Diritto all’assistenza e sostenibilità economica; come sarà garantita la qualità in scarsità di risorse?
È ora di rivolgere l’attenzione ai problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e al tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi dello Stato e sempre confermato nelle norme regionali, e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in conseguenza anche della crisi economica che colpisce tutti i settori produttivi.
Non ci sono dubbi, ormai, la crisi dilaga e le manovre, comunque vengano vendute, ridurranno il potere di spesa degli enti e non solo, ridurranno anche le disponibilità economiche dei cittadini. Una qualità di vita mediamente uguale ai primi anni del nuovo secolo probabilmente non sarà possibile. Sappiamo che viene considerata controproducente l’idea di affrontare con pessimismo i problemi, ma in piccola dose è necessario se non altro per contrastare quell’ottimismo infondato che ha coperto gli occhi e la realtà fino a poco fa. La manovra è il momento chiave per capire, in particolare perché ha dato origine ad una levata di scudi unanime, che non ha visto differenze tra regioni di una o di un’altra tendenza politica. Ok, i politici hanno confessato: siamo in crisi e bisogna tagliare! Quindi dire che affrontare la crisi è un problema non è pessimismo, ma senso di realtà, per evitare di camminare verso un guado che non esiste, per trovarci tra poco con l’acqua alla gola!
La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.
Dobbiamo battere l’oscuramento che non consente di percepire il problema nella sua interezza. Norme che stabiliscono diritto all’assistenza, che promuovono un accreditamento proteso ad un miglioramento costante con investimenti e costi di gestione elevati, norme che prefissano la misura della remunerazione dei servizi per un contenimento della spesa, scelte strategiche di egemonia della gestione pubblica a volte smentite dai fatti. Tutto questo ha creato molta confusione, ma dentro a questa “zona d’ombra” vivono e lavorano migliaia di operatori che rischiano la frustrazione per l’incongruenza del rapporto tra risorse e obiettivi. Per questo dobbiamo ribellarci, dobbiamo fare l’inventario delle nostre risorse personali. Ciascun operatore di buona volontà deve chiedersi cosa può dare e insieme cercare di moltiplicare il valore della nostra cultura e della nostra esperienza. La politica ha confessato la sua impotenza e noi non dobbiamo cadere nella trappola che ancora ci viene tesa proprio da chi ha confessato di non farcela più. Noi non cadremo nel giochetto che scarica le responsabilità: lo Stato fa la manovra economica per salvare la pelle e taglia le risorse alle regioni poi dice che malgrado tutto anche stavolta “non ha messo le mani nelle tasche degli Italiani”. Sarebbe ora di finirla con queste fanfaluche. Non hanno messo le mani in tasca perché ormai l’Italiano medio è in mutande e le mutande non le hanno le tasche!
È proprio così. Se non è più possibile prendere è sempre possibile diminuire i servizi. E cos’altro può succedere se non questo? Le regioni hanno meno soldi e faranno meno servizi. Sperare nei risparmi di risorse è pura illusione almeno nel breve termine perché è molto difficile invertire la tendenza allo spreco derivante da inefficienze e azioni clientelari quando non si tratti addirittura di corruzione. Che fare dunque? Ribellarci e costruire una difesa basata sulla nostra competenza e la nostra passione. Il nostro lavoro non deve finire nell’oblio, come un tempo, e i nostri servizi nascosti perché impresentabili. Chiediamo chiarezza. Per esempio chiediamo un’attenzione particolare nell’applicazione delle norme per autorizzazione al funzionamento e accreditamento che incidono sui problemi organizzativi e sulle strutture. Se c’è crisi è difficile pensare di andare in pochi anni a miglioramenti strutturali che richiedono investimenti cospicui e soprattutto è difficile ridurre la densità di un terzo (le stanze a tre che devono diventare a due) e sperare che l’azienda trovi subito un equilibrio economico senza aumentare il prezzo.
Chiarezza, gradualità e tanta capacità di vestire i panni dei gestori e degli operatori. Non si può scaricare su di loro tutto il peso della crisi e sperare anche che contemporaneamente la qualità dei servizi cresca! Chiedere prestazioni superiori a ciò che le risorse possono consentire e reiterare indefinitamente nel tempo la richiesta fa aprire le porte ad una forma di crisi psicologica di massa, infatti, è proprio questa l’origine del burn-out: sentirsi costantemente e inevitabilmente al di sotto di ciò che viene chiesto. Se qualcuno ci chiede di scalare il K2 e mette a disposizione l’attrezzatura per un’escursione amatoriale è chiaro che non si capisce cosa sta succedendo. Se non fossimo consapevoli andremmo dritti verso la morte, ma siccome qualcosa sappiamo ci fermiamo a guardare: qualcosa non va e qualcuno ce lo deve chiarire. Altrimenti si alimenta il timore che l’operazione sia fatta ad arte. Forse alcuni o molti sanno benissimo come stanno le cose e si prendono gioco di chi, di gradino in gradino, sta sotto nella scala della responsabilità fino a fermarsi e puntare il dito contro gli operatori. Da un lato ci viene detto che ci sono dei diritti, che abbiamo di conseguenza degli obblighi, che dobbiamo realizzare servizi sempre migliori, che non devono costare oltre un certo limite, poi ci danno poche risorse, questo perché le risorse non ci sono.. e ci dicono di fare..! così la colpa è degli ultimi: quelli che sono rimasti col cerino in mano perché non c’è più nessuno a cui passarlo. Questo è il massimo della distorsione dietrologica? Forse, ma secondo l’arcinoto aforisma andreottiano, come si dice, “dubitare è peccato, ma spesso ci si azzecca”!
lunedì 9 agosto 2010
Iscriviti a:
Post (Atom)
