Comincia un novo anno ed è già il secondo del secondo decennio di questo nuovo secolo che di delusioni al nostro mondo, il mondo dell’assistenza anziani intendo, ne ha già portate un buon numero. Usando una citazione da cinefilo, ben nota agli appassionati di fantascienza, l’uomo nuovo tornando dalle stelle vede i mali che affliggono la Terra e, sentendosi dubbioso e quasi impotente, pensò che avrebbe fatto qualcosa..! Anche noi come l’interprete del celebre 2001 di Kubrik, di fronte ai mali che affliggono l’assistenza, dobbiamo scrollarci di dosso il senso di disagio e anche se ci sentiamo dubbiosi e quasi sempre impotenti dobbiamo comunque decidere di fare qualcosa!
Prima di fare, però, è bene analizzare la situazione di partenza, perché, è ovvio, non si va da nessuna parte se neanche si sa da dove si parte.
Si parte da un’analisi di mercato che vede un’estrema confusione tra domanda, offerta, controllo, prodotti e prezzi. In ogni mercato che si rispetti c’è una domanda potenziale o espressa da parte dei cittadini per un prodotto o servizio e c’è uno o, più opportunamente alcuni, fornitori che studiano e interpretano i bisogni offrendo i prodotti che meglio rispondono alle esigenze con un rapporto qualità prezzo ritenuto adeguato da un congruo numero di acquirenti. Quindi c’è una domanda e un’offerta, nonché un prodotto e un prezzo su cui avviene l’incontro da domanda e offerta in modo soddisfacente per le due parti le quali, inoltre, ognuna per i propri fini, esercitano il controllo di qualità. Naturalmente non tutto è così semplice; c’è, anche in questi casi, l’inserimento di qualche connotato etico e lo Stato stesso con apposite norme stabilisce a volte limiti insuperabili o magari obblighi sull’utilizzo di certe sostanze o certe tecniche industriali, sulle date di scadenza dei prodotti alimentari o sull’etichettatura. Ma anche altri attori introducono elementi etici: lo stesso produttore, a volte, sia pure semplicemente per conquistare i consumatori indecisi o perplessi, introduce forme di garanzia sui prodotti o, sempre più di frequente, sui processi ad esempio con le certificazioni ISO 9000.
Nel nostro caso invece? La situazione è sconfortante. La domanda è quasi sempre inespressa, infatti si rende esplicita nei momenti critici – e non sempre – ma è potenziale e latente anche prima di esplodere. Vista l’importanza della domanda inespressa si apre il problema di quale debba essere l’ente che la definisce. Da un lato ci sono i produttori (che in una situazione di prodotto o servizio non assistenziale sarebbero gli unici ad agire) e dall’altro c’è lo Stato, ovviamente anche e soprattutto nelle sue declinazioni territoriali. A rigore dovrebbe essere solo l’ente politico ad accollarsi l’onere dell’interpretazione per evidenti motivi di etica pubblica, ma non è così. Troppo spesso nelle attività di analisi dei bisogni viene fatta una pura e semplice fotografia dell’esistente ovvero si certifica come “domanda” ciò che è oggi ”l’offerta” contravvenendo in sostanza al proprio dovere di fare le scelte.
Come confusione d’inizio non c’è male! In questo modo si mantiene uno schema che privilegia i prodotti esistenti e le strutture di offerta che di fatto sono gli unici interpreti dei bisogni, certificati poi dall’ente pubblico che chiuderà così un processo negativo e autoreferenziale. Nel sistema domanda/offerta, in generale, può essere che sia il produttore ad interpretare la domanda, anzi, è quasi sempre così, ma c’è un contro-bilanciamento nel potere di scelta da parte dei consumatori. Potere di scelta che nel nostro caso non c’è, sia perché quasi sempre gli enti erogatori lavorano in regime di oligopolio sia perché il sistema dei controlli stabilito dallo Stato e dalle Regioni non favorisce la concorrenza con conseguente assenza di stimoli a fare ricerca nei campi strategici della qualità e dell’economicità di gestione.
