La legge 328 è stata approvata nel mese di novembre del 2000, in un momento in cui era già presente e fortemente diffusa una spinta autonomistica localistica da parte di quelle formazioni che aspiravano, così come ancora aspirano oggi, ad un diverso sistema politico basato sul federalismo. La legge interpreta e amplia il dettato costituzionale in materia di assistenza sociale, ma a breve distanza di tempo, durante il medesimo Governo, viene portata a termine una riforma costituzionale.
Sociale Competenza delle RegioniNel nuovo art. 117 cost. vengono elencate le materie di legislazione esclusiva dello Stato e tra queste non figura l’assistenza sociale, che non figura nemmeno tra le materie a legislazione concorrente; quindi, per conseguenza la materia che ci interessa spetta integralmente alle Regioni.
In questo breve cenno storico vale la pena soffermarsi anche su qualche contenuto di grande rilevanza etica prima ancora che giuridica. Ci si è chiesto, in particolare, se con la legge 328 fosse stato individuato un vero e proprio “diritto soggettivo” alle prestazioni, ma sembra che la risposta debba essere negativa. La prima argomentazione è che la definizione formale di diritto compare soltanto per le prestazioni di tipo economico e poi perché, la stessa legge, pone un’importante limitazione all’art. 22 c.2.
In questo articolo si afferma il diritto a beneficiare del sistema integrato di interventi e servizi sociali, quale definito nei “Livelli Essenziali” subordinatamente alle risorse disponibili, riaffermando, in tal modo, un evidente legame tra livelli essenziali e risorse.
Tra gli strumenti per il riordino dei servizi occupa un posto di primo piano la pianificazione. Il Piano Sociale Nazionale ha lo scopo di avviare verso la concretizzazione e lo sviluppo nel tempo dei diritti di cittadinanza con l’indicazione di caratteristiche e requisiti delle prestazioni comprese nel piano. L’ente che pianifica individua le aree del bisogno e fissa i livelli di risposta ritenuti essenziali tenendo conto del contesto di sviluppo sociale, culturale ed economico medio nazionale.
Attualmente si è resa ancor più evidente un’accentuata evoluzione in senso regionalista della politica italiana. Ciò può rappresentare un pericolo rispetto agli obiettivi di garantire uniformità di godimento dei diritti essenziali anche per la difficoltà a mettere in atto, se necessari, provvedimenti basati su poteri sostitutivi. È difficile contrastare le contraddizioni tra leggi regionali e legislazione nazionale e ancor più lo sarebbe un intervento sostitutivo in attività amministrative e che prevedono il potere di disporre atti gestionali.
I contenuti della legge sono di grande portata innovativa, ma non tutte le Regioni hanno legiferato e, quando l’hanno fatto, non sempre hanno sviluppato i principi culturali della 328. Tuttavia non si può affermare, come giudizio tecnico giuridico generale, che tutti i contenuti della 328 siano principi generali come la stessa legge dichiara (Art.1 c.7), ciò non è vero o almeno è incerto a causa dei contenuti della riforma costituzionale. Nella nuova formulazione dell’art. 117 cost. troviamo comunque importanti competenze per lo Stato. Nell’elenco delle materie sottoposte a legislazione concorrente vi è la tutela della salute, quindi è di tutta evidenza che nelle attività sociosanitarie la Regione legifera liberamente, ma tenendo conto dei principi dettati dallo Stato. Infatti nello stesso comma il legislatore costituzionale conclude con l’affermazione che nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. Sempre nell’art. 117 cost. e precisamente al c.2 lett. m) vi è un obbligo di estrema rilevanza per lo Stato: quello di determinare i “Livelli Essenziali delle Prestazioni” concernenti i diritti civili e sociali. Ciò nella materia sociosanitaria è determinante in quanto caratterizza un elemento che non solo deve essere valido su tutto il territorio nazionale e per tutti, ma essendo definito “livelli essenziali” ne determina, proprio per il contenuto di essenzialità, il carattere di diritto esigibile.
Senza polemica, vale la pena di soffermarsi per un attimo sul problema del federalismo fiscale. Più che di un problema giuridico o di scienza delle finanze, si tratta di un problema etico: un federalismo fiscale senza provvedimenti di moderazione in senso solidale potrebbe creare l’impossibilità di rispettare i livelli minimi a livello Italia, nel senso che in qualche territorio potrebbero essere garantiti facilmente e in altri rimanere una chimera.
Oggi si vive una situazione difficile perché a fronte dell’accrescimento dei bisogni c’è una crisi di carattere generale. Siamo in presenza di un aumentato numero degli anziani e d’altro canto c’è stato un processo di apprendimento da parte dei cittadini che adesso hanno maggiori aspettative. Quindi c’è stato un aumento della domanda per quantità e qualità. All’aumento della domanda però fa da sfondo una diffusa scarsità di risorse pubbliche spendibili in questa direzione. Proprio la scarsità di risorse costringe a crescere, a imparare, a fare delle scelte, a ricercare la strada per assicurarsi il miglioramento continuo.
Per quest’opera di miglioramento e di formazione al miglioramento, bisogna poter fare appello alle risorse interne dell’uomo, ma, come si diceva, viviamo un periodo di crisi generale. Non solo crisi economica che prelude a varie difficoltà nello sviluppo del sistema e dei nuovi servizi, ma anche una crisi gestionale dei servizi pubblici troppo invischiati nel fluido della burocrazia e ciò proprio in un momento in cui si richiede flessibilità e capacità ad adattarsi ad un contesto turbolento.
C’è infine un problema dato dalla crisi di legittimazione del sistema politico. Si osserva una distanza, a volte notevole, tra la “Società Politica” e la “Società Civile” e tale distanza sembra aver raggiunto un limite da cui non sembra potersi fare ritorno se non innescando la ricerca e la sperimentazione di forme di partecipazione e rappresentanza innovative e diverse. In sintesi si può dire che oggi si manifesta in tutta la sua drammaticità una grande crisi del modello statalista di gestione che potrebbe essere superato proprio in applicazione dei principi fondanti del nuovo welfare rintracciabili nella 328.
L’elemento portante di tali principi è la nuova concezione che la legge ha introdotto in ciò che concerne il grande problema della regolazione.
Ai fini della regolazione ci sono sostanzialmente due metodi – in qualche modo entrambi insufficienti – che sono la programmazione pubblica e il mercato.
Il carattere teleologico/finalistico della programmazione pubblica è basato su un impianto che si sviluppa in base ai fini per cui si agisce, consente di decidere con scarse informazioni e anche in assenza di informazioni e consente di perseguire anche scelte non ancora politicamente dominanti nonché di lavorare su bisogni inespressi. L’orientamento al “bene pubblico” può far compiere azioni che non assicurano la massimizzazione dell’efficienza/ /efficacia nell’utilizzo delle risorse. Le realizzazioni concrete hanno mostrato alcuni limiti: ad esempio, la comparsa di dinamiche di scambio politico o la prassi di centrare il controllo della spesa pubblica sul fronte dell’offerta che ha spesso portato a condizioni di oligopolio. Da ultimo ma non per rilevanza etica, una gestione centralizzata dei processi ha lasciato poco spazio allo sviluppo del ruolo attivo dell’utente che ha finito per rimanere uno spettatore dei processi di governo del sistema.
Affidarsi al mercato, tuttavia, è altrettanto insufficiente se non altro perché avendo il mercato come principio regolatore la logica del profitto, il sistema mostra difficoltà ad orientare l’azione dei singoli alla realizzazione del bene pubblico.
Gli elementi fondamentali del processo di regolazione previsti dalla 328 sono il Piano di Zona e l’Accreditamento. Non si deve poi trascurare l’altro principio presente nella Legge 328 che è quello della pluralità dell’offerta.
Bene gli stimoli che vengono dall’esternoLa concorrenza come garanzia di qualità è un principio mutuato dalla concezione mercatistica della regolazione. Le aziende producono ciò che il cliente chiede e se un concorrente ha più successo è perché risponde meglio alle richieste così si viene a determinare una corsa, a tutto beneficio dei consumatori, (e degli imprenditori più abili) a trovare il mix ottimale tra qualità (reale e percepita) e costi. È noto che una tale impostazione è tutt’altro che perfetta. Non soddisfa pienamente l’esigenza etica di dare il meglio ai cittadini perché può indurre a comportamenti impropri al solo vantaggio del fornitore. Tuttavia, malgrado questi limiti, la concorrenza è da ascrivere al novero dei fattori di qualità perché non c’è niente di meglio degli stimoli che provengono dall’ esterno e del timore di perdere quota.
Per garantir la qualità, poi, è indispensabile, una programmazione corretta dei servizi. Questo è il principio mutuato dalla concezione statalistica della regolazione. Non si può prescindere da questa, qualunque concezione politica si abbia, perché non si può lasciare al libero mercato l’onere di aggiustare domanda e offerta. C’è di mezzo l’interesse pubblico che può essere interpretato e sintetizzato solo da un sistema di responsabilità pubbliche.
