondo tre distinti scenari. Con il primo di essi, lo scenario centrale, viene fornito un set di stime puntuali ritenute “verosimili” che, costruite in base alle recenti tendenze demografiche, sono quelle verso il quale vengono principalmente orientati gli utilizzatori. Accanto allo scenario considerato più “probabile” sono stati costruiti due scenari alternativi che hanno il ruolo di disegnare il campo dell’incertezza futura. Tali due scenari, denominati rispettivamente scenario basso e scenario alto, sono impostati definendo una diversa evoluzione per ciascuna componente demografica rispetto allo scenario centrale. Le due varianti tracciano idealmente un percorso alternativo, dove ciascuna componente apporterà maggiore (scenario alto) o minore (scenario basso) consistenza alla popolazione. Per lo scenario alto ciò significa fecondità, sopravvivenza e flussi migratori (interni e con l’estero) più sostenuti, mentre vale esattamente l’opposto nello scenario basso. Tanto il primo quanto il secondo sono da intendersi soltanto come alternative “plausibili”. A nessuno dei due, infatti, può essere attribuito il significato di limite potenziale (superiore o inferiore) allo sviluppo della popolazione in futuro. Nella presente relazione si fa riferimento allo scenario centrale.



Con l’operazione selettiva e di sommatoria effettuata è stato possibile mettere in evidenza il trend del rapporto esistente tra le classi di età entro cui si trovano i lavoratori e quelle che sinteticamente si possono definire dei giovani e degli anziani. Le età di riferimento sono state scelte sulla base di un ragionamento che vuole tener conto nella progressiva elevazione dell’età per l’ingresso e l’uscita dal lavoro. 25 anni di età sono stati considerati come limite superiore dei “giovani” e 70 come limite superiore dei “lavoratori”. In sostanza si ritiene interessante studiare l’andamento del numero dei potenziali produttori di reddito in rapporto alle altre età di giovani e anziani che sono utilizzatori di risorse pubbliche e private.












Sulla base di questi elementi è stata costruita la tabella riportata a lato.
Clik sulla tabella per vederla a grandi dimensioni






Meglio della tabella numerica il grafico seguente che con la linea rossa e i quadrati rappresenta l’andamento in diminuzione della classe di età dai 26 ai 70 anni, la linea azzurra coi rombi è quella dei giovani e quella verde coi triangoli quella degli anziani. Si nota che fra 30 anni ci sarà il punto di contatto tra le due linee e che successivamente gli anziani, al contrario dei giovani prima sostanzialmente stabili, continuano ad aumentare.














Se si considera il rapporto tra i "lavoratori" e tutti gli altri appartenenti a "giovani" e "anziani" abbiamo un andamento ben riassunto dal seguente grafico. Si nota che alla fine del periodo considerato c’è l’incontro delle due curve che, detto in parole, da oggi al 2051 gli appartenenti alla classe di età dei lavoratori continueranno a diminuire di numero mentre gli altri continueranno ad aumentare. Si deve considerare infine anche il valore assoluto: l’incontro è a 30 milioni quindi al 2051 60 milioni di individui vivranno col valor prodotto da un gruppo costituito da 30 milioni di individui al massimo!







Ancor piò esplicative le due torte che si possono fare coi datidel 2009 e quelli del 2051.


Clicca sulle immagini per ingrandirle































È chiaro: se oggi i residenti in età lavorativa sono più del 60% del totale nel 2051 saranno solo il 50!





La prima considerazione è che, al di là delle tendenze nell’evoluzione della popolazione, c’è la necessità di far fronte all’impennata presumibile di bisogni sociosanitari dovuta semplicemente ai numeri assoluti. Basta notare che già nel 2011 ci saranno circa 200 mila anziani ultrasettantenni in più di oggi, nel 2021 saranno quasi 2 milioni in più e così via finché nel 2051, rispetto agli 8 milioni di oggi, saranno all’incirca raddoppiati.
I dati del trend stimato per il futuro sono validi in termini generali, ma non sono idonei a identificare la domanda specifica di ogni servizio perché molto dipenderà dalla tipologia e dalla qualità dell’offerta nonché da quella parte del costo che inevitabilmente rimarrà a carico dell’utenza. Non solo ma sarà determinante anche una certa evoluzione delle preferenze dell’utenza stessa in relazione all’innalzamento della cultura media e delle capacità di scelta consapevole.
Non ci poniamo quindi l’obiettivo di definire la domanda e il suo trend nei prossimi anni suddivisa per servizio, ma ci limitiamo a dare alcune indicazioni sintetiche utilizzando i calcoli e le stime realizzati e pubblicati nel 2007 dal Ministero della Salute a cura in particolare della Commissione Nazionale per la Definizione e l’Aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza. In tale documento si precisa che la domanda dei servizi residenziali è influenzata da molti fattori oltre al quello più evidente e semplice del numero. Viene citato il fattore “solitudine” o il fatto di vivere con un coniuge non autosufficiente, presenza di demenza o patologie complesse, presenza di servizi o di assistenza domiciliare informale, struttura della rete familiare, reddito, orientamento culturale all’istituzionalizzazione. Il livello di complessità è notevole e su questo sono stati compiuti studi e approfondimento da parte del Ministero al fine di giungere ad uno standard di offerta “corretto” sulla base delle variabili ritenute più significative. Se il risultato a cui giunge lo studio del Ministero è quello del giusto dimensionamento dell’offerta possiamo assumere lo stesso dato come sostanzialmente indicativo della dimensione della domanda.







Nella Tabella seguente riportiamo i dati del documento del Ministero limitatamente al numero di posti necessari suddiviso per regione e l’indicazione del fabbisogno per ogni 1.000 residenti over 65 anni. Nella valutazioni da fare in base ai dati che seguono si deve tener conto che lo standard internazionale si attesta sul parametro 50/1.000.


Clicca sulla tabella per ingrandirla



L’offerta attuale e la qualità


A fronte della situazione descritta della domanda attuale e della relativa proiezione che possiamo fare per il futuro, si deve considerare la situazione dell’offerta che non è facile inquadrare se non facendo alcune considerazioni.
Intanto è necessario definire l’oggetto, ovvero il prodotto/servizio che viene offerto a fronte dei bisogni della popolazione e tale scopo è possibile utilizzare quella del Ministero[1]. Secondo tale definizione la prestazione residenziale è normalmente a lungo termine (Long term care come definito dall’Institute of medicine[2] ) verso soggetti non autosufficienti in condizioni croniche e di relativa stabilizzazione distinguendosi dunque dalla riabilitazione e dalla lungodegenza che appartengono al servizio ospedaliero. Il documento del Ministero svolge giustamente un approfondimento sui concetti di cronicità e di stabilizzazione mettendo in evidenza che trattandosi di pazienti anziani non autosufficienti in condizioni di cronicità non potranno essere definiti stabili in senso assoluto. Ciò comporta che le strutture che offrono il servizio residenziale devono essere dotate dei supporti (personale e strumenti) idonei ad affrontare la possibile instabilità clinica connessa alla patologia legata alla non autosufficienza. Tuttavia l’elemento caratterizzante della prestazione residenziale è quella di essere a prevalente carattere assistenziale rispetto alle patologie croniche e non terapeutico, con caratteri di umanizzazione e personalizzazione dei servizi come elemento peculiare di un’assistenza che si realizza con una prolungata durata.
Un altro punto che deve esser trattato per l’offerta e i relativi elementi di qualità è la valutazione e i criteri di accesso.
L’utente che viene valutato non autosufficiente e non assistibile a domicilio deve poter trovare un posto dove essere curato e lo dovrebbe poter scegliere tra le opzioni offerte dalle strutture accreditate. Se il sistema di offerta prevede prestazioni a diversi livelli, l’accesso e la successiva permanenza dovrà avvenire verificando che il livello sia appropriato sulla base di criteri oggettivi di valutazione multidimensionale dell’utente.
I principi regolatori dell’accesso sono quindi universalità, equità e appropriatezza. Per questo la valutazione multidimensionale deve essere realizzata con strumenti scientificamente validati e omogenei almeno nel territorio di riferimento. Niente di nuovo quindi: la VMD non ha una funzione semplicemente di valutazione al fine di garantire la miglior appropriatezza del trattamento ma anche per rendere possibile l’universalità e l’equità. Questo perché la scarsità delle risorse impone un certo contingentamento. Dunque se è più facile vivere quando “ce n’è per tutti” perché si riesce a dare a tutti ciò di cui hanno bisogno, quando si stringono i cordoni della borsa bisogna stare attenti doppiamente a non fare preferenze perché nel disagio la sofferenza è uguale per tutti e l’equità è un dovere verso il cittadino utente. Si potrebbe approfondire questo tema portandolo sul terreno etico-politico e domandarsi se è più giusto dare poco a molti o molto a pochi. La domanda di servizi è grande, molto più grande di ciò che le risorse pubbliche possano garantire, dunque una certa parte rimane a carico dell’utente stesso: Fino a che punto si può allargare la fascia di chi è indenne rispetto al costo dei servizi? Avrebbe senso dare meno come indennità di accompagnamento e in tal modo aiutare un numero maggiore di famiglie? le risorse risparmiate potrebbero essere impiegate nell’offerta di servi pubblici: sarebbe meglio? Penso di si perché potrebbe costituire un freno a quella sorta di deregulation del fenomeno badanti che, partito in sordina come una mera accidentalità provvisoria, si sta trasformando in un massiccio intervento spesso anche un po’ sommerso e irregolare. Sbagliato da un punto di vista fiscale, da un punto di vista della qualità del servizio per carenza formativa da un punto di vista umano, infine, per possibili situazioni di eccessiva sudditanza dell’immigrato irregolare, assunto in forma irregolare e mantenuto tale per convenienza a volte reciproca.
È ora di avviare alla conclusione questo scempio dell’assistenza “fai da te” con un lavoratore non formato e un datore di lavoro impreparato a fare il colloquio di assunzione perché, è chiaro, non l’ha mai fatto. In sostanza il datore di lavoro non sa bene di che cosa ha bisogno quindi non può avere gli strumenti per valutare la conformità del soggetto che sta assumendo agli obiettivi di salute del proprio congiunto. Così per una sostanziale incolpevole ignoranza prende quello che capita e nel migliore dei casi ottiene un collaboratrice gentile che si rapporta correttamente sul piano umano con la persona che ha in cura. Non è questo il modo per assicurare appropriatezza nella cura.
L’assistenza residenziale rimane un punto fondamentale e lo sarà anche per gli anni futuri e la carenza di cui si vedono gli effetti attraverso il quadro descritto sopra deve essere coperta.

Vediamo sinteticamente la misura di tale carenza

Nella tabella precedente, ricavata da uno studio del Ministero pubblicato nel 2007, si è visto che il livello giusto è avere 42,7 posti ogni 1.000 anziani over 65. Nello stesso documento si fa riferimento ai dati pubblicati dall’ISTAT sull’assistenza residenziale in Italia – regioni a confronto, che ai tempi della ricerca (2003) ha evidenziato il numero di posti letto in rapporto alla popolazione over 64.
Come si vede dalla tabella riportata sopra la situazione dei posti letto è ben diversa da ciò che è stato indicato come la necessità. Il valore medio Italia di 21,25 posti letto x 1000 anziani è dato dalla somma ponderata dei tre indici di nord, centro e sud + isole che presentano tra loro differenze notevoli. Si deve ricordare inoltre che, come lo stesso Istituto precisa, i 231.000 posti letto occupati, pari a circa il 21,4 x 1000 della popolazione anziana, sono riferiti a tutta l’assistenza residenziale, includendo non solo le RSA e le Residenze Protette, ma anche le Case di Riposo. Non si può fare il confronto se non considerandolo semplicemente un’indicazione di tendenza. Tuttavia giova ricordare che le disomogeneità non incidono tutte nello stesso senso (ad es. si tratta di posti occupati e quindi i posti disponibili probabilmente sono di più, ma nello stesso tempo la rilevazione comprende anche i posti in casa di riposo che non possono essere considerati in grado di soddisfare i bisogni che può soddisfare la RSA.
Appare evidente l’importanza di fare un approfondimento su questi temi che forse sono un po’ trascurati dalla politica troppo impegnata, di questi tempi, a studiare se stessa.
Indagine Fin-Mark 2008-
Numero di P.L. per non autosufficiente

Nel 2008 è stata pubblicata una ricerca prodotta dalla Fin-Mark a supporto di una serie di attività convegnistiche e ora, a distanza di quasi due anni, si vede la possibilità di utilizzare ancora alcuni di quei dati che appaiono utili e significativi. Tale ricerca, condotta telefonicamente su un campione di 812 strutture distribuite in dieci regioni italiane, ha sviluppato diversi temi e qui interessano le caratteristiche quantitative e tipologiche di offerta. Il questionario è stato somministrato telefonicamente ai responsabili delle strutture residenziali selezionate in numero sufficiente per rappresentare la realtà di ogni singola regione.
Un elemento dell’indagine di cui è interessante parlare è relativo al numero di posti per non autosufficienti. Si nota innanzitutto che la ricerca ha investito una serie di strutture che in totale rileva per 55.662 P.L. Il quesito tendeva a mettere in evidenza se la struttura in esame avesse la disponibilità di posti per non autosufficiente o solo per auto o in che misura un mix delle due opzioni. Il risultato è che il 10,92% delle strutture è rivolta ai soli autosufficienti e il 25,19 ai non auto soltanto, mentre tutte le altre (quasi il 64%) prevede posti per entrambe le categorie. Lo studio è stato fatto così per meglio evidenziare la tendenza e l’evidenza è a favore dei posti per non autosufficiente. La tendenza troverà sempre maggiori conferme in futuro finché i posti per autosufficiente si estingueranno. Ciò non avverrà senza problemi perché le trasformazioni, in ossequio alle normativa sugli standard strutturali, porteranno a una diminuzione di posti rendendo così improrogabile l’avvio di nuovi investimenti nel settore per fronteggiare una domanda che difficilmente rallenterà. Si può immaginare che oggi avvenga in qualche caso un utilizzo improprio dei posti, ma tale pratica sarà sempre meno accettata dall’utenza quindi la maggior parte delle strutture dovrà affrontare la ristrutturazione da un punto di vista abitativo e organizzativo e ciò comporterà costi, disagi e diminuzione del numero.
Progetti nuovi

Sulla base delle considerazioni precedenti è interessante ora vedere i dati e le tendenze sulle caratteristiche qualitative, sulle ipotesi di sviluppo e sulle responsabilità delle decisioni. È stato chiesto ai responsabili se nella loro struttura sono previsti o in corso di realizzazione progetti per nuovi servizi. Solo il 23 %, a livello Italia, ha risposto affermativamente, mentre oltre i tre quarti degli intervistati ha risposto no. Ugual considerazione viene fatta sugli ampliamenti che peraltro sono previsti in misura maggiore. Alla domanda se la struttura ha in corso o prevede progetti di ampliamento il 38% a livello Italia ha risposto affermativamente.
A queste domande fa da corollario quella sull’esistenza o meno di finanziamenti pubblici.
Solo il 12,93 % degli intervistati ha risposto affermativamente.
Non si può pensare che si tratti di disinformazione anche se il numero elevato di risposta “non so” lo potrebbe far supporre. Se i finanziamenti esistessero sarebbero noti! Certo i finanziamenti pubblici sono ridotti e probabilmente andranno adeguati agli obiettivi di miglioramento del welfare locale che le regioni stanno auspicando. Ci conforta il fatto che nel quesito successivo si evidenziava che i finanziamenti, i pochi esistenti, andavano solo verso strutture specializzate e questo è logico e coerente con l’impostazione generale della politica sociale e con la tendenza dei bisogni.
[1] MINISTERO DELLA SALUTE – Commissione Nazionale per la definizione e l’aggiornamento dei LEA. (2007)
Definizione di prestazione residenziale. “Si intende per prestazione residenziale e semiresidenziale il complesso integrato di interventi, procedure e attività sanitarie e socio-sanitarie erogate a soggetti non autosufficienti, non assistibili a domicilio all’interno di idonei nuclei accreditati per la specifica funzione”
[2] Institute of medicine (1986)






giovedì 22 ottobre 2009

LEGGE 328/2000: Una riforma ancor oggi in cammino

La legge 328 è stata approvata nel mese di novembre del 2000, in un momento in cui era già presente e fortemente diffusa una spinta autonomistica localistica da parte di quelle formazioni che aspiravano, così come ancora aspirano oggi, ad un diverso sistema politico basato sul federalismo. La legge interpreta e amplia il dettato costituzionale in materia di assistenza sociale, ma a breve distanza di tempo, durante il medesimo Governo, viene portata a termine una riforma costituzionale.
Sociale Competenza delle RegioniNel nuovo art. 117 cost. vengono elencate le materie di legislazione esclusiva dello Stato e tra queste non figura l’assistenza sociale, che non figura nemmeno tra le materie a legislazione concorrente; quindi, per conseguenza la materia che ci interessa spetta integralmente alle Regioni.
In questo breve cenno storico vale la pena soffermarsi anche su qualche contenuto di grande rilevanza etica prima ancora che giuridica. Ci si è chiesto, in particolare, se con la legge 328 fosse stato individuato un vero e proprio “diritto soggettivo” alle prestazioni, ma sembra che la risposta debba essere negativa. La prima argomentazione è che la definizione formale di diritto compare soltanto per le prestazioni di tipo economico e poi perché, la stessa legge, pone un’importante limitazione all’art. 22 c.2.

In questo articolo si afferma il diritto a beneficiare del sistema integrato di interventi e servizi sociali, quale definito nei “Livelli Essenziali” subordinatamente alle risorse disponibili, riaffermando, in tal modo, un evidente legame tra livelli essenziali e risorse.
Tra gli strumenti per il riordino dei servizi occupa un posto di primo piano la pianificazione. Il Piano Sociale Nazionale ha lo scopo di avviare verso la concretizzazione e lo sviluppo nel tempo dei diritti di cittadinanza con l’indicazione di caratteristiche e requisiti delle prestazioni comprese nel piano. L’ente che pianifica individua le aree del bisogno e fissa i livelli di risposta ritenuti essenziali tenendo conto del contesto di sviluppo sociale, culturale ed economico medio nazionale.

Attualmente si è resa ancor più evidente un’accentuata evoluzione in senso regionalista della politica italiana. Ciò può rappresentare un pericolo rispetto agli obiettivi di garantire uniformità di godimento dei diritti essenziali anche per la difficoltà a mettere in atto, se necessari, provvedimenti basati su poteri sostitutivi. È difficile contrastare le contraddizioni tra leggi regionali e legislazione nazionale e ancor più lo sarebbe un intervento sostitutivo in attività amministrative e che prevedono il potere di disporre atti gestionali.

I contenuti della legge sono di grande portata innovativa, ma non tutte le Regioni hanno legiferato e, quando l’hanno fatto, non sempre hanno sviluppato i principi culturali della 328. Tuttavia non si può affermare, come giudizio tecnico giuridico generale, che tutti i contenuti della 328 siano principi generali come la stessa legge dichiara (Art.1 c.7), ciò non è vero o almeno è incerto a causa dei contenuti della riforma costituzionale. Nella nuova formulazione dell’art. 117 cost. troviamo comunque importanti competenze per lo Stato. Nell’elenco delle materie sottoposte a legislazione concorrente vi è la tutela della salute, quindi è di tutta evidenza che nelle attività sociosanitarie la Regione legifera liberamente, ma tenendo conto dei principi dettati dallo Stato. Infatti nello stesso comma il legislatore costituzionale conclude con l’affermazione che nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. Sempre nell’art. 117 cost. e precisamente al c.2 lett. m) vi è un obbligo di estrema rilevanza per lo Stato: quello di determinare i “Livelli Essenziali delle Prestazioni” concernenti i diritti civili e sociali. Ciò nella materia sociosanitaria è determinante in quanto caratterizza un elemento che non solo deve essere valido su tutto il territorio nazionale e per tutti, ma essendo definito “livelli essenziali” ne determina, proprio per il contenuto di essenzialità, il carattere di diritto esigibile.