In base a quanto sopra ci si domanda come può essere garantita una sintesi tra metodi di lavoro che hanno tecniche e ispirazione del tutto diverse. La soluzione è una programmazione corretta a carico degli enti pubblici responsabili, ma realizzata con la collaborazione dei produttori, sicuramente coinvolti fin dalla prima fase. Così, tra l’altro, dice in particolare l’art.19 della 328. Dalle previsioni della norma restano esclusi solo i produttori privati profit e per la verità non se ne capisce fino in fondo il senso.
All’accreditamento istituzionale il compito di sviluppare l’adeguamento delle RSA alle nuove esigenze derivanti dal notevole aumento della popolazione anziana unitamente alle relative condizioni di salute, in quanto, offrendo la possibilità di imputare una quota delle retta a carico del SSN, può indurre i gestori ad elevare gli standard di qualità necessari per essere accreditati. Ma le norme regionali tendono a definire l’accreditamento mediante controlli sul possesso di requisiti logistici, strumentali e organizzativi e non aggiungono altri elementi determinanti per la qualità. Un ulteriore miglioramento della qualità assistenziale lo si può raggiungere soltanto puntando sul miglioramento del processo assistenziale e della capacità degli operatori.
Valutare la QUALITÀ nella relazione di aiuto
Non sarà possibile continuare ad affidarsi unicamente alla valutazione degli aspetti logistici e organizzativi destinati a provocare un innalzamento dei costi e si dovrà cercare un diverso principio di evoluzione basato sulla qualità nella relazione di aiuto.
Si tratta di spingersi con l’accreditamento oltre i confini del controllo sugli elementi tradizionali con il preciso scopo di perseguire una qualità più sottile e sostanziale basata sull’effettiva capacità di porre in risalto la qualità professionale tenendo conto che il servizio prodotto è l’esito di un processo di interazione fra operatore e utente.
Ufficio di Piano: Ufficio idoneo? Certo se tutto questo insieme di considerazioni deve transitare attraverso gli Uffici di Piano costituiti all’interno dei comuni che non avevano mai gestito attività così complesse di pianificazione e controllo o agli uffici dei Distretti o delle ASL che non hanno del tutto interesse a sviluppare oltremodo i sistemi di controllo della qualità, viene da domandarsi cosa ne uscirà.
Mettiamo una cornice alla qualità?
È il momento di fare molta attenzione perché con l’accreditamento le Regioni tendono a includere i servizi in una cornice che non permetterà facilmente un’evoluzione positiva della qualità del servizio in futuro.
APPROCCI REGIONALI
Prendiamo l’esempio della regione Emilia Romagna. La Giunta regionale nel febbraio del 2007 approva una delibera sull’accreditamento in cui individua i servizi il cui esercizio è subordinato all’accreditamento e stabilisce le linee guida del processo, rinvia determinazione dei requisiti e procedure. Da qui si arriva all’ultimo atto che è la deliberazione legislativa n°64 del 2008. In questa deliberazione all’art.23 si dispone che la Giunta Regionale stabilisce i requisiti, i criteri, le procedure e i tempi per l’avvio del sistema di accreditamento definitivo dei servizi e delle strutture che erogano prestazioni socio-sanitarie definendo anche il sistema della remunerazione delle prestazioni sulla base di tariffe predeterminate. Con il medesimo provvedimento vengono individuate le condizioni e le procedure da osservarsi per l’accreditamento provvisorio dei servizi e delle strutture che intrattengono rapporti con il Ssr e con gli Enti Locali territoriali.
ACCREDITAMENTO TRANSITORIO a chi già intrattiene rapporti col SSRL’accreditamento transitorio viene concesso a condizione che i gestori delle strutture e dei servizi, che già intrattengono rapporti con il Ssr, siano in possesso dell’autorizzazione, siano disponibili ad accettare il sistema di rimunerazione e siano coerenti con il fabbisogno indicato nella programmazione territoriale. In base all’accreditamento provvisorio si potranno formalizzare i rapporti negoziali (contratti di servizio) con la finalità di garantire maggior qualità e stabilità alle gestioni.
Rischio di blocco e chiusura al nuovo! Cosa nasconde questa idea della stabilità? Miglior qualità? Non necessariamente. Si può osservare che potrebbe anche tramutarsi in un blocco, in una chiusura al nuovo, specie se tra i fini, non dichiarati, ci fosse anche quello di sostenere le Aziende Pubbliche di Servizio: neonate con tanti problemi..! Legittimo sostenere le proprie creature, ma non si deve dimenticare che l’obiettivo finale è il miglioramento delle condizioni di vita degli utenti!
Se l’accreditamento si limita a questo gli utenti dovranno continuare a servirsi dai gestori noti. Si verificherebbe un paradosso: gli utenti cambiano per qualità e quantità e l’accreditamento si propone di fissare un’ulteriore cornice alla qualità? Cerca di avere stabilità nell’offerta sostenendo un concetto favorevole ai monopoli! L’azienda pubblica o privata che ha già intrattenuto rapporti col Ssr viene accreditata entro i limiti della domanda individuata nella pianificazione sulla base prevalente di requisiti logistici e organizzativi, in tal modo il servizio si stabilizza intorno ai produttori a ai livelli di qualità attuali!!?
Due sono gli strumenti che possono evitare i danni evidenti di un monopolio o di un oligopolio: il primo è che si utilizzi una logica di qualità più evoluta nella scelta dei requisiti da valutare e l’altra, di più facile applicazione, che si accrediti fino al doppio dei posti previsti dalla pianificazione così si crea un certo diritto di scelta e una sorta di concorrenza tra gestori. Ai contratti di servizio ovviamente resta il compito del contingentamento delle risorse pubbliche non ammettendo contratti oltre le disponibilità.
Accreditamento del doppio dei posti! Anche la regione Lombardia, con la legge n°3 del 2008, si è occupata di accreditamento (art. 16.) definendolo condizione per sottoscrivere i contratti con i comuni , quindi con soluzione identica a quella dell’Emilia Romagna.
Anche questa legge mostra un criterio discutibile di accreditamento laddove afferma che “il possesso di specifici requisiti strutturali, tecnici, organizzativi, funzionali e di standard di qualità, ulteriori rispetto a quelli previsti per l’esercizio dell’unità di offerta, è condizione per accedere all’accreditamento. Requisiti ulteriori, ma non più evoluti!! È soprattutto il contenuto di questo comma a caratterizzare l’accreditamento della Lombardia. Per essere accreditati bisogna possedere ulteriori requisiti che sono però nell’ambito di quelli che si richiedono per essere autorizzati. Dal che sembra naturale far discendere l’identità che l’accreditamento è una super autorizzazione. Tra tutti gli autorizzati vengono accreditati quelli che possiedono requisiti strutturali, tecnici, organizzativi ecc ulteriori rispetto a quelli richiesti per essere autorizzati!
In conclusione: come si può giungere ad una concezione non burocratica dei controlli se si definiscono i tipi di requisiti e poi se ne stabiliscono due gradi, uno per l’autorizzazione e l’altro per l’accreditamento? Quando mai si comincerà a valutare l’iter di miglioramento degli enti erogatori e la capacità di innovazione e di flessibilità organizzativa ecc. ecc.? Tutta l’innovazione resta di là da venire..!
Dobbiamo riportare la concezione dell’accreditamento alla sua nozione originaria che conteneva le potenzialità per la sintesi politica della qualità dei servizi alla persona. I servizi li può fare chiunque abbia struttura e organizzazione corrispondente ai livelli minimi, ma se vuole accedere ai contributi pubblici deve possedere inoltre, insiti nel sistema gestionale, gli strumenti per il miglioramento continuo.
Occorre rompere con i controlli tradizionali e premiare la propensione al miglioramento. Per fare questo bisogna rompere con la tradizione Italiana dei controlli; bisogna rompere con la burocrazia che sa fare solo misurazioni in metri quadri, in numero di dipendenti e in ore di formazione pur che sia, andando verso controlli attuati in concreto, paragonando il servizio non a un paradigma generale ed astratto, ma a sé stesso in tempi diversi e premiando solo chi mostra una sistematica capacità di migliorare.
BIBLIOGRAFIA
Alessandro Battistella IRS. (2007). Qualità professionale e accreditamento. Gestione innovativa dei servizi socio-assistenziali, sanitari, riabilitativi ed educativi. Pte-Expo Verona: Green Sisteme.
Emanuele Ranci Ortigosa IRS Milano. (2000). Diritti, servizi, benessere. Prospettive sociali e sanitarie .
Giovanni Bertin . (2002). Accreditamento e regolazione dei servizi sociali. Padova: Emme & Erre Libri.