Senza polemica, vale la pena di soffermarsi per un attimo sul problema del federalismo fiscale. Più che di un problema giuridico o di scienza delle finanze, si tratta di un problema etico: un federalismo fiscale senza provvedimenti di moderazione in senso solidale potrebbe creare l’impossibilità di rispettare i livelli minimi a livello Italia, nel senso che in qualche territorio potrebbero essere garantiti facilmente e in altri rimanere una chimera.

Oggi si vive una situazione difficile perché a fronte dell’accrescimento dei bisogni c’è una crisi di carattere generale. Siamo in presenza di un aumentato numero degli anziani e d’altro canto c’è stato un processo di apprendimento da parte dei cittadini che adesso hanno maggiori aspettative. Quindi c’è stato un aumento della domanda per quantità e qualità. All’aumento della domanda però fa da sfondo una diffusa scarsità di risorse pubbliche spendibili in questa direzione. Proprio la scarsità di risorse costringe a crescere, a imparare, a fare delle scelte, a ricercare la strada per assicurarsi il miglioramento continuo.

Per quest’opera di miglioramento e di formazione al miglioramento, bisogna poter fare appello alle risorse interne dell’uomo, ma, come si diceva, viviamo un periodo di crisi generale. Non solo crisi economica che prelude a varie difficoltà nello sviluppo del sistema e dei nuovi servizi, ma anche una crisi gestionale dei servizi pubblici troppo invischiati nel fluido della burocrazia e ciò proprio in un momento in cui si richiede flessibilità e capacità ad adattarsi ad un contesto turbolento.

C’è infine un problema dato dalla crisi di legittimazione del sistema politico. Si osserva una distanza, a volte notevole, tra la “Società Politica” e la “Società Civile” e tale distanza sembra aver raggiunto un limite da cui non sembra potersi fare ritorno se non innescando la ricerca e la sperimentazione di forme di partecipazione e rappresentanza innovative e diverse. In sintesi si può dire che oggi si manifesta in tutta la sua drammaticità una grande crisi del modello statalista di gestione che potrebbe essere superato proprio in applicazione dei principi fondanti del nuovo welfare rintracciabili nella 328.

L’elemento portante di tali principi è la nuova concezione che la legge ha introdotto in ciò che concerne il grande problema della regolazione.

Ai fini della regolazione ci sono sostanzialmente due metodi – in qualche modo entrambi insufficienti – che sono la programmazione pubblica e il mercato.
Il carattere teleologico/finalistico della programmazione pubblica è basato su un impianto che si sviluppa in base ai fini per cui si agisce, consente di decidere con scarse informazioni e anche in assenza di informazioni e consente di perseguire anche scelte non ancora politicamente dominanti nonché di lavorare su bisogni inespressi. L’orientamento al “bene pubblico” può far compiere azioni che non assicurano la massimizzazione dell’efficienza/ /efficacia nell’utilizzo delle risorse. Le realizzazioni concrete hanno mostrato alcuni limiti: ad esempio, la comparsa di dinamiche di scambio politico o la prassi di centrare il controllo della spesa pubblica sul fronte dell’offerta che ha spesso portato a condizioni di oligopolio. Da ultimo ma non per rilevanza etica, una gestione centralizzata dei processi ha lasciato poco spazio allo sviluppo del ruolo attivo dell’utente che ha finito per rimanere uno spettatore dei processi di governo del sistema.

Affidarsi al mercato, tuttavia, è altrettanto insufficiente se non altro perché avendo il mercato come principio regolatore la logica del profitto, il sistema mostra difficoltà ad orientare l’azione dei singoli alla realizzazione del bene pubblico.
Gli elementi fondamentali del processo di regolazione previsti dalla 328 sono il Piano di Zona e l’Accreditamento. Non si deve poi trascurare l’altro principio presente nella Legge 328 che è quello della pluralità dell’offerta.

Bene gli stimoli che vengono dall’esternoLa concorrenza come garanzia di qualità è un principio mutuato dalla concezione mercatistica della regolazione. Le aziende producono ciò che il cliente chiede e se un concorrente ha più successo è perché risponde meglio alle richieste così si viene a determinare una corsa, a tutto beneficio dei consumatori, (e degli imprenditori più abili) a trovare il mix ottimale tra qualità (reale e percepita) e costi. È noto che una tale impostazione è tutt’altro che perfetta. Non soddisfa pienamente l’esigenza etica di dare il meglio ai cittadini perché può indurre a comportamenti impropri al solo vantaggio del fornitore. Tuttavia, malgrado questi limiti, la concorrenza è da ascrivere al novero dei fattori di qualità perché non c’è niente di meglio degli stimoli che provengono dall’ esterno e del timore di perdere quota.
Per garantir la qualità, poi, è indispensabile, una programmazione corretta dei servizi. Questo è il principio mutuato dalla concezione statalistica della regolazione. Non si può prescindere da questa, qualunque concezione politica si abbia, perché non si può lasciare al libero mercato l’onere di aggiustare domanda e offerta. C’è di mezzo l’interesse pubblico che può essere interpretato e sintetizzato solo da un sistema di responsabilità pubbliche.

In base a quanto sopra ci si domanda come può essere garantita una sintesi tra metodi di lavoro che hanno tecniche e ispirazione del tutto diverse. La soluzione è una programmazione corretta a carico degli enti pubblici responsabili, ma realizzata con la collaborazione dei produttori, sicuramente coinvolti fin dalla prima fase. Così, tra l’altro, dice in particolare l’art.19 della 328. Dalle previsioni della norma restano esclusi solo i produttori privati profit e per la verità non se ne capisce fino in fondo il senso.

All’accreditamento istituzionale il compito di sviluppare l’adeguamento delle RSA alle nuove esigenze derivanti dal notevole aumento della popolazione anziana unitamente alle relative condizioni di salute, in quanto, offrendo la possibilità di imputare una quota delle retta a carico del SSN, può indurre i gestori ad elevare gli standard di qualità necessari per essere accreditati. Ma le norme regionali tendono a definire l’accreditamento mediante controlli sul possesso di requisiti logistici, strumentali e organizzativi e non aggiungono altri elementi determinanti per la qualità. Un ulteriore miglioramento della qualità assistenziale lo si può raggiungere soltanto puntando sul miglioramento del processo assistenziale e della capacità degli operatori.

Valutare la QUALITÀ nella relazione di aiuto
Non sarà possibile continuare ad affidarsi unicamente alla valutazione degli aspetti logistici e organizzativi destinati a provocare un innalzamento dei costi e si dovrà cercare un diverso principio di evoluzione basato sulla qualità nella relazione di aiuto.
Si tratta di spingersi con l’accreditamento oltre i confini del controllo sugli elementi tradizionali con il preciso scopo di perseguire una qualità più sottile e sostanziale basata sull’effettiva capacità di porre in risalto la qualità professionale tenendo conto che il servizio prodotto è l’esito di un processo di interazione fra operatore e utente.
Ufficio di Piano: Ufficio idoneo? Certo se tutto questo insieme di considerazioni deve transitare attraverso gli Uffici di Piano costituiti all’interno dei comuni che non avevano mai gestito attività così complesse di pianificazione e controllo o agli uffici dei Distretti o delle ASL che non hanno del tutto interesse a sviluppare oltremodo i sistemi di controllo della qualità, viene da domandarsi cosa ne uscirà.
Mettiamo una cornice alla qualità?
È il momento di fare molta attenzione perché con l’accreditamento le Regioni tendono a includere i servizi in una cornice che non permetterà facilmente un’evoluzione positiva della qualità del servizio in futuro.