LUISA TORCHIA e altri. (2004). L'amministrazione del welfare fra pubblico e privato. Tratto il giorno maggio 2, 2008 da www.astrid-online.it.
giovedì 22 ottobre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
IL MODELLO INNOVATIVO DELLE R.S.A. IN SARDEGNA
Paola Mele - Direttore Medico RSA Villa San Giuseppe – Milis (OR)
Daniela Solinas – Responsabile Sistema Qualità Fondazione IRAS
Le RSA in Sardegna si sono caratterizzate per il continuo mutamento negli anni della tipologia e presa in carico degli Ospiti da persone non autosufficienti clinicamente stabilizzate a persone in condizioni di elevata intensità sanitaria (situazioni di postacuzie, stati neurovegetativi, stati terminali della vita ecc.).
La RSA “Villa San Giuseppe” si è fatta carico per prima di questa tipologia di Ospiti dando risposte concrete al sistema sociosanitario nell’evitare ricoveri impropri.
La storia
La Fondazione ISTITUTI RIUNITI DI ASSISTENZA SOCIALE (Onlus) nasce nel 1966 dalla fusione della “Casa di Riposo San Giuseppe” e della “Casa dell’Infanzia Gesù Bambino”, enti che di fatto erogavano assistenza ai minori e alle persone anziane fin dal 1943, ed è situata in una zona centrale della Sardegna, nel comune di Milis, in provincia di Oristano.
Da metà degli anni ’80, sotto la guida del Presidente Bruno Vacca, si è trasformata radicalmente dedicandosi esclusivamente all’assistenza alle persone anziane, persone con disabilità e persone svantaggiate in genere, sia autosufficienti che non autosufficienti.
Su un’area di circa 10.000 mq., sono stati recuperati e trasformati tre fabbricati che, raccordati da piazzette, percorsi pedonali, anfiteatro e zone verdi attrezzate, comprendono:
- due strutture socio assistenziali, la Comunità Alloggio “Le Viole” (P.L. 15) destinata a soggetti autosufficienti o parzialmente tali, e la Casa Protetta “Le Camelie” (P.L. 30), destinata a soggetti non autosufficienti con grave compromissione dell’autonomia psico-fisica;
- una struttura sociosanitaria, la R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistenziale) “Villa San Giuseppe” (P.L. 65), prima in Sardegna ad essere costruita, autorizzata al funzionamento e accreditata con il S.S.N. nel 1997.
Nelle strutture prestano la loro attività 119 figure professionali tra medici, psicologi, infermieri, O.S.S., animatori, fisioterapisti, personale alberghiero e amministrativo.
La RSA “Villa San Giuseppe”
La RSA rappresenta la realizzazione dell'impegno di tante persone nella costruzione di un grande progetto.
Collocata al centro del territorio della ASL di Oristano, concorre infatti alla creazione di una rete di servizi sociosanitari in favore delle persone fragili della provincia e per la posizione favorevole accoglie anche persone provenienti da tutta la Sardegna.
La struttura è organizzata e articolata al suo interno in modo da garantire agli Ospiti e agli operatori spazi adeguati e funzionali per tutte le attività previste. La logica che ha dettato l’organizzazione di tutta la logistica è stata quella di ricreare per l’Ospite un ambiente familiare di Casa, e sociale di Comunità. Particolare cura è stata posta quindi nella scelta dei colori e degli arredi. Ogni nucleo viene individuato per il colore predominante: i pavimenti, le pareti, gli arredi, i corrimano, le porte sono tutti coordinati tra loro al fine di dare un senso di appartenenza “domestica” all’Ospite ed evitare quel disorientamento tipico delle persone che si avvicinano alla vita comunitaria.
Gli arredi, pur con caratteristiche tecnologiche avanzatissime (ogni posto letto è tra l’altro dotato di impianto di ossigeno e vuoto), hanno un aspetto domestico e le finiture, in essenze di legno, emanano quel tipico calore “familiare” indispensabile per la serenità degli Ospiti.
È dotata, inoltre, di una grande palestra attrezzata per la riabilitazione motoria attiva e passiva.
È circondata da un parco attrezzato, arredato in modo confortevole. Gli spazi esterni sono stati studiati e realizzati con lo scopo di ricreare, all’interno della Comunità, momenti di aggregazione tipici dei nostri paesi sardi. E’ stata infatti realizzata una piazza (“La piazza del paese nella Comunità”) con un piccolo anfiteatro quale luogo di incontro adibito anche per manifestazioni e attività all’aperto. Un piccolo laghetto con ponticello, zampillo e cascata richiamano un senso di serenità tipico dell’acqua.
E’ stato realizzato il “Giardino dei Sensi” (primo in Sardegna), per rispondere alle complesse esigenze poste in essere quotidianamente dall’ospite e ridurre al minimo lo stress e le tensioni causate dalle demenze.
A chi è rivolta la RSA
La RSA “Villa San Giuseppe” è una struttura residenziale sociosanitaria rivolta prevalentemente a persone in età o fase della vita di prevalente interesse geriatrico che hanno perso l’autonomia nelle attività della vita quotidiana e si trovano in condizioni sanitarie connotate da comorbilità, severità ed instabilità clinica, non tali da richiedere cure intensive ospedaliere. Le persone anziane e talvolta adulte, si trovano in situazione di non autosufficienza per esiti di patologie fisiche, psichiche, sensoriali o miste che per problematiche sanitarie o sociali non possono essere assistite a domicilio. Generalmente l’ospitalità è temporanea con durata da 30 giorni ad un anno, ma possono essere ospitate in maniera anche continuativa quando trattasi di persone in stato neurovegetativo o in fase terminale della vita necessitanti di alta intensità assistenziale. In quest’ottica svolge funzione di struttura residenziale territoriale, intermedia tra l’ospedale e il domicilio assicurando la continuità nel percorso di cura e assistenza a persone non autosufficienti. La RSA garantisce la necessaria integrazione sociosanitaria mediante un approccio globale ai bisogni della persona attraverso una metodologia di tipo multidimensionale (VMD) e interdisciplinare.
Come si accede in RSA
Come stabilito dalle linee di indirizzo emanate dalla Regione Autonoma della Sardegna, alla RSA si accede, previa richiesta formale, tramite il Punto Unico di Accesso (PUA) del Distretto sociosanitario in cui risiede la persona. La richiesta può essere inoltrata dalla persona interessata o un suo familiare, dal Medico di Assistenza Primaria che ha in cura il paziente, dall’Unità Operativa Ospedaliera presso cui la persona si trova ricoverata, dal Servizio Sociale Professionale del Comune di residenza, da altre strutture territoriali residenziali in cui la persona non autosufficiente è ospite.
La richiesta di inserimento viene esaminata da un’apposita équipe interdisciplinare, la “Unità di Valutazione Territoriale” (UVT), che, previa Valutazione Multidimensionale (VMD),definisce la risposta più appropriata per la persona affidandola al servizio della rete territoriale dei servizi sociosanitari. Condizione per l’inserimento in RSA è la “non autosufficienza” in relazione a fattori sanitari, sociali, relazionali e l’impossibilità ad essere assistiti al proprio domicilio. L’UVT definisce un piano assistenziale personalizzato di massima (PAI), con gli obiettivi ed i tempi per la sua attuazione, stabilendo successive verifiche per il proseguimento della permanenza o la sua dimissione.
I servizi
La R.S.A. “Villa San Giuseppe” ha una ricettività di 65 posti letto, suddivisi in 5 nuclei residenziali destinati ad ospitare utenti con simili esigenze assistenziali. La struttura offre diversi servizi, quali:
• assistenza sanitaria generale e specialistica diurna con reperibilità notturna
• assistenza infermieristica
• assistenza riabilitativa motoria, neuromotoria, cognitiva e comportamentale
• attività ricreative, culturali ed occupazionali
• assistenza alberghiera
Tipologia degli Ospiti
La tipologia dei nostri ospiti:
• Lungodegenti dimessi da Unità Operative Ospedaliere di Rianimazione in stato neurovegetativo permanente
• Persone in fase terminale della vita oncologici e non oncologi
• Neurologici con esiti di insulti cerebrali gravi, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica, Parkinson
• Politraumatizzati (soprattutto esiti di fratture di femore e vertebre da cadute accidentali)
• Persone con Malattia di Alzheimer ed altre forme di demenza
• Persone in ventilazione assistita continua (a cui da circa un anno è stato destinato parte di un nucleo)
La tipologia dei nostri ospiti ha subito un continuo mutamento negli anni, da soggetti anziani e non autosufficienti ma clinicamente stabilizzati, a condizioni cliniche con instabilità clinica e con elevata intensità sanitaria come le postacuzie, gli stati neurovegetativi, le insufficienze respiratorie in ventilazione assistita, gli stati terminali della vita, offrendo pertanto prestazioni di Hospice e Lungodegenza.
Nella totalità dei casi si tratta di soggetti affetti da pluripatologie, i cosidetti “soggetti fragili”; ne deriva la necessità di valutare questi soggetti in tutte le loro “dimensioni”. La metodologia della cura e dell’assistenza si basa sulla Presa in carico globale dell’ospite, che viene attuata attraverso la valutazione multidimensionale (VMD), ossia una valutazione interdisciplinare nella quale vengono identificati, descritti e spiegati i molteplici problemi dell’ospite, vengono definite le capacità funzionali, stabilite le necessità assistenziali, sviluppato un piano di trattamento e di cure che si traduce nel progetto assistenziale individuale (PAI), nel quale i differenti interventi sono commisurati ai bisogni ed ai problemi.
Il modello assistenziale adottato è pertanto di tipo personalizzato, basato sull’individuazione degli obiettivi, la logica dei progetti, e la verifica dei risultati. La personalizzazione degli interventi si esplica nel PAI che indica il percorso proposto per ciascun ospite, gli obiettivi, gli strumenti e i tempi.
La VMD utilizza come strumenti delle scale di valutazione validate a livello internazionale che permettono di quantificare la funzione indagata e di standardizzare i risultati, rendendoli confrontabili e monitorabili nel tempo.
Alla VMD partecipa un’équipe interdisciplinare, formata dalle diverse figure professionali operanti nella RSA.
Entro i primi 10 giorni dall’inserimento l’équipe interdisciplinare si riunisce nella Unità Operativa Interna (U.O.I.) e dalla valutazione di tutte le informazioni, scaturisce il Piano Assistenziale Individuale.
Periodicamente il PAI viene sottoposto a verifiche e ricalibrato sui bisogni e le condizioni dell’Ospite.
L’organizzazione
Nell’intento di mantenere gli standard di qualità raggiunti e percepiti dagli utenti, la Fondazione ha intrapreso, nel 2004, il percorso della certificazione di qualità, in base ai requisiti della norma UNI EN ISO 9001:2000 con riferimento specifico all’ Erogazione di servizi sociosanitari e riabilitativi in Residenza Sanitaria Assistenziale (R.S.A.) e socio-assistenziali in Casa Protetta e Comunità Alloggio.
L’obiettivo raggiunto rappresenta l’assunzione di impegno nei confronti dei nostri Ospiti, loro familiari e degli Enti Pubblici di riferimento, mirata a:
• una sempre maggiore affidabilità nell’erogazione dei servizi;
• l’erogazione dell’assistenza centrata sui bisogni dell’Ospite;
• la riqualificazione e aggiornamento continuo e costante del personale operante nella Fondazione;
• la difesa dei diritti dell’Utente;
• il miglioramento dell’immagine e della reputazione;
• l’oculata gestione economica.
Per garantire l’adempimento di impegni di tale portata, la Fondazione ha fatto sua l’organizzazione per la qualità adottandola quale modello di riferimento per lo svolgimento di tutti i processi aziendali, fissando di volta in volta obiettivi-sfida da raggiungere nell’ottica del miglioramento continuo e operando anche per dare effettiva realizzazione a quei principi normativi che prevedono forme di collaborazione degli Enti Locali nella verifica della qualità dei servizi e della soddisfazione degli utenti, nonché forme di coinvolgimento delle Associazioni di volontariato, delle Associazioni sindacali, delle altre formazioni sociali portatrici di istanze dell'utenza.
IL Sistema Atl@nte
Per la gestione dei servizi alla persona e per la VMD viene utilizzato lo strumento informatico “Sistema Atl@nte” che permette di gestire l’informazione sullo stato di salute della persona (intesa in senso globale nelle aree funzionale, sanitaria, cognitiva e sociale), di attuare progetti personalizzati, monitorabili e rivalutabili nel tempo, passando da un’organizzazione di lavoro orientata alle prestazioni ad una orientata ai risultati.
Il sistema permette di raccogliere, mantenendo la storicità del dato, i test di valutazione utilizzati, rielaborare i dati raccolti ed effettuare delle macro analisi, generare dei documenti di sintesi. Attraverso Il sistema Atl@nte si ha la possibilità di valutare anche la qualità dei servizi attraverso una serie di indicatori di qualità, quali:
- La tempestività della presa in carico che prevede la VMD e la definizione del PAI entro 10 giorni dall’inserimento
- L’attivazione della fisiochinesiterapia entro tre giorni dall’inserimento
- Lo sviluppo di lesioni da decubito nei soggetti ad alto rischio, la riduzione del rischio, il miglioramento del grado della lesione
- La valutazione del miglioramento funzionale nelle diverse dimensioni dell’Indice di Barthel.
Alcuni dati
Prevalgono gli ospiti anziani (69%) con grosse percentuali di “grandi anziani”( 33%), anche se un buon 23% riguarda persone al di sotto dei 64 anni.
Per quanto riguarda il profilo sociosanitario degli ospiti solo il 23% risulta stabile o moderatamente stabile, il restante 77% è costituito da persone con instabilità clinica più o meno intesa; il grado di autosufficienza è molto ridotto (quasi la totalità degli Ospiti mostra una dipendenza nelle attività di base della vita quotidiana pressoché totale).
Il Giardino dei Sensi
La sua realizzazione ha solo potenziato il significato ed il valore di un'organizzazione ambientale di vita già presente all'interno della struttura e sentita come indispensabile, perchè facilitante e non inibente il movimento del paziente, che deve esprimersi senza limiti o pericoli. Ma il Giardino dei Sensi rappresenta anche lo spazio in cui ripristinare un contatto con la natura, il piacere della libertà e tutto questo vuol dire opporsi con forza all'idea di una RSA solo come luogo contenitivo.
Il concetto di base del “Giardino dei Sensi” è che esso deve rappresentare un percorso guidato, all'interno del quale le persone affette da demenza possono muoversi liberamente, senza pericoli, in vialetti pavimentati oppure in spazi verdi, senza alcun tipo di ostacolo, e caratterizzato da un buon numero di panchine e corrimani. La guida ideale è rappresentata dalla natura: chi lo frequenta e vi sosta entra, infatti, in contatto con i diversi colori e aromi delle varie specie di piante presenti. Facilità d’orientamento, sicurezza, libertà di movimento, privacy e serenità, stimolazione sensoriale, sperimentazione terapeutica, sono i principi fondatori di un progetto valido.
I suoi punti di forza sono:
• il colore, in cui viene stimolata la percezione visiva attraverso i contrasti cromatici della vegetazione caratterizzate da piante selezionate per garantirne la presenza in ogni periodo dell’anno;
• il gusto, l’olfatto e il tatto che comprendono due zone, di cui una destinata alla cura della persona, che viene effettuata passeggiando e sostando in quello che tecnicamente viene chiamato giardino riflesso; la seconda dove è possibile coltivare piante e fiori che aiutano l’ospite a prendersi nuovamente cura di ciò che gli sta intorno: ortoterapia.
Il risultato raggiunto è stato quello di aver creato un luogo dove l’ospite può avvalersi di diversi stimoli, seguire esperienze interattive, maturare delle conoscenze, apprendere rilassandosi o svagandosi semplicemente.
Daniela Solinas – Responsabile Sistema Qualità Fondazione IRAS
Le RSA in Sardegna si sono caratterizzate per il continuo mutamento negli anni della tipologia e presa in carico degli Ospiti da persone non autosufficienti clinicamente stabilizzate a persone in condizioni di elevata intensità sanitaria (situazioni di postacuzie, stati neurovegetativi, stati terminali della vita ecc.).
La RSA “Villa San Giuseppe” si è fatta carico per prima di questa tipologia di Ospiti dando risposte concrete al sistema sociosanitario nell’evitare ricoveri impropri.
La storia
La Fondazione ISTITUTI RIUNITI DI ASSISTENZA SOCIALE (Onlus) nasce nel 1966 dalla fusione della “Casa di Riposo San Giuseppe” e della “Casa dell’Infanzia Gesù Bambino”, enti che di fatto erogavano assistenza ai minori e alle persone anziane fin dal 1943, ed è situata in una zona centrale della Sardegna, nel comune di Milis, in provincia di Oristano.
Da metà degli anni ’80, sotto la guida del Presidente Bruno Vacca, si è trasformata radicalmente dedicandosi esclusivamente all’assistenza alle persone anziane, persone con disabilità e persone svantaggiate in genere, sia autosufficienti che non autosufficienti.