APPROCCI REGIONALI
Prendiamo l’esempio della regione Emilia Romagna. La Giunta regionale nel febbraio del 2007 approva una delibera sull’accreditamento in cui individua i servizi il cui esercizio è subordinato all’accreditamento e stabilisce le linee guida del processo, rinvia determinazione dei requisiti e procedure. Da qui si arriva all’ultimo atto che è la deliberazione legislativa n°64 del 2008. In questa deliberazione all’art.23 si dispone che la Giunta Regionale stabilisce i requisiti, i criteri, le procedure e i tempi per l’avvio del sistema di accreditamento definitivo dei servizi e delle strutture che erogano prestazioni socio-sanitarie definendo anche il sistema della remunerazione delle prestazioni sulla base di tariffe predeterminate. Con il medesimo provvedimento vengono individuate le condizioni e le procedure da osservarsi per l’accreditamento provvisorio dei servizi e delle strutture che intrattengono rapporti con il Ssr e con gli Enti Locali territoriali.
ACCREDITAMENTO TRANSITORIO a chi già intrattiene rapporti col SSRL’accreditamento transitorio viene concesso a condizione che i gestori delle strutture e dei servizi, che già intrattengono rapporti con il Ssr, siano in possesso dell’autorizzazione, siano disponibili ad accettare il sistema di rimunerazione e siano coerenti con il fabbisogno indicato nella programmazione territoriale. In base all’accreditamento provvisorio si potranno formalizzare i rapporti negoziali (contratti di servizio) con la finalità di garantire maggior qualità e stabilità alle gestioni.
Rischio di blocco e chiusura al nuovo! Cosa nasconde questa idea della stabilità? Miglior qualità? Non necessariamente. Si può osservare che potrebbe anche tramutarsi in un blocco, in una chiusura al nuovo, specie se tra i fini, non dichiarati, ci fosse anche quello di sostenere le Aziende Pubbliche di Servizio: neonate con tanti problemi..! Legittimo sostenere le proprie creature, ma non si deve dimenticare che l’obiettivo finale è il miglioramento delle condizioni di vita degli utenti!
Se l’accreditamento si limita a questo gli utenti dovranno continuare a servirsi dai gestori noti. Si verificherebbe un paradosso: gli utenti cambiano per qualità e quantità e l’accreditamento si propone di fissare un’ulteriore cornice alla qualità? Cerca di avere stabilità nell’offerta sostenendo un concetto favorevole ai monopoli! L’azienda pubblica o privata che ha già intrattenuto rapporti col Ssr viene accreditata entro i limiti della domanda individuata nella pianificazione sulla base prevalente di requisiti logistici e organizzativi, in tal modo il servizio si stabilizza intorno ai produttori a ai livelli di qualità attuali!!?
Due sono gli strumenti che possono evitare i danni evidenti di un monopolio o di un oligopolio: il primo è che si utilizzi una logica di qualità più evoluta nella scelta dei requisiti da valutare e l’altra, di più facile applicazione, che si accrediti fino al doppio dei posti previsti dalla pianificazione così si crea un certo diritto di scelta e una sorta di concorrenza tra gestori. Ai contratti di servizio ovviamente resta il compito del contingentamento delle risorse pubbliche non ammettendo contratti oltre le disponibilità.
Accreditamento del doppio dei posti! Anche la regione Lombardia, con la legge n°3 del 2008, si è occupata di accreditamento (art. 16.) definendolo condizione per sottoscrivere i contratti con i comuni , quindi con soluzione identica a quella dell’Emilia Romagna.
Anche questa legge mostra un criterio discutibile di accreditamento laddove afferma che “il possesso di specifici requisiti strutturali, tecnici, organizzativi, funzionali e di standard di qualità, ulteriori rispetto a quelli previsti per l’esercizio dell’unità di offerta, è condizione per accedere all’accreditamento. Requisiti ulteriori, ma non più evoluti!! È soprattutto il contenuto di questo comma a caratterizzare l’accreditamento della Lombardia. Per essere accreditati bisogna possedere ulteriori requisiti che sono però nell’ambito di quelli che si richiedono per essere autorizzati. Dal che sembra naturale far discendere l’identità che l’accreditamento è una super autorizzazione. Tra tutti gli autorizzati vengono accreditati quelli che possiedono requisiti strutturali, tecnici, organizzativi ecc ulteriori rispetto a quelli richiesti per essere autorizzati!
In conclusione: come si può giungere ad una concezione non burocratica dei controlli se si definiscono i tipi di requisiti e poi se ne stabiliscono due gradi, uno per l’autorizzazione e l’altro per l’accreditamento? Quando mai si comincerà a valutare l’iter di miglioramento degli enti erogatori e la capacità di innovazione e di flessibilità organizzativa ecc. ecc.? Tutta l’innovazione resta di là da venire..!
Dobbiamo riportare la concezione dell’accreditamento alla sua nozione originaria che conteneva le potenzialità per la sintesi politica della qualità dei servizi alla persona. I servizi li può fare chiunque abbia struttura e organizzazione corrispondente ai livelli minimi, ma se vuole accedere ai contributi pubblici deve possedere inoltre, insiti nel sistema gestionale, gli strumenti per il miglioramento continuo.
Occorre rompere con i controlli tradizionali e premiare la propensione al miglioramento. Per fare questo bisogna rompere con la tradizione Italiana dei controlli; bisogna rompere con la burocrazia che sa fare solo misurazioni in metri quadri, in numero di dipendenti e in ore di formazione pur che sia, andando verso controlli attuati in concreto, paragonando il servizio non a un paradigma generale ed astratto, ma a sé stesso in tempi diversi e premiando solo chi mostra una sistematica capacità di migliorare.

BIBLIOGRAFIA
Alessandro Battistella IRS. (2007). Qualità professionale e accreditamento. Gestione innovativa dei servizi socio-assistenziali, sanitari, riabilitativi ed educativi. Pte-Expo Verona: Green Sisteme.
Emanuele Ranci Ortigosa IRS Milano. (2000). Diritti, servizi, benessere. Prospettive sociali e sanitarie .
Giovanni Bertin . (2002). Accreditamento e regolazione dei servizi sociali. Padova: Emme & Erre Libri.
LUISA TORCHIA e altri. (2004). L'amministrazione del welfare fra pubblico e privato. Tratto il giorno maggio 2, 2008 da www.astrid-online.it.

lunedì 5 ottobre 2009

IL MODELLO INNOVATIVO DELLE R.S.A. IN SARDEGNA

Paola Mele - Direttore Medico RSA Villa San Giuseppe – Milis (OR)
Daniela Solinas – Responsabile Sistema Qualità Fondazione IRAS


Le RSA in Sardegna si sono caratterizzate per il continuo mutamento negli anni della tipologia e presa in carico degli Ospiti da persone non autosufficienti clinicamente stabilizzate a persone in condizioni di elevata intensità sanitaria (situazioni di postacuzie, stati neurovegetativi, stati terminali della vita ecc.).
La RSA “Villa San Giuseppe” si è fatta carico per prima di questa tipologia di Ospiti dando risposte concrete al sistema sociosanitario nell’evitare ricoveri impropri.

La storia

La Fondazione ISTITUTI RIUNITI DI ASSISTENZA SOCIALE (Onlus) nasce nel 1966 dalla fusione della “Casa di Riposo San Giuseppe” e della “Casa dell’Infanzia Gesù Bambino”, enti che di fatto erogavano assistenza ai minori e alle persone anziane fin dal 1943, ed è situata in una zona centrale della Sardegna, nel comune di Milis, in provincia di Oristano.
Da metà degli anni ’80, sotto la guida del Presidente Bruno Vacca, si è trasformata radicalmente dedicandosi esclusivamente all’assistenza alle persone anziane, persone con disabilità e persone svantaggiate in genere, sia autosufficienti che non autosufficienti.
Su un’area di circa 10.000 mq., sono stati recuperati e trasformati tre fabbricati che, raccordati da piazzette, percorsi pedonali, anfiteatro e zone verdi attrezzate, comprendono:
- due strutture socio assistenziali, la Comunità Alloggio “Le Viole” (P.L. 15) destinata a soggetti autosufficienti o parzialmente tali, e la Casa Protetta “Le Camelie” (P.L. 30), destinata a soggetti non autosufficienti con grave compromissione dell’autonomia psico-fisica;
- una struttura sociosanitaria, la R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistenziale) “Villa San Giuseppe” (P.L. 65), prima in Sardegna ad essere costruita, autorizzata al funzionamento e accreditata con il S.S.N. nel 1997.
Nelle strutture prestano la loro attività 119 figure professionali tra medici, psicologi, infermieri, O.S.S., animatori, fisioterapisti, personale alberghiero e amministrativo.

La RSA “Villa San Giuseppe”
La RSA rappresenta la realizzazione dell'impegno di tante persone nella costruzione di un grande progetto.
Collocata al centro del territorio della ASL di Oristano, concorre infatti alla creazione di una rete di servizi sociosanitari in favore delle persone fragili della provincia e per la posizione favorevole accoglie anche persone provenienti da tutta la Sardegna.
La struttura è organizzata e articolata al suo interno in modo da garantire agli Ospiti e agli operatori spazi adeguati e funzionali per tutte le attività previste. La logica che ha dettato l’organizzazione di tutta la logistica è stata quella di ricreare per l’Ospite un ambiente familiare di Casa, e sociale di Comunità. Particolare cura è stata posta quindi nella scelta dei colori e degli arredi. Ogni nucleo viene individuato per il colore predominante: i pavimenti, le pareti, gli arredi, i corrimano, le porte sono tutti coordinati tra loro al fine di dare un senso di appartenenza “domestica” all’Ospite ed evitare quel disorientamento tipico delle persone che si avvicinano alla vita comunitaria.
Gli arredi, pur con caratteristiche tecnologiche avanzatissime (ogni posto letto è tra l’altro dotato di impianto di ossigeno e vuoto), hanno un aspetto domestico e le finiture, in essenze di legno, emanano quel tipico calore “familiare” indispensabile per la serenità degli Ospiti.
È dotata, inoltre, di una grande palestra attrezzata per la riabilitazione motoria attiva e passiva.
È circondata da un parco attrezzato, arredato in modo confortevole. Gli spazi esterni sono stati studiati e realizzati con lo scopo di ricreare, all’interno della Comunità, momenti di aggregazione tipici dei nostri paesi sardi. E’ stata infatti realizzata una piazza (“La piazza del paese nella Comunità”) con un piccolo anfiteatro quale luogo di incontro adibito anche per manifestazioni e attività all’aperto. Un piccolo laghetto con ponticello, zampillo e cascata richiamano un senso di serenità tipico dell’acqua.
E’ stato realizzato il “Giardino dei Sensi” (primo in Sardegna), per rispondere alle complesse esigenze poste in essere quotidianamente dall’ospite e ridurre al minimo lo stress e le tensioni causate dalle demenze.

A chi è rivolta la RSA
La RSA “Villa San Giuseppe” è una struttura residenziale sociosanitaria rivolta prevalentemente a persone in età o fase della vita di prevalente interesse geriatrico che hanno perso l’autonomia nelle attività della vita quotidiana e si trovano in condizioni sanitarie connotate da comorbilità, severità ed instabilità clinica, non tali da richiedere cure intensive ospedaliere. Le persone anziane e talvolta adulte, si trovano in situazione di non autosufficienza per esiti di patologie fisiche, psichiche, sensoriali o miste che per problematiche sanitarie o sociali non possono essere assistite a domicilio. Generalmente l’ospitalità è temporanea con durata da 30 giorni ad un anno, ma possono essere ospitate in maniera anche continuativa quando trattasi di persone in stato neurovegetativo o in fase terminale della vita necessitanti di alta intensità assistenziale. In quest’ottica svolge funzione di struttura residenziale territoriale, intermedia tra l’ospedale e il domicilio assicurando la continuità nel percorso di cura e assistenza a persone non autosufficienti. La RSA garantisce la necessaria integrazione sociosanitaria mediante un approccio globale ai bisogni della persona attraverso una metodologia di tipo multidimensionale (VMD) e interdisciplinare.

Come si accede in RSA
Come stabilito dalle linee di indirizzo emanate dalla Regione Autonoma della Sardegna, alla RSA si accede, previa richiesta formale, tramite il Punto Unico di Accesso (PUA) del Distretto sociosanitario in cui risiede la persona. La richiesta può essere inoltrata dalla persona interessata o un suo familiare, dal Medico di Assistenza Primaria che ha in cura il paziente, dall’Unità Operativa Ospedaliera presso cui la persona si trova ricoverata, dal Servizio Sociale Professionale del Comune di residenza, da altre strutture territoriali residenziali in cui la persona non autosufficiente è ospite.
La richiesta di inserimento viene esaminata da un’apposita équipe interdisciplinare, la “Unità di Valutazione Territoriale” (UVT), che, previa Valutazione Multidimensionale (VMD),definisce la risposta più appropriata per la persona affidandola al servizio della rete territoriale dei servizi sociosanitari. Condizione per l’inserimento in RSA è la “non autosufficienza” in relazione a fattori sanitari, sociali, relazionali e l’impossibilità ad essere assistiti al proprio domicilio. L’UVT definisce un piano assistenziale personalizzato di massima (PAI), con gli obiettivi ed i tempi per la sua attuazione, stabilendo successive verifiche per il proseguimento della permanenza o la sua dimissione.

I servizi
La R.S.A. “Villa San Giuseppe” ha una ricettività di 65 posti letto, suddivisi in 5 nuclei residenziali destinati ad ospitare utenti con simili esigenze assistenziali. La struttura offre diversi servizi, quali:
• assistenza sanitaria generale e specialistica diurna con reperibilità notturna
• assistenza infermieristica
• assistenza riabilitativa motoria, neuromotoria, cognitiva e comportamentale
• attività ricreative, culturali ed occupazionali
• assistenza alberghiera

Tipologia degli Ospiti
La tipologia dei nostri ospiti:
• Lungodegenti dimessi da Unità Operative Ospedaliere di Rianimazione in stato neurovegetativo permanente
• Persone in fase terminale della vita oncologici e non oncologi
• Neurologici con esiti di insulti cerebrali gravi, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica, Parkinson
• Politraumatizzati (soprattutto esiti di fratture di femore e vertebre da cadute accidentali)
• Persone con Malattia di Alzheimer ed altre forme di demenza
• Persone in ventilazione assistita continua (a cui da circa un anno è stato destinato parte di un nucleo)

La tipologia dei nostri ospiti ha subito un continuo mutamento negli anni, da soggetti anziani e non autosufficienti ma clinicamente stabilizzati, a condizioni cliniche con instabilità clinica e con elevata intensità sanitaria come le postacuzie, gli stati neurovegetativi, le insufficienze respiratorie in ventilazione assistita, gli stati terminali della vita, offrendo pertanto prestazioni di Hospice e Lungodegenza.
Nella totalità dei casi si tratta di soggetti affetti da pluripatologie, i cosidetti “soggetti fragili”; ne deriva la necessità di valutare questi soggetti in tutte le loro “dimensioni”. La metodologia della cura e dell’assistenza si basa sulla Presa in carico globale dell’ospite, che viene attuata attraverso la valutazione multidimensionale (VMD), ossia una valutazione interdisciplinare nella quale vengono identificati, descritti e spiegati i molteplici problemi dell’ospite, vengono definite le capacità funzionali, stabilite le necessità assistenziali, sviluppato un piano di trattamento e di cure che si traduce nel progetto assistenziale individuale (PAI), nel quale i differenti interventi sono commisurati ai bisogni ed ai problemi.
Il modello assistenziale adottato è pertanto di tipo personalizzato, basato sull’individuazione degli obiettivi, la logica dei progetti, e la verifica dei risultati. La personalizzazione degli interventi si esplica nel PAI che indica il percorso proposto per ciascun ospite, gli obiettivi, gli strumenti e i tempi.
La VMD utilizza come strumenti delle scale di valutazione validate a livello internazionale che permettono di quantificare la funzione indagata e di standardizzare i risultati, rendendoli confrontabili e monitorabili nel tempo.
Alla VMD partecipa un’équipe interdisciplinare, formata dalle diverse figure professionali operanti nella RSA.
Entro i primi 10 giorni dall’inserimento l’équipe interdisciplinare si riunisce nella Unità Operativa Interna (U.O.I.) e dalla valutazione di tutte le informazioni, scaturisce il Piano Assistenziale Individuale.
Periodicamente il PAI viene sottoposto a verifiche e ricalibrato sui bisogni e le condizioni dell’Ospite.

L’organizzazione
Nell’intento di mantenere gli standard di qualità raggiunti e percepiti dagli utenti, la Fondazione ha intrapreso, nel 2004, il percorso della certificazione di qualità, in base ai requisiti della norma UNI EN ISO 9001:2000 con riferimento specifico all’ Erogazione di servizi sociosanitari e riabilitativi in Residenza Sanitaria Assistenziale (R.S.A.) e socio-assistenziali in Casa Protetta e Comunità Alloggio.
L’obiettivo raggiunto rappresenta l’assunzione di impegno nei confronti dei nostri Ospiti, loro familiari e degli Enti Pubblici di riferimento, mirata a:
• una sempre maggiore affidabilità nell’erogazione dei servizi;
• l’erogazione dell’assistenza centrata sui bisogni dell’Ospite;
• la riqualificazione e aggiornamento continuo e costante del personale operante nella Fondazione;
• la difesa dei diritti dell’Utente;
• il miglioramento dell’immagine e della reputazione;
• l’oculata gestione economica.

Per garantire l’adempimento di impegni di tale portata, la Fondazione ha fatto sua l’organizzazione per la qualità adottandola quale modello di riferimento per lo svolgimento di tutti i processi aziendali, fissando di volta in volta obiettivi-sfida da raggiungere nell’ottica del miglioramento continuo e operando anche per dare effettiva realizzazione a quei principi normativi che prevedono forme di collaborazione degli Enti Locali nella verifica della qualità dei servizi e della soddisfazione degli utenti, nonché forme di coinvolgimento delle Associazioni di volontariato, delle Associazioni sindacali, delle altre formazioni sociali portatrici di istanze dell'utenza.

IL Sistema Atl@nte
Per la gestione dei servizi alla persona e per la VMD viene utilizzato lo strumento informatico “Sistema Atl@nte” che permette di gestire l’informazione sullo stato di salute della persona (intesa in senso globale nelle aree funzionale, sanitaria, cognitiva e sociale), di attuare progetti personalizzati, monitorabili e rivalutabili nel tempo, passando da un’organizzazione di lavoro orientata alle prestazioni ad una orientata ai risultati.
Il sistema permette di raccogliere, mantenendo la storicità del dato, i test di valutazione utilizzati, rielaborare i dati raccolti ed effettuare delle macro analisi, generare dei documenti di sintesi. Attraverso Il sistema Atl@nte si ha la possibilità di valutare anche la qualità dei servizi attraverso una serie di indicatori di qualità, quali:
- La tempestività della presa in carico che prevede la VMD e la definizione del PAI entro 10 giorni dall’inserimento
- L’attivazione della fisiochinesiterapia entro tre giorni dall’inserimento
- Lo sviluppo di lesioni da decubito nei soggetti ad alto rischio, la riduzione del rischio, il miglioramento del grado della lesione
- La valutazione del miglioramento funzionale nelle diverse dimensioni dell’Indice di Barthel.

Alcuni dati
Prevalgono gli ospiti anziani (69%) con grosse percentuali di “grandi anziani”( 33%), anche se un buon 23% riguarda persone al di sotto dei 64 anni.
Per quanto riguarda il profilo sociosanitario degli ospiti solo il 23% risulta stabile o moderatamente stabile, il restante 77% è costituito da persone con instabilità clinica più o meno intesa; il grado di autosufficienza è molto ridotto (quasi la totalità degli Ospiti mostra una dipendenza nelle attività di base della vita quotidiana pressoché totale).

Il Giardino dei Sensi
La sua realizzazione ha solo potenziato il significato ed il valore di un'organizzazione ambientale di vita già presente all'interno della struttura e sentita come indispensabile, perchè facilitante e non inibente il movimento del paziente, che deve esprimersi senza limiti o pericoli. Ma il Giardino dei Sensi rappresenta anche lo spazio in cui ripristinare un contatto con la natura, il piacere della libertà e tutto questo vuol dire opporsi con forza all'idea di una RSA solo come luogo contenitivo.
Il concetto di base del “Giardino dei Sensi” è che esso deve rappresentare un percorso guidato, all'interno del quale le persone affette da demenza possono muoversi liberamente, senza pericoli, in vialetti pavimentati oppure in spazi verdi, senza alcun tipo di ostacolo, e caratterizzato da un buon numero di panchine e corrimani. La guida ideale è rappresentata dalla natura: chi lo frequenta e vi sosta entra, infatti, in contatto con i diversi colori e aromi delle varie specie di piante presenti. Facilità d’orientamento, sicurezza, libertà di movimento, privacy e serenità, stimolazione sensoriale, sperimentazione terapeutica, sono i principi fondatori di un progetto valido.
I suoi punti di forza sono:
• il colore, in cui viene stimolata la percezione visiva attraverso i contrasti cromatici della vegetazione caratterizzate da piante selezionate per garantirne la presenza in ogni periodo dell’anno;
• il gusto, l’olfatto e il tatto che comprendono due zone, di cui una destinata alla cura della persona, che viene effettuata passeggiando e sostando in quello che tecnicamente viene chiamato giardino riflesso; la seconda dove è possibile coltivare piante e fiori che aiutano l’ospite a prendersi nuovamente cura di ciò che gli sta intorno: ortoterapia.
Il risultato raggiunto è stato quello di aver creato un luogo dove l’ospite può avvalersi di diversi stimoli, seguire esperienze interattive, maturare delle conoscenze, apprendere rilassandosi o svagandosi semplicemente.