Su un’area di circa 10.000 mq., sono stati recuperati e trasformati tre fabbricati che, raccordati da piazzette, percorsi pedonali, anfiteatro e zone verdi attrezzate, comprendono:
- due strutture socio assistenziali, la Comunità Alloggio “Le Viole” (P.L. 15) destinata a soggetti autosufficienti o parzialmente tali, e la Casa Protetta “Le Camelie” (P.L. 30), destinata a soggetti non autosufficienti con grave compromissione dell’autonomia psico-fisica;
- una struttura sociosanitaria, la R.S.A. (Residenza Sanitaria Assistenziale) “Villa San Giuseppe” (P.L. 65), prima in Sardegna ad essere costruita, autorizzata al funzionamento e accreditata con il S.S.N. nel 1997.
Nelle strutture prestano la loro attività 119 figure professionali tra medici, psicologi, infermieri, O.S.S., animatori, fisioterapisti, personale alberghiero e amministrativo.
La RSA “Villa San Giuseppe”
La RSA rappresenta la realizzazione dell'impegno di tante persone nella costruzione di un grande progetto.
Collocata al centro del territorio della ASL di Oristano, concorre infatti alla creazione di una rete di servizi sociosanitari in favore delle persone fragili della provincia e per la posizione favorevole accoglie anche persone provenienti da tutta la Sardegna.
La struttura è organizzata e articolata al suo interno in modo da garantire agli Ospiti e agli operatori spazi adeguati e funzionali per tutte le attività previste. La logica che ha dettato l’organizzazione di tutta la logistica è stata quella di ricreare per l’Ospite un ambiente familiare di Casa, e sociale di Comunità. Particolare cura è stata posta quindi nella scelta dei colori e degli arredi. Ogni nucleo viene individuato per il colore predominante: i pavimenti, le pareti, gli arredi, i corrimano, le porte sono tutti coordinati tra loro al fine di dare un senso di appartenenza “domestica” all’Ospite ed evitare quel disorientamento tipico delle persone che si avvicinano alla vita comunitaria.
Gli arredi, pur con caratteristiche tecnologiche avanzatissime (ogni posto letto è tra l’altro dotato di impianto di ossigeno e vuoto), hanno un aspetto domestico e le finiture, in essenze di legno, emanano quel tipico calore “familiare” indispensabile per la serenità degli Ospiti.
È dotata, inoltre, di una grande palestra attrezzata per la riabilitazione motoria attiva e passiva.
È circondata da un parco attrezzato, arredato in modo confortevole. Gli spazi esterni sono stati studiati e realizzati con lo scopo di ricreare, all’interno della Comunità, momenti di aggregazione tipici dei nostri paesi sardi. E’ stata infatti realizzata una piazza (“La piazza del paese nella Comunità”) con un piccolo anfiteatro quale luogo di incontro adibito anche per manifestazioni e attività all’aperto. Un piccolo laghetto con ponticello, zampillo e cascata richiamano un senso di serenità tipico dell’acqua.
E’ stato realizzato il “Giardino dei Sensi” (primo in Sardegna), per rispondere alle complesse esigenze poste in essere quotidianamente dall’ospite e ridurre al minimo lo stress e le tensioni causate dalle demenze.
A chi è rivolta la RSA
La RSA “Villa San Giuseppe” è una struttura residenziale sociosanitaria rivolta prevalentemente a persone in età o fase della vita di prevalente interesse geriatrico che hanno perso l’autonomia nelle attività della vita quotidiana e si trovano in condizioni sanitarie connotate da comorbilità, severità ed instabilità clinica, non tali da richiedere cure intensive ospedaliere. Le persone anziane e talvolta adulte, si trovano in situazione di non autosufficienza per esiti di patologie fisiche, psichiche, sensoriali o miste che per problematiche sanitarie o sociali non possono essere assistite a domicilio. Generalmente l’ospitalità è temporanea con durata da 30 giorni ad un anno, ma possono essere ospitate in maniera anche continuativa quando trattasi di persone in stato neurovegetativo o in fase terminale della vita necessitanti di alta intensità assistenziale. In quest’ottica svolge funzione di struttura residenziale territoriale, intermedia tra l’ospedale e il domicilio assicurando la continuità nel percorso di cura e assistenza a persone non autosufficienti. La RSA garantisce la necessaria integrazione sociosanitaria mediante un approccio globale ai bisogni della persona attraverso una metodologia di tipo multidimensionale (VMD) e interdisciplinare.
Come si accede in RSA
Come stabilito dalle linee di indirizzo emanate dalla Regione Autonoma della Sardegna, alla RSA si accede, previa richiesta formale, tramite il Punto Unico di Accesso (PUA) del Distretto sociosanitario in cui risiede la persona. La richiesta può essere inoltrata dalla persona interessata o un suo familiare, dal Medico di Assistenza Primaria che ha in cura il paziente, dall’Unità Operativa Ospedaliera presso cui la persona si trova ricoverata, dal Servizio Sociale Professionale del Comune di residenza, da altre strutture territoriali residenziali in cui la persona non autosufficiente è ospite.
La richiesta di inserimento viene esaminata da un’apposita équipe interdisciplinare, la “Unità di Valutazione Territoriale” (UVT), che, previa Valutazione Multidimensionale (VMD),definisce la risposta più appropriata per la persona affidandola al servizio della rete territoriale dei servizi sociosanitari. Condizione per l’inserimento in RSA è la “non autosufficienza” in relazione a fattori sanitari, sociali, relazionali e l’impossibilità ad essere assistiti al proprio domicilio. L’UVT definisce un piano assistenziale personalizzato di massima (PAI), con gli obiettivi ed i tempi per la sua attuazione, stabilendo successive verifiche per il proseguimento della permanenza o la sua dimissione.
I servizi
La R.S.A. “Villa San Giuseppe” ha una ricettività di 65 posti letto, suddivisi in 5 nuclei residenziali destinati ad ospitare utenti con simili esigenze assistenziali. La struttura offre diversi servizi, quali:
• assistenza sanitaria generale e specialistica diurna con reperibilità notturna
• assistenza infermieristica
• assistenza riabilitativa motoria, neuromotoria, cognitiva e comportamentale
• attività ricreative, culturali ed occupazionali
• assistenza alberghiera
Tipologia degli Ospiti
La tipologia dei nostri ospiti:
• Lungodegenti dimessi da Unità Operative Ospedaliere di Rianimazione in stato neurovegetativo permanente
• Persone in fase terminale della vita oncologici e non oncologi
• Neurologici con esiti di insulti cerebrali gravi, Sclerosi Multipla, Sclerosi Laterale Amiotrofica, Parkinson
• Politraumatizzati (soprattutto esiti di fratture di femore e vertebre da cadute accidentali)
• Persone con Malattia di Alzheimer ed altre forme di demenza
• Persone in ventilazione assistita continua (a cui da circa un anno è stato destinato parte di un nucleo)
La tipologia dei nostri ospiti ha subito un continuo mutamento negli anni, da soggetti anziani e non autosufficienti ma clinicamente stabilizzati, a condizioni cliniche con instabilità clinica e con elevata intensità sanitaria come le postacuzie, gli stati neurovegetativi, le insufficienze respiratorie in ventilazione assistita, gli stati terminali della vita, offrendo pertanto prestazioni di Hospice e Lungodegenza.
Nella totalità dei casi si tratta di soggetti affetti da pluripatologie, i cosidetti “soggetti fragili”; ne deriva la necessità di valutare questi soggetti in tutte le loro “dimensioni”. La metodologia della cura e dell’assistenza si basa sulla Presa in carico globale dell’ospite, che viene attuata attraverso la valutazione multidimensionale (VMD), ossia una valutazione interdisciplinare nella quale vengono identificati, descritti e spiegati i molteplici problemi dell’ospite, vengono definite le capacità funzionali, stabilite le necessità assistenziali, sviluppato un piano di trattamento e di cure che si traduce nel progetto assistenziale individuale (PAI), nel quale i differenti interventi sono commisurati ai bisogni ed ai problemi.
Il modello assistenziale adottato è pertanto di tipo personalizzato, basato sull’individuazione degli obiettivi, la logica dei progetti, e la verifica dei risultati. La personalizzazione degli interventi si esplica nel PAI che indica il percorso proposto per ciascun ospite, gli obiettivi, gli strumenti e i tempi.
La VMD utilizza come strumenti delle scale di valutazione validate a livello internazionale che permettono di quantificare la funzione indagata e di standardizzare i risultati, rendendoli confrontabili e monitorabili nel tempo.
Alla VMD partecipa un’équipe interdisciplinare, formata dalle diverse figure professionali operanti nella RSA.
Entro i primi 10 giorni dall’inserimento l’équipe interdisciplinare si riunisce nella Unità Operativa Interna (U.O.I.) e dalla valutazione di tutte le informazioni, scaturisce il Piano Assistenziale Individuale.
Periodicamente il PAI viene sottoposto a verifiche e ricalibrato sui bisogni e le condizioni dell’Ospite.