La RSA come modello di cura intermedia - di Roberta Sassu

L’allungamento della speranza di vita, insieme alla riduzione delle nascite, stanno cambiando profondamente il quadro demografico italiano, comportando una revisione razionale della distribuzione delle risorse sociali e sanitarie, al fine di venire incontro alle nuove necessità. Sempre più il sistema sanitario basato sull’ospedale come unico centro dove si affrontano tutti i problemi che hanno a che fare, direttamente o indirettamente con la salute, si rivela inadeguato alle esigenze peculiari di un numero crescente di anziani.

Il fenomeno dell’invecchiamento sta assumendo dimensioni sempre maggiori e l’Italia si colloca al primo posto nel mondo per percentuale di popolazione anziana, in cui la proporzione degli ultrasessantacinquenni (18,1%) ha superato quella dei ragazzi con meno di 15 anni (15%). Ci troviamo sempre più nella necessità di far fronte a nuove patologie, che sono diventate particolarmente gravose per i bilanci sanitari nazionali (scompenso cardiaco, diabete, demenze, artropatie) che condizionano l’insorgere di disabilità e il conseguente ricovero in residenze per anziani.
Ne scaturisce l’esigenza di costruire una Rete di Servizi di Assistenza Continuativa, fortemente integrata, in cui realizzare progetti di assistenza differenziati. La programmazione in questa direzione nasce dall’esigenza comune di creare servizi che siano in grado di prendersi cura degli anziani fragili, cioè di quei soggetti di età avanzata o molto avanzata, cronicamente affetti da patologie multiple, con stato di salute instabile, frequentemente disabili. In pratica è utile pensare alla fragilità come una condizione di rischio di un rapido deterioramento dello stato di salute e funzionale che non presuppone, ma nemmeno esclude, la coesistenza di disabilità nelle attività della vita quotidiana.
Emergono pertanto due aspetti qualitativi della risposta assistenziale: alta integrazione e duttilità della risposta rispetto all’articolarsi dei bisogni. Il modello organizzativo basato sulla valutazione multidimensionale del paziente rappresenta la risposta concreta alla domanda di prestazioni socio-sanitarie essenziali alla tutela dell’autonomia funzionale e alla prevenzione della non autosufficienza della persona.
In armonia con il Piano Regionale dei Servizi Sociali e Sanitari della Regione Sardegna, la RSA Mons. Virgilio Angioni si pone l’obiettivo di permettere ai cittadini di trovare risposta ai propri bisogni di salute nel territorio di appartenenza, luogo nel quale si realizza concretamente l’integrazione fra il sistema dei servizi sociali e quello dei servizi sanitari.

Uno studio longitudinale sull’utenza dell’RSA “Mons. Angioni”

Scopo di tale lavoro è quello di mostrare il repentino mutamento dell’utenza nell’ultimo anno al fine di riflettere sulle trasformazioni in atto per una ridefinizione dei servizi e del ruolo delle RSA.
I dati del nostro studio si riferiscono agli ospiti dell’RSA “Mons. Angioni” nel periodo compreso tra settembre 2007 e settembre 2008. Il campione è costituito da 192pazienti assistiti presso l’RSA “Monsignor V. Angioni” nel periodo considerato; le variabili analizzate hanno riguardato la durata della degenza, la provenienza, il motivo della dimissione, il successivo percorso assistenziale alla dimissione, la provenienza dei pazienti dimessi, le principali patologie ed i profili assistenziali associati a ciascun paziente.
Dei 192 pazienti considerati nell’indagine, 25 erano già presenti in struttura da prima del settembre 2007 e 167 hanno avuto accesso in RSA nell’arco temporale suddetto. Di questi ultimi, 68 pazienti sono ancora presenti in RSA, mentre i restanti 99 sono usciti con differenti causali di dimissione (decesso, ricovero in ospedale per aggravamento delle condizioni cliniche, rientro presso il proprio domicilio, trasferimento presso strutture socio-assistenziali quali case protette o comunità alloggio).
Quest’ultimo dato testimonia del forte turn over presente all’interno di questa RSA di pazienti che, dopo un periodo medio di degenza di circa 3 mesi, durante il quale vengono loro fornite le prestazioni socio-sanitarie di cui necessitano e che non potevano più essere fornite all’interno dei luoghi di provenienza (per carenza dell’ADI, carenza di posti letto e conseguente necessità di dimissione dagli ospedali, dalle rianimazioni, dalle cliniche private/lungodegenze), vengono quindi dimessi dalla RSA per essere ricollocati in maniera spesso più adeguata all’interno della rete dei servizi, privilegiando il rientro al domicilio e, laddove questo non risulti possibile per la carenza di una solida struttura socio-familiare di riferimento o a causa di un’assistenza domiciliare carente, individuando delle strutture socio-assistenziali adeguate in grado di accoglierli.

Un dato interessante è rappresentato dalla provenienza dei pazienti inseriti in RSA: per il 66% provenienti dal settore ospedaliero (ospedale per acuti 28%, rianimazione 5%, lungodegenza ospedaliera 31%, hospice 2%) e per il 34% provenienti dal territorio (domicilio 21%, casa protetta 2%, comunità alloggio 2%, altre RSA 4%, centro di riabilitazione 5%).

Se da un lato la RSA ha favorito la dimissione ospedaliera (con notevole risparmio per la ASL), dall’altro, e sempre più frequentemente nel corso del periodo considerato, si trova nella condizione di dover fronteggiare problematiche sanitarie di pazienti affetti da gravi patologie e altamente instabili da un punto di vista clinico (Scala di Bernardini > 4, con necessità di monitoraggio clinico pluriquotidiano), per i quali non è auspicabile alcun tipo di dimissione, se non per ricovero in ospedale (19% dei casi, a fronte del 33% di pazienti provenienti dagli stessi ospedali e del 31% dalle lungodegenze) o per decesso (accompagnamento alla morte). Si precisa, infatti, che la degenza media dei 30 pazienti deceduti nell’arco temporale di riferimento è di 46,6 giorni.

Motivo dimissione
DECESSO...............30
RIENTRO A DOMICILIO...37
RICOVERO IN OSPEDALE..19
TRASFERIMENTO.........13
Totale................99


Provenienza
RSA...........................7
CASA PROTETTA.................4
DOMICILIO....................41
OSPEDALE PER ACUTI...........53
OSP. RIANIMAZIONE.............9
LUNGODEGENZA OSPEDALIERA.....61
CENTRO di RIABILITAZIONE.....10
COMUNITA' ALLOGGIO............3
HOSPICE.......................4
Totale..................... 192

Un altro dato interessante è rappresentato dalla dimissione del paziente verso il proprio domicilio, a dimostrazione del fatto di come l’RSA non rappresenti il luogo del ricovero definitivo o luogo in cui attendere l’exitus, ma al contrario rappresenti una struttura che assolve la funzione di continuità assistenziale e terapeutica della persona in situazione di fragilità. Diminuiscono i periodi di degenza, che risultano circoscritti e finalizzati al completamento di cicli di cure sanitarie e riabilitative iniziate in altre strutture della rete socio-sanitaria ed alla stabilizzazione delle condizioni cliniche per facilitare un rientro presso il proprio domicilio.
Il dato risulta ancora più singolare se si considera che per il 66% i pazienti del campione considerato provenivano da strutture della rete ospedaliera (hospice 2%; lungodegenza ospedaliera 31 %; reparti di rianimazione 5%; ospedale per acuti 28%) e per il 34% dal territorio (21% domicilio; 2% casa protetta; 4% altre RSA; 2% comunità alloggio; 5% centri di riabilitazione).

In questa prospettiva l’RSA diventa per l’utente e la sua famiglia un luogo di passaggio, vissuta non più come punto di arrivo, ma come un transito verso un traguardo che, per quanto a volte complesso, è sempre auspicato: il rientro a domicilio.
Cambia in tal senso anche il lavoro dell’équipe multidisciplinare che, nella definizione del PAI deve progettare un intervento che contenga al suo interno i presupposti per un ritorno.
L’analisi delle causali di dimissione evidenzia proprio una prevalenza del rientro al domicilio. Tra le altre cause di dimissione, una è rappresentata dal trasferimento verso altre strutture della rete socio-assistenziale, quali in particolare case protette, comunità alloggio o centri diurni. Si tratta di utenti che, a fronte di un miglioramento o una stabilizzazione delle proprie condizioni cliniche e funzionali e per i quali non si prospettano le condizioni per un rientro al proprio domicilio (assenza di una rete di supporto familiare e sociale, presenza di barriere architettoniche, ecc.), optano per l’inserimento in strutture assistenziali con minore valenza sanitaria.