L’organizzazione
Nell’intento di mantenere gli standard di qualità raggiunti e percepiti dagli utenti, la Fondazione ha intrapreso, nel 2004, il percorso della certificazione di qualità, in base ai requisiti della norma UNI EN ISO 9001:2000 con riferimento specifico all’ Erogazione di servizi sociosanitari e riabilitativi in Residenza Sanitaria Assistenziale (R.S.A.) e socio-assistenziali in Casa Protetta e Comunità Alloggio.
L’obiettivo raggiunto rappresenta l’assunzione di impegno nei confronti dei nostri Ospiti, loro familiari e degli Enti Pubblici di riferimento, mirata a:
• una sempre maggiore affidabilità nell’erogazione dei servizi;
• l’erogazione dell’assistenza centrata sui bisogni dell’Ospite;
• la riqualificazione e aggiornamento continuo e costante del personale operante nella Fondazione;
• la difesa dei diritti dell’Utente;
• il miglioramento dell’immagine e della reputazione;
• l’oculata gestione economica.
Per garantire l’adempimento di impegni di tale portata, la Fondazione ha fatto sua l’organizzazione per la qualità adottandola quale modello di riferimento per lo svolgimento di tutti i processi aziendali, fissando di volta in volta obiettivi-sfida da raggiungere nell’ottica del miglioramento continuo e operando anche per dare effettiva realizzazione a quei principi normativi che prevedono forme di collaborazione degli Enti Locali nella verifica della qualità dei servizi e della soddisfazione degli utenti, nonché forme di coinvolgimento delle Associazioni di volontariato, delle Associazioni sindacali, delle altre formazioni sociali portatrici di istanze dell'utenza.
IL Sistema Atl@nte
Per la gestione dei servizi alla persona e per la VMD viene utilizzato lo strumento informatico “Sistema Atl@nte” che permette di gestire l’informazione sullo stato di salute della persona (intesa in senso globale nelle aree funzionale, sanitaria, cognitiva e sociale), di attuare progetti personalizzati, monitorabili e rivalutabili nel tempo, passando da un’organizzazione di lavoro orientata alle prestazioni ad una orientata ai risultati.
Il sistema permette di raccogliere, mantenendo la storicità del dato, i test di valutazione utilizzati, rielaborare i dati raccolti ed effettuare delle macro analisi, generare dei documenti di sintesi. Attraverso Il sistema Atl@nte si ha la possibilità di valutare anche la qualità dei servizi attraverso una serie di indicatori di qualità, quali:
- La tempestività della presa in carico che prevede la VMD e la definizione del PAI entro 10 giorni dall’inserimento
- L’attivazione della fisiochinesiterapia entro tre giorni dall’inserimento
- Lo sviluppo di lesioni da decubito nei soggetti ad alto rischio, la riduzione del rischio, il miglioramento del grado della lesione
- La valutazione del miglioramento funzionale nelle diverse dimensioni dell’Indice di Barthel.
Alcuni dati
Prevalgono gli ospiti anziani (69%) con grosse percentuali di “grandi anziani”( 33%), anche se un buon 23% riguarda persone al di sotto dei 64 anni.
Per quanto riguarda il profilo sociosanitario degli ospiti solo il 23% risulta stabile o moderatamente stabile, il restante 77% è costituito da persone con instabilità clinica più o meno intesa; il grado di autosufficienza è molto ridotto (quasi la totalità degli Ospiti mostra una dipendenza nelle attività di base della vita quotidiana pressoché totale).
Il Giardino dei Sensi
La sua realizzazione ha solo potenziato il significato ed il valore di un'organizzazione ambientale di vita già presente all'interno della struttura e sentita come indispensabile, perchè facilitante e non inibente il movimento del paziente, che deve esprimersi senza limiti o pericoli. Ma il Giardino dei Sensi rappresenta anche lo spazio in cui ripristinare un contatto con la natura, il piacere della libertà e tutto questo vuol dire opporsi con forza all'idea di una RSA solo come luogo contenitivo.
Il concetto di base del “Giardino dei Sensi” è che esso deve rappresentare un percorso guidato, all'interno del quale le persone affette da demenza possono muoversi liberamente, senza pericoli, in vialetti pavimentati oppure in spazi verdi, senza alcun tipo di ostacolo, e caratterizzato da un buon numero di panchine e corrimani. La guida ideale è rappresentata dalla natura: chi lo frequenta e vi sosta entra, infatti, in contatto con i diversi colori e aromi delle varie specie di piante presenti. Facilità d’orientamento, sicurezza, libertà di movimento, privacy e serenità, stimolazione sensoriale, sperimentazione terapeutica, sono i principi fondatori di un progetto valido.
I suoi punti di forza sono:
• il colore, in cui viene stimolata la percezione visiva attraverso i contrasti cromatici della vegetazione caratterizzate da piante selezionate per garantirne la presenza in ogni periodo dell’anno;
• il gusto, l’olfatto e il tatto che comprendono due zone, di cui una destinata alla cura della persona, che viene effettuata passeggiando e sostando in quello che tecnicamente viene chiamato giardino riflesso; la seconda dove è possibile coltivare piante e fiori che aiutano l’ospite a prendersi nuovamente cura di ciò che gli sta intorno: ortoterapia.
Il risultato raggiunto è stato quello di aver creato un luogo dove l’ospite può avvalersi di diversi stimoli, seguire esperienze interattive, maturare delle conoscenze, apprendere rilassandosi o svagandosi semplicemente.
La RSA come modello di cura intermedia - di Roberta Sassu
L’allungamento della speranza di vita, insieme alla riduzione delle nascite, stanno cambiando profondamente il quadro demografico italiano, comportando una revisione razionale della distribuzione delle risorse sociali e sanitarie, al fine di venire incontro alle nuove necessità. Sempre più il sistema sanitario basato sull’ospedale come unico centro dove si affrontano tutti i problemi che hanno a che fare, direttamente o indirettamente con la salute, si rivela inadeguato alle esigenze peculiari di un numero crescente di anziani.
Il fenomeno dell’invecchiamento sta assumendo dimensioni sempre maggiori e l’Italia si colloca al primo posto nel mondo per percentuale di popolazione anziana, in cui la proporzione degli ultrasessantacinquenni (18,1%) ha superato quella dei ragazzi con meno di 15 anni (15%). Ci troviamo sempre più nella necessità di far fronte a nuove patologie, che sono diventate particolarmente gravose per i bilanci sanitari nazionali (scompenso cardiaco, diabete, demenze, artropatie) che condizionano l’insorgere di disabilità e il conseguente ricovero in residenze per anziani.
Ne scaturisce l’esigenza di costruire una Rete di Servizi di Assistenza Continuativa, fortemente integrata, in cui realizzare progetti di assistenza differenziati. La programmazione in questa direzione nasce dall’esigenza comune di creare servizi che siano in grado di prendersi cura degli anziani fragili, cioè di quei soggetti di età avanzata o molto avanzata, cronicamente affetti da patologie multiple, con stato di salute instabile, frequentemente disabili. In pratica è utile pensare alla fragilità come una condizione di rischio di un rapido deterioramento dello stato di salute e funzionale che non presuppone, ma nemmeno esclude, la coesistenza di disabilità nelle attività della vita quotidiana.
Emergono pertanto due aspetti qualitativi della risposta assistenziale: alta integrazione e duttilità della risposta rispetto all’articolarsi dei bisogni. Il modello organizzativo basato sulla valutazione multidimensionale del paziente rappresenta la risposta concreta alla domanda di prestazioni socio-sanitarie essenziali alla tutela dell’autonomia funzionale e alla prevenzione della non autosufficienza della persona.
In armonia con il Piano Regionale dei Servizi Sociali e Sanitari della Regione Sardegna, la RSA Mons. Virgilio Angioni si pone l’obiettivo di permettere ai cittadini di trovare risposta ai propri bisogni di salute nel territorio di appartenenza, luogo nel quale si realizza concretamente l’integrazione fra il sistema dei servizi sociali e quello dei servizi sanitari.
Uno studio longitudinale sull’utenza dell’RSA “Mons. Angioni”
Scopo di tale lavoro è quello di mostrare il repentino mutamento dell’utenza nell’ultimo anno al fine di riflettere sulle trasformazioni in atto per una ridefinizione dei servizi e del ruolo delle RSA.
I dati del nostro studio si riferiscono agli ospiti dell’RSA “Mons. Angioni” nel periodo compreso tra settembre 2007 e settembre 2008. Il campione è costituito da 192pazienti assistiti presso l’RSA “Monsignor V. Angioni” nel periodo considerato; le variabili analizzate hanno riguardato la durata della degenza, la provenienza, il motivo della dimissione, il successivo percorso assistenziale alla dimissione, la provenienza dei pazienti dimessi, le principali patologie ed i profili assistenziali associati a ciascun paziente.