Volendo indagare più nel dettaglio il percorso assistenziale affrontato dai pazienti che nel periodo di riferimento sono transitati presso questa RSA e poi dimessi, possiamo osservare come, nel caso dei pazienti qui deceduti, la struttura sanitaria di provenienza fosse nel 45% dei casi l’ospedale per acuti, nell’8% dei casi il reparto di rianimazione, nel 35% dei casi la lungodegenza ospedaliera e nel 12% dei casi il centro di riabilitazione. Inoltre si trattava di pazienti inseriti in RSA con Profili Ass.li 1-2-3-4-5 (43% dei casi) e A.14 (57% dei casi).
Nel caso dei pazienti dimessi per far rientro al proprio domicilio, il 47% proveniva dallo stesso domicilio, il 21% dall’ospedale per acuti, il 24% dalle lungodegenze ospedaliere e l’8% da altre RSA del territorio.
Nel caso dei pazienti ricoverati in ospedale (dimessi dall’RSA per il superamento del decimo giorno di ricovero), il 50% proveniva dallo stesso ospedale (6% rianimazione, 44% divisione ospedaliera), il 39% dalle lungodegenze ospedaliere e l’11% dal domicilio.
Infine, i pazienti dimessi dalla RSA per proseguire il loro percorso assistenziale in altre strutture socio-assistenziali della rete dei servizi (case protette, comunità alloggio e centri diurni), provenivano per il 55% dalle lungodegenze ospedaliere, per il 15% dall’ospedale per acuti, per il 15% dal domicilio e per il 15% da altre strutture (RSA o case protette).
Un dato osservato, seppur solo a livello empirico si riferisce ad un aumento dei decessi dei nostri utenti durante il ricovero, contestualmente ad una diminuzione degli invii in ospedale a cui fa seguito la morte del paziente. Volendo indagare sulle possibili motivazioni di questo dato, una potrebbe essere rappresentata da una diminuzione di accanimento terapeutico oltre che della diminuzione della scelta da parte dei familiari dell’ospite di un’eccessiva medicalizzazione nelle fasi terminali di vita; a questo va aggiunto il ruolo sempre più peculiare che l’RSA svolge come struttura di accompagnamento alla morte.

giovedì 17 settembre 2009

Il MIddle Management nei servizi alla persona

Sul quotidiano Libertà di ieri (16-set-2009) è stato pubblicato un inserto promozionale del Corso di Specializzazione "!IL MIDDLE MANAGEMENT NEI SERVIZI ALLA PERSONA" - Attività ammessa al Catalogo interregionale dell'Alta Formazione.
il corso è stato progettato in partenariato con l'associazione ANOSS sezione dell'Emilia Romagna.
Di seguito una sintesi del comunicato

DESTINATARIPersone occupate e in possesso di diploma di scuola secondaria superiore.

FINALITA'Il corso è rivolto a persone con esperienza di lavoro nei servizi alla persona che si vogliono specializzare nel ruolo del middle management e quindi rafforzare le proprie risorse e sviluppare un plus professionale a supporto dell'efficacia organizzativa e del migliortamento qualitativo di un'azienda di servizi di cura.

CONTENUTIScenario sociale e legislativo. Le funzioni del middle management. La comuinicazione in azienda. Organizzazione e lavoro di cura. I sistemi di valutazione e governance. La politica per la qualità. Controllo di gestione. I ruoli professionali. La conduzione del personale.

MODALITA' DI ACCESSOL'accesso al corso può avvenire sia attraverso un contributo privato sia attraverso la richiesta di un assegno formativo individuale (Voucher).
La domanda per il voucher deve avvenire con la procedua indicata nel sito www.altaformazioneinrete.it entro e non oltre le ore 13 del 2 ottobre 2009.
L'erogazione del voucher è subordinata alla verifica dei requisiti e all'ammissione del richiedente alla graduatoria.
Il corso verrà attivato solo al raggiugimento di un numero minimo di partecipanti (4 allievi destinatari di assegno individuale)

TEMPI E SEDE

Il corso ha una durata di 160 ore e si terrà da gennaio a giugno 2010
Sede del corso Via Mandelli,2 - Piacenza
Al ytermine verrà rilasciato attestato di frequenza

INFO E ASSISTENZA
Per ulteriori informazioni e assistenza nella compilazione della domanda rivolgersi all'ente gestore del corso:
ENDO-FAP Don Orione
Via Sarmato, 14 - Borgonovo V.T.
Via Mandelli, 2 - Piacenza
tel.0523.347529
info-piacenza@donorioneweb.com

mercoledì 16 settembre 2009

Alta Formazione al middle management dei servizi socio-assistenziali.

Alta formazione : cos’è?

Tutto parte da un’idea della Regione Veneto, seguita poi da altre regioni, sviluppata dalle indicazioni del Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000 ove è scaturita l’idea di definire come obiettivo strategico per l’Unione quello di “diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”. Il Consiglio dell’UE, con propria risoluzione del 2007 ha successivamente invitato gli stati membri a considerare che l’istruzione e la formazione danno un significativo contributo non solo all’occupazione e alla competitività, ma anche all’incentivazione della cittadinanza attiva e alla realizzazione personale. Il quadro strategico 2007-2013 approvato dalla Commissione Europea nel luglio del 2007 nell’ambito del macro obiettivo “Sviluppare i circuiti della conoscenza” rimarca la necessità di sostenere la costruzione di un sistema nazionale di formazione superiore attraverso il potenziamento dei percorsi di alta formazione, la razionalizzazione di quelli esistenti e la promozione della mobilità. Queste le premesse e le fonti ideali e normative della proposte di alta formazione che le regioni italiane hanno poi messo in campo.
L’amministrazione regionale del Veneto ha realizzato, nel 2005, un’intesa sulla base di iniziative condivise con altre tre regioni: l’Emilia Romagna, la Toscana e l’Umbria. Da tale protocollo d’intesa si ricava, nelle premesse, la definizione di Alta formazione per la quale si intende “un insieme articolato di attività formative, finalizzate alla specializzazione e alla riqualificazione di persone occupate (Alta Formazione Individuale Continua), disoccupate o in cerca di occupazione (Alta Formazione Individuale)”. Le amministrazioni firmatarie di tale protocollo avevano già avuto esperienze di alta formazione per percorsi in ambiti emergenti e strategici o per fornire opportunità di riqualificazione. In occasione di tale protocollo concordano di avviare una procedura per il riconoscimento reciproco dei voucher per l’alta formazione erogati da ciascuna Amministrazione aderente al Protocollo, al fine di ottimizzare le esperienze maturate nei contesti territoriali di riferimento e di rafforzare la logica di sistema e gli elementi di trasversalità. Tra gli elementi fondamentali dell’accordo vi è quello di istituire il “catalogo interregionale” dell’offerta di alta formazione definito in base ad un format condiviso e accessibile a tutti i fruitori. Sostanzialmente gli enti erogano un voucher per finanziare i corsi e tali voucher sono attribuiti a seguito di domanda individuale valutata secondo criteri comuni. Le regioni aderenti stabiliscono di definire una strategia comune per progettare, monitorare e valutare le iniziative ricercando sinergie per veicolare l’offerta interregionale ai diversi segmenti della popolazione potenzialmente interessata al fine di ottimizzare l’impiego delle risorse, di allargare la rete interregionale e promuovere la collaborazione tra il Nord e il Sud del Paese.
Nel prosieguo le Regioni firmatarie in considerazione dell’attualità e del valore strategico dell’alta formazione hanno continuato ad investire in questa linea. Così, proseguendo il percorso iniziato dalle quattro regioni di cui al protocollo del 2005, si è assistito ad un primo allargamento ad altre 7 regioni. Successivamente le Regioni pensarono di sviluppare un Catalogo Interregionale di Alta Formazione tale da offrire ai cittadini adeguate opportunità di formazione, crescita e mobilità professionale. La proposta progettuale e l’interesse per la realizzazione del Catalogo è stata condivisa dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali che, con decisione del 22 dicembre 2006 ha stanziato la quota di finanziamento necessaria per la relativa progettazione e realizzazione. Per dare continuità al Progetto le Regioni Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto, hanno stipulato il Protocollo di Intesa per l’attuazione del Progetto Interregionale “Verso un sistema integrato di alta formazione” individuando la Regione Veneto come ente capofila.

Il portale
È stato costruito il portale internet altaformazioneinrete.it che è lo strumento operativo del progetto finalizzato alla costruzione di un catalogo comune di percorsi di alta formazione in base al quale le Amministrazioni regionali potranno disporre la concessione di voucher a laureati e lavoratori diplomati.
Il portale è stato concepito per essere uno strumento completo al servizio dei tre attori coinvolti nel sistema, cioè i beneficiari dell'offerta formativa, gli organismi di formazione e le Amministrazioni regionali. Esso rappresenta l’unico canale comunicativo, progettato e differenziato sulla base delle tre tipologie di utenti perché possano interagire on-line. Contiene tutto ciò che si riferisce all’alta formazione: dalla pubblicazione dei bandi da parte delle Amministrazioni regionali, alla presentazione delle proposte da parte degli organismi di formazione, dalla valutazione delle offerte formative, alla richiesta di voucher da parte dei potenziali beneficiari dei corsi.

Come funziona oggi operativamente

Tramite il portale si può vedere l’intera offerta formativa del catalogo e, verificato l’interesse per un corso, il cittadino può fare domanda di esser ammesso al corso stesso. I competenti organi regionali verificano l’esistenza dei requisiti richiesti e in caso positivo ammettono il candidato assegnandogli il voucher previsto. Tale voucher è un contributo economico che può essere minore o uguale al costo di partecipazione e che viene erogato dalla Regione ai propri cittadini residenti, può essere utilizzato unicamente per frequentare il corso e non può coprire altre spese connesse alla partecipazione.
Ora è al via la seconda edizione del Catalogo Interregionale dell’alta formazione e sono aperti da poco i termini per la presentazione delle domande di voucher. L’offerta attuale è alquanto ricca ed è caratterizzata da un aumentato numero di regioni aderenti valorizzando sempre più gli aspetti di qualità della formazione al fine di soddisfare le esigenze di mobilità e di specializzazione, caratteristiche giudicate oggi fondamentali nel mercato del lavoro. Il Catalogo Interregionale di Alta Formazione contiene proposte formative cha vanno dai Master (universitari e non) ai corsi di specializzazione e riqualificazione per laureati e diplomati. Interessante notare che per il secondo anno di attività le Regioni hanno finanziato il progetto con risorse del Fondo Sociale Europeo.