Dei 192 pazienti considerati nell’indagine, 25 erano già presenti in struttura da prima del settembre 2007 e 167 hanno avuto accesso in RSA nell’arco temporale suddetto. Di questi ultimi, 68 pazienti sono ancora presenti in RSA, mentre i restanti 99 sono usciti con differenti causali di dimissione (decesso, ricovero in ospedale per aggravamento delle condizioni cliniche, rientro presso il proprio domicilio, trasferimento presso strutture socio-assistenziali quali case protette o comunità alloggio).
Quest’ultimo dato testimonia del forte turn over presente all’interno di questa RSA di pazienti che, dopo un periodo medio di degenza di circa 3 mesi, durante il quale vengono loro fornite le prestazioni socio-sanitarie di cui necessitano e che non potevano più essere fornite all’interno dei luoghi di provenienza (per carenza dell’ADI, carenza di posti letto e conseguente necessità di dimissione dagli ospedali, dalle rianimazioni, dalle cliniche private/lungodegenze), vengono quindi dimessi dalla RSA per essere ricollocati in maniera spesso più adeguata all’interno della rete dei servizi, privilegiando il rientro al domicilio e, laddove questo non risulti possibile per la carenza di una solida struttura socio-familiare di riferimento o a causa di un’assistenza domiciliare carente, individuando delle strutture socio-assistenziali adeguate in grado di accoglierli.
Un dato interessante è rappresentato dalla provenienza dei pazienti inseriti in RSA: per il 66% provenienti dal settore ospedaliero (ospedale per acuti 28%, rianimazione 5%, lungodegenza ospedaliera 31%, hospice 2%) e per il 34% provenienti dal territorio (domicilio 21%, casa protetta 2%, comunità alloggio 2%, altre RSA 4%, centro di riabilitazione 5%).
Se da un lato la RSA ha favorito la dimissione ospedaliera (con notevole risparmio per la ASL), dall’altro, e sempre più frequentemente nel corso del periodo considerato, si trova nella condizione di dover fronteggiare problematiche sanitarie di pazienti affetti da gravi patologie e altamente instabili da un punto di vista clinico (Scala di Bernardini > 4, con necessità di monitoraggio clinico pluriquotidiano), per i quali non è auspicabile alcun tipo di dimissione, se non per ricovero in ospedale (19% dei casi, a fronte del 33% di pazienti provenienti dagli stessi ospedali e del 31% dalle lungodegenze) o per decesso (accompagnamento alla morte). Si precisa, infatti, che la degenza media dei 30 pazienti deceduti nell’arco temporale di riferimento è di 46,6 giorni.
Motivo dimissione
DECESSO...............30
RIENTRO A DOMICILIO...37
RICOVERO IN OSPEDALE..19
TRASFERIMENTO.........13
Totale................99
Provenienza
RSA...........................7
CASA PROTETTA.................4
DOMICILIO....................41
OSPEDALE PER ACUTI...........53
OSP. RIANIMAZIONE.............9
LUNGODEGENZA OSPEDALIERA.....61
CENTRO di RIABILITAZIONE.....10
COMUNITA' ALLOGGIO............3
HOSPICE.......................4
Totale..................... 192
Un altro dato interessante è rappresentato dalla dimissione del paziente verso il proprio domicilio, a dimostrazione del fatto di come l’RSA non rappresenti il luogo del ricovero definitivo o luogo in cui attendere l’exitus, ma al contrario rappresenti una struttura che assolve la funzione di continuità assistenziale e terapeutica della persona in situazione di fragilità. Diminuiscono i periodi di degenza, che risultano circoscritti e finalizzati al completamento di cicli di cure sanitarie e riabilitative iniziate in altre strutture della rete socio-sanitaria ed alla stabilizzazione delle condizioni cliniche per facilitare un rientro presso il proprio domicilio.
Il dato risulta ancora più singolare se si considera che per il 66% i pazienti del campione considerato provenivano da strutture della rete ospedaliera (hospice 2%; lungodegenza ospedaliera 31 %; reparti di rianimazione 5%; ospedale per acuti 28%) e per il 34% dal territorio (21% domicilio; 2% casa protetta; 4% altre RSA; 2% comunità alloggio; 5% centri di riabilitazione).
In questa prospettiva l’RSA diventa per l’utente e la sua famiglia un luogo di passaggio, vissuta non più come punto di arrivo, ma come un transito verso un traguardo che, per quanto a volte complesso, è sempre auspicato: il rientro a domicilio.
Cambia in tal senso anche il lavoro dell’équipe multidisciplinare che, nella definizione del PAI deve progettare un intervento che contenga al suo interno i presupposti per un ritorno.
L’analisi delle causali di dimissione evidenzia proprio una prevalenza del rientro al domicilio. Tra le altre cause di dimissione, una è rappresentata dal trasferimento verso altre strutture della rete socio-assistenziale, quali in particolare case protette, comunità alloggio o centri diurni. Si tratta di utenti che, a fronte di un miglioramento o una stabilizzazione delle proprie condizioni cliniche e funzionali e per i quali non si prospettano le condizioni per un rientro al proprio domicilio (assenza di una rete di supporto familiare e sociale, presenza di barriere architettoniche, ecc.), optano per l’inserimento in strutture assistenziali con minore valenza sanitaria.
Volendo indagare più nel dettaglio il percorso assistenziale affrontato dai pazienti che nel periodo di riferimento sono transitati presso questa RSA e poi dimessi, possiamo osservare come, nel caso dei pazienti qui deceduti, la struttura sanitaria di provenienza fosse nel 45% dei casi l’ospedale per acuti, nell’8% dei casi il reparto di rianimazione, nel 35% dei casi la lungodegenza ospedaliera e nel 12% dei casi il centro di riabilitazione. Inoltre si trattava di pazienti inseriti in RSA con Profili Ass.li 1-2-3-4-5 (43% dei casi) e A.14 (57% dei casi).
Nel caso dei pazienti dimessi per far rientro al proprio domicilio, il 47% proveniva dallo stesso domicilio, il 21% dall’ospedale per acuti, il 24% dalle lungodegenze ospedaliere e l’8% da altre RSA del territorio.
Nel caso dei pazienti ricoverati in ospedale (dimessi dall’RSA per il superamento del decimo giorno di ricovero), il 50% proveniva dallo stesso ospedale (6% rianimazione, 44% divisione ospedaliera), il 39% dalle lungodegenze ospedaliere e l’11% dal domicilio.
Infine, i pazienti dimessi dalla RSA per proseguire il loro percorso assistenziale in altre strutture socio-assistenziali della rete dei servizi (case protette, comunità alloggio e centri diurni), provenivano per il 55% dalle lungodegenze ospedaliere, per il 15% dall’ospedale per acuti, per il 15% dal domicilio e per il 15% da altre strutture (RSA o case protette).
Un dato osservato, seppur solo a livello empirico si riferisce ad un aumento dei decessi dei nostri utenti durante il ricovero, contestualmente ad una diminuzione degli invii in ospedale a cui fa seguito la morte del paziente. Volendo indagare sulle possibili motivazioni di questo dato, una potrebbe essere rappresentata da una diminuzione di accanimento terapeutico oltre che della diminuzione della scelta da parte dei familiari dell’ospite di un’eccessiva medicalizzazione nelle fasi terminali di vita; a questo va aggiunto il ruolo sempre più peculiare che l’RSA svolge come struttura di accompagnamento alla morte.
Il fenomeno dell’invecchiamento sta assumendo dimensioni sempre maggiori e l’Italia si colloca al primo posto nel mondo per percentuale di popolazione anziana, in cui la proporzione degli ultrasessantacinquenni (18,1%) ha superato quella dei ragazzi con meno di 15 anni (15%). Ci troviamo sempre più nella necessità di far fronte a nuove patologie, che sono diventate particolarmente gravose per i bilanci sanitari nazionali (scompenso cardiaco, diabete, demenze, artropatie) che condizionano l’insorgere di disabilità e il conseguente ricovero in residenze per anziani.
Ne scaturisce l’esigenza di costruire una Rete di Servizi di Assistenza Continuativa, fortemente integrata, in cui realizzare progetti di assistenza differenziati. La programmazione in questa direzione nasce dall’esigenza comune di creare servizi che siano in grado di prendersi cura degli anziani fragili, cioè di quei soggetti di età avanzata o molto avanzata, cronicamente affetti da patologie multiple, con stato di salute instabile, frequentemente disabili. In pratica è utile pensare alla fragilità come una condizione di rischio di un rapido deterioramento dello stato di salute e funzionale che non presuppone, ma nemmeno esclude, la coesistenza di disabilità nelle attività della vita quotidiana.
Emergono pertanto due aspetti qualitativi della risposta assistenziale: alta integrazione e duttilità della risposta rispetto all’articolarsi dei bisogni. Il modello organizzativo basato sulla valutazione multidimensionale del paziente rappresenta la risposta concreta alla domanda di prestazioni socio-sanitarie essenziali alla tutela dell’autonomia funzionale e alla prevenzione della non autosufficienza della persona.
In armonia con il Piano Regionale dei Servizi Sociali e Sanitari della Regione Sardegna, la RSA Mons. Virgilio Angioni si pone l’obiettivo di permettere ai cittadini di trovare risposta ai propri bisogni di salute nel territorio di appartenenza, luogo nel quale si realizza concretamente l’integrazione fra il sistema dei servizi sociali e quello dei servizi sanitari.
Uno studio longitudinale sull’utenza dell’RSA “Mons. Angioni”
Scopo di tale lavoro è quello di mostrare il repentino mutamento dell’utenza nell’ultimo anno al fine di riflettere sulle trasformazioni in atto per una ridefinizione dei servizi e del ruolo delle RSA.
I dati del nostro studio si riferiscono agli ospiti dell’RSA “Mons. Angioni” nel periodo compreso tra settembre 2007 e settembre 2008. Il campione è costituito da 192pazienti assistiti presso l’RSA “Monsignor V. Angioni” nel periodo considerato; le variabili analizzate hanno riguardato la durata della degenza, la provenienza, il motivo della dimissione, il successivo percorso assistenziale alla dimissione, la provenienza dei pazienti dimessi, le principali patologie ed i profili assistenziali associati a ciascun paziente.
Dei 192 pazienti considerati nell’indagine, 25 erano già presenti in struttura da prima del settembre 2007 e 167 hanno avuto accesso in RSA nell’arco temporale suddetto. Di questi ultimi, 68 pazienti sono ancora presenti in RSA, mentre i restanti 99 sono usciti con differenti causali di dimissione (decesso, ricovero in ospedale per aggravamento delle condizioni cliniche, rientro presso il proprio domicilio, trasferimento presso strutture socio-assistenziali quali case protette o comunità alloggio).
Quest’ultimo dato testimonia del forte turn over presente all’interno di questa RSA di pazienti che, dopo un periodo medio di degenza di circa 3 mesi, durante il quale vengono loro fornite le prestazioni socio-sanitarie di cui necessitano e che non potevano più essere fornite all’interno dei luoghi di provenienza (per carenza dell’ADI, carenza di posti letto e conseguente necessità di dimissione dagli ospedali, dalle rianimazioni, dalle cliniche private/lungodegenze), vengono quindi dimessi dalla RSA per essere ricollocati in maniera spesso più adeguata all’interno della rete dei servizi, privilegiando il rientro al domicilio e, laddove questo non risulti possibile per la carenza di una solida struttura socio-familiare di riferimento o a causa di un’assistenza domiciliare carente, individuando delle strutture socio-assistenziali adeguate in grado di accoglierli.
Un dato interessante è rappresentato dalla provenienza dei pazienti inseriti in RSA: per il 66% provenienti dal settore ospedaliero (ospedale per acuti 28%, rianimazione 5%, lungodegenza ospedaliera 31%, hospice 2%) e per il 34% provenienti dal territorio (domicilio 21%, casa protetta 2%, comunità alloggio 2%, altre RSA 4%, centro di riabilitazione 5%).
Se da un lato la RSA ha favorito la dimissione ospedaliera (con notevole risparmio per la ASL), dall’altro, e sempre più frequentemente nel corso del periodo considerato, si trova nella condizione di dover fronteggiare problematiche sanitarie di pazienti affetti da gravi patologie e altamente instabili da un punto di vista clinico (Scala di Bernardini > 4, con necessità di monitoraggio clinico pluriquotidiano), per i quali non è auspicabile alcun tipo di dimissione, se non per ricovero in ospedale (19% dei casi, a fronte del 33% di pazienti provenienti dagli stessi ospedali e del 31% dalle lungodegenze) o per decesso (accompagnamento alla morte). Si precisa, infatti, che la degenza media dei 30 pazienti deceduti nell’arco temporale di riferimento è di 46,6 giorni.
Motivo dimissione
DECESSO...............30
RIENTRO A DOMICILIO...37
RICOVERO IN OSPEDALE..19
TRASFERIMENTO.........13
Totale................99
Provenienza
RSA...........................7
CASA PROTETTA.................4
DOMICILIO....................41
OSPEDALE PER ACUTI...........53
OSP. RIANIMAZIONE.............9
LUNGODEGENZA OSPEDALIERA.....61
CENTRO di RIABILITAZIONE.....10
COMUNITA' ALLOGGIO............3
HOSPICE.......................4
Totale..................... 192
Un altro dato interessante è rappresentato dalla dimissione del paziente verso il proprio domicilio, a dimostrazione del fatto di come l’RSA non rappresenti il luogo del ricovero definitivo o luogo in cui attendere l’exitus, ma al contrario rappresenti una struttura che assolve la funzione di continuità assistenziale e terapeutica della persona in situazione di fragilità. Diminuiscono i periodi di degenza, che risultano circoscritti e finalizzati al completamento di cicli di cure sanitarie e riabilitative iniziate in altre strutture della rete socio-sanitaria ed alla stabilizzazione delle condizioni cliniche per facilitare un rientro presso il proprio domicilio.
Il dato risulta ancora più singolare se si considera che per il 66% i pazienti del campione considerato provenivano da strutture della rete ospedaliera (hospice 2%; lungodegenza ospedaliera 31 %; reparti di rianimazione 5%; ospedale per acuti 28%) e per il 34% dal territorio (21% domicilio; 2% casa protetta; 4% altre RSA; 2% comunità alloggio; 5% centri di riabilitazione).
In questa prospettiva l’RSA diventa per l’utente e la sua famiglia un luogo di passaggio, vissuta non più come punto di arrivo, ma come un transito verso un traguardo che, per quanto a volte complesso, è sempre auspicato: il rientro a domicilio.
Cambia in tal senso anche il lavoro dell’équipe multidisciplinare che, nella definizione del PAI deve progettare un intervento che contenga al suo interno i presupposti per un ritorno.
L’analisi delle causali di dimissione evidenzia proprio una prevalenza del rientro al domicilio. Tra le altre cause di dimissione, una è rappresentata dal trasferimento verso altre strutture della rete socio-assistenziale, quali in particolare case protette, comunità alloggio o centri diurni. Si tratta di utenti che, a fronte di un miglioramento o una stabilizzazione delle proprie condizioni cliniche e funzionali e per i quali non si prospettano le condizioni per un rientro al proprio domicilio (assenza di una rete di supporto familiare e sociale, presenza di barriere architettoniche, ecc.), optano per l’inserimento in strutture assistenziali con minore valenza sanitaria.
Volendo indagare più nel dettaglio il percorso assistenziale affrontato dai pazienti che nel periodo di riferimento sono transitati presso questa RSA e poi dimessi, possiamo osservare come, nel caso dei pazienti qui deceduti, la struttura sanitaria di provenienza fosse nel 45% dei casi l’ospedale per acuti, nell’8% dei casi il reparto di rianimazione, nel 35% dei casi la lungodegenza ospedaliera e nel 12% dei casi il centro di riabilitazione. Inoltre si trattava di pazienti inseriti in RSA con Profili Ass.li 1-2-3-4-5 (43% dei casi) e A.14 (57% dei casi).
Nel caso dei pazienti dimessi per far rientro al proprio domicilio, il 47% proveniva dallo stesso domicilio, il 21% dall’ospedale per acuti, il 24% dalle lungodegenze ospedaliere e l’8% da altre RSA del territorio.
Nel caso dei pazienti ricoverati in ospedale (dimessi dall’RSA per il superamento del decimo giorno di ricovero), il 50% proveniva dallo stesso ospedale (6% rianimazione, 44% divisione ospedaliera), il 39% dalle lungodegenze ospedaliere e l’11% dal domicilio.
Infine, i pazienti dimessi dalla RSA per proseguire il loro percorso assistenziale in altre strutture socio-assistenziali della rete dei servizi (case protette, comunità alloggio e centri diurni), provenivano per il 55% dalle lungodegenze ospedaliere, per il 15% dall’ospedale per acuti, per il 15% dal domicilio e per il 15% da altre strutture (RSA o case protette).
Un dato osservato, seppur solo a livello empirico si riferisce ad un aumento dei decessi dei nostri utenti durante il ricovero, contestualmente ad una diminuzione degli invii in ospedale a cui fa seguito la morte del paziente. Volendo indagare sulle possibili motivazioni di questo dato, una potrebbe essere rappresentata da una diminuzione di accanimento terapeutico oltre che della diminuzione della scelta da parte dei familiari dell’ospite di un’eccessiva medicalizzazione nelle fasi terminali di vita; a questo va aggiunto il ruolo sempre più peculiare che l’RSA svolge come struttura di accompagnamento alla morte.
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