Alta formazione e servizi socio assistenziali
Dunque le Regioni con questo Catalogo finanziano mediante il FSE un’attività formativa di elevato livello per le posizioni di lavoro medio alte quindi ai giovani laureati e ai diplomati occupati, mantenendo un occhio di favore verso le categorie più a rischio quali gli occupati con contratti a tempo o in cassa integrazione.
Nessuna limitazione viene posta relativamente ai temi dei corsi e ai potenziali utenti. Sono tuttavia escluse le professioni sanitarie per le quali, com’è noto, vi sono specifici progetti di formazione permanente. Esclusi anche dipendenti pubblici visti probabilmente come una categoria non a rischio anche se è evidente che non sarebbero immuni da specifici bisogni di professionalizzazione.
È chiaro che i temi del lavoro socio assistenziale sono confacenti e possibili nel catalogo e di conseguenza bisogna valutare in che modo e in che senso possono entrare a farne parte. La prima considerazione è che il catalogo riguarda solo neolaureati disoccupati e occupati diplomati. All’interno delle strutture sono caratteristiche normalmente riferite al middle management, cioè alle posizioni di responsabilità organizzativa e gestionale e ai professionals. La domanda che dobbiamo porci è se c’è bisogno di formazione per riqualificazione e specializzazione del personale che occupa quei ruoli e non è difficile rispondere in modo affermativo! L’ente pubblico, come produttore di servizi, è in crisi di identità e difficilmente potrà uscirne a breve. Le vecchie IPAB, di cui qualcuno sente addirittura un po’ di nostalgia, non ci sono più e al loro posto sono comparse fondazioni con amministratori nominati dagli enti pubblici o aziende pubbliche con struttura di vertice pubblica o di nomina pubblica. Tali nuove realtà, proseguendo in una tendenza già evidente prima, tendono a trasferire tutta l’attività alle cooperative, che, per la verità non aspettavano altro, anche se a ben vedere non ne erano del tutto preparate. Le coop lavorano con una maggior attenzione all’economia e questo, in un’epoca come la nostra, è un punto di notevole importanza, ma si sa anche che hanno sempre lavorato con una relativa attenzione ai problemi di qualità formativa del personale, ai problemi di turn over e di organizzazione finalizzata alla qualità. Se però, come sembra, per il futuro dovranno lavorare in certificazione di qualità e/o in regime di accreditamento diretto dovranno per forza dotarsi di strumenti professionali idonei e primo fra tutti un apparato professionale di taglio alto. Lo stesso si deve dire per l’enorme numero di aziende e aziendine private che opera nel settore dell’assistenza residenziale magari con una semplice autorizzazione al funzionamento. Ecco quindi accertato che l’alta formazione di cui si parla è importante anche nel nostro settore e guai se i centri e gli istituti di formazione non ne prendono atto e non producono interessanti proposte.

Cosa può fare un corso di alta formazione
Una preparazione degli addetti di professionalità medio alta adeguata ai requisiti attuali dei servizi. Questo è l’ambito in cui porre l’obiettivo di maggior interesse per un corso da inserire nel catalogo. I responsabili intermedi e i professionals sono professionalità non ancora compiute; lo sviluppo che c’è stato in sanità non è nemmeno sfiorato nel nostro settore, quindi, non me ne voglia nessuno, è proprio ora che qualcuno se ne occupi. Magari uscendo un po’ dagli schemi rigidi che alcune regioni hanno imposto in passato creando figure che, non trovando riscontro a livello nazionale, non hanno avuto nello sviluppo della cultura scientifica e nel vissuto pratico e normativo quell’attenzione che meritavano. Siamo arrivati al punto in cui si è capito che un capo intermedio è indispensabile ma nessuno ha idee del tutto chiare su quali siano le sue caratteristiche che meritano di essere codificate. Forse meglio così: viva la libertà di organigramma, si potrebbe dire..! La posizione di capo intermedio ci vuole, come in tutte le aziende, indipendentemente dal prodotto, ma l’esatto contenuto professionale, a maggior ragione il nome, possono essere decisi a livello di azienda. Ecco perché si può essere a favore di un criterio formativo orientato al middle management in senso generale e non a una figura troppo specificamente caratterizzata.

Destinatari e motivazioni
Per management s’intende la guida e la gestione dell’azienda verso obiettivi definiti utilizzando le risorse disponibili e, di solito, viene fatta una distinzione dei manager per livello di responsabilità e autorità in base al quale esiste un Top e un Middle Management. Tutte le aziende, a maggior ragione nei momenti di crisi, hanno bisogno di un “Middle Management” efficiente e preparato.
Nell’ambito ideale del catalogo interregionale dovrebbe esistere uno spazio importante per la crescita culturale e la specializzazione del middle management nel settore socio assistenziale, cioè quegli operatori che hanno responsabilità e autorità su parti dell'azienda (unità organizzative), risponde al top management e occupano posizioni intermedie tra questo e il livello operativo.
Nel catalogo approvato per il 2009/2010, in Emilia Romagna, c’è un corso al quale ha dato un contributo l’associazione ANOSS e che interessa gli operatori di grandi, piccole e medie aziende del settore socio-assistenziale. Nelle motivazioni del corso si ricorda che c’è una perenne necessità di miglioramento della qualità sostanziale e della gestione della customer satisfaction intesa come soddisfazione sia del cliente “consumatore” sia del committente, sia, infine, degli altri stakeholders. Si immagina di dover affrontare un ampio processo di rinnovamento in conseguenza alle modificate richieste per quantità e qualità nelle cure e nelle prestazioni per cui sarà necessaria una riforma globale nel modo di pensare e di gestire.
Uno degli elementi chiave che interviene nella trasformazione organizzativa e culturale sono quei responsabili che hanno il compito di gestire il personale operativo di base. Essi sono chiamati a riflettere sulle motivazioni, i comportamenti e gli atteggiamenti e devono tendere costantemente ad una miglior efficacia organizzativa. Si deve considerare che il capo intermedio nello svolgimento della sua specificità professionale vive permanentemente una doppia esposizione, verso l’alto e verso il basso, nella struttura organizzativa in continuo rimbalzo tra richieste eterogenee, provenienti da due mondi diversi, spesso lontani, se non addirittura opposti e spesso in conflitto. Nel futuro prossimo l’azienda dovrà aprirsi a una molteplicità di punti di vista, tutti importanti, tutti necessari per dare una risposta di qualità complessiva sufficiente e capace di sostenere l’azienda nella pesante sfida competitiva che si sta profilando. Questo l’obiettivo: saper costruire le culture e sollecitare le menti verso gli obiettivi necessari a sostenere la sfida futura dei servizi attraverso la creazione di una nuova leadership professionale connotata da una rafforzata capacità di gestire con equilibrio gli impegni economici e gli obiettivi di qualità sviluppando un plus professionale individuato nella capacità di scoprire, rafforzare e rendere disponibili le risorse immateriali dei collaboratori e proprie lanciate a supporto di un nuovo e più umano concetto di integrazione professionale.

Quali materie mettere in campo

Le materie su cui puntare l’attenzione son quelle di sempre nei corsi di specializzazione delle attività manageriali nel campo dell’assistenza. Sono lo scenario sociale e legislativo in cui si inserisce il lavoro di assistenza; gli aspetti tecnico-medici che influenzano in modo determinante il lavoro di assistenza. Teoria e pratica di organizzazione aziendale. Il controllo economico di gestione. La politica per la qualità e le norme per la qualità. La gestione per processi e la conduzione del personale. La comunicazione e i supporti informatici. Compatibilità tra obiettivi di qualità del servizio e qualità di vita degli operatori. La conduzione del personale in un’azienda di servizi a persone che vivono in disagio aspetti tecnici, sindacali e psicologici. Nuove tecniche quali consueling e coaching.

Con quale taglio culturale
Se in generale le materie sono dei classici quello che deve evolversi è lo sfondo culturale su cui queste materie vengono illustrate. Alcuni autori parlano di “sense making” e la letteratura in merito si orienta a ritenere che la produzione di senso all’interno dell’azienda tenda a de-localizzarsi, dal centro alle periferie; ovvero il senso di ciò che l’azienda realizza appartiene più alla base che al vertice. Il senso si origina attraverso l’azione e l’elaborazione e con un attento presidio dell’azione per tutti i responsabili che devono collaborare in una forma operativa efficace di integrazione. Questa è la linea culturale sulla base della quale si può tracciare un obiettivo formativo nuovo per il middle management delle aziende di servizio ed è ciò che sembra auspicabile. L’augurio è che il “Catalogo di Alta formazione” che è semplicemente al secondo anno, riesca veramente a decollare a livello nazionale e che porti un significativo contributo alla crescita del mondo socio assistenziale. Ciò sia per i contenuti sia per l’importante funzione di collegamento culturale tra le diverse regioni d’Italia.

Un esempio concreto
Come si è detto alcuni dei pensieri suesposti sono ricavati da un esempio concreto che può essere visto sul Portale dell’alta formazione in rete . Il corso si chiama “Il Middle Management nei servizi alla persona”. L’invito è quello di prendere visione di questo e degli altri corsi dello stesso genere presenti nel catalogo e di riproporli in gran numero in tutte le regioni perché l’assistenza deve crescere in qualità e nella consapevolezza che rappresenta oggi, e così ancora per molto tempo, un importante sbocco professionale. E tutti sappiamo se c’è bisogno di lavoro in Italia..!