Il secondo punto negativo quindi è il sistema dei controlli. Autorizzazione al funzionamento e accreditamento non sono due facce della stessa medaglia sono proprio la stessa cosa con due diversi gradi di rilevanza giuridica e di conseguenza commerciale. Con l’autorizzazione al funzionamento si certifica la possibilità tecnica degli enti a produrre ed erogare un determinato servizio socio-assistenziale e con l’accreditamento si stabilisce quali possono ricevere l’incarico pubblico di produrre, ovvero quali produrranno accedendo ai benefici economici pubblici. Gli accreditati saranno privilegiati potendo offrire il prodotto ad un prezzo contenuto in quanto abbattuto dal contributo pubblico. Andrebbe bene se non fosse che i fornitori , vengono accreditati per un numero di posti pari a quelli necessari o meglio semplicemente pari a quanti le risorse consentono di pagare. Ognuno difenderà il proprio accreditamento con i denti, con buona pace del diritto di scelta dei cittadini e dei benefici sulla qualità portati dai sistemi produttivi che prevedono la concorrenza. È vero, non tutte le regioni hanno legiferato in modo così rigido, qualcuna non lo ha fatto e almeno in parte qualche elemento di favore alla concorrenza c’è, ma almeno per ora questa sembra la linea più seguita dalle regioni.
Per gli altri prodotto o servizi i prezzi son un elemento importante, che discrimina, che evidenzia la qualità, che scopre ed evidenzia segmenti di mercato. Nel mercato dei servizi sociali la segmentazione è praticamente vietata per legge perché siccome siamo tutti uguali dobbiamo tutti ricevere un uguale servizio. Ma chi garantisce questa uguaglianza? E poi, che senso ha? Siamo tutti così diversi! Siamo gratificati ognuno da motivi diversi, ci emozioniamo per sfumature.. ma come si fa a prevedere le sfumature? Perché non lasciamo che sia la scelta individuale a decidere dove andare a spendere i soldi propri e dell’ente accreditante? Questa è una prima conclusione che sorge proprio dal cuore. Perché temiamo che gli utenti o i decisori non possiedano le capacità necessarie per valutare la qualità di un servizio socio-assistenziale? Pensiamo che sia più facile, o indifferente sotto il profilo etico, compiere valutazioni sulla validità di un’offerta commerciale complessa come quella di un superstore o di un autlet o di un gestore televisivo? Eppure li nessuno si scandalizza: il cliente è il re, si dice, ma in realtà è un suddito! Nel nostro caso invece, siccome il prodotto è intangibile e frutto di una lavorazione tecnica delicata (e quello televisivo?) il cliente deve essere protetto dalla sua ignoranza, così è di nuovo suddito!!
Si tratta di scelte politiche, quindi non possiamo fare molto se non denunciare le incongruenze che vediamo e proporre delle linee alternative.
Prima di tutto bisogna chiedere che le responsabilità siano precisamente individuate e distinte. Gli organismi politici hanno due precise responsabilità: quella di accertare la dimensione e la tipologia della domanda e quella di certificare la qualità dei servizi. Le leggi attuali questo dicono, il problema è che gli enti non lo fanno o non fanno solo questo o se si, spesso lo fanno male.
I componenti della tecnostruttura dei comuni devono andare a scuola di marketing e letteralmente “buttare nel cestino” i manuali amministrativo-burocratici coi quali si sono riempiti la testa per oltre un secolo e coi quali, al massimo, hanno imparato a salvarsi da errori amministrativi sempre possibili o, qualche volta, dalle accuse penali. Certo buttare questi manuali è difficile in un contesto dove sembrano l’unica verità e dove i vertici politici e i superiori per grado mostrano di crederci ancora. Come faccio ad evolvermi e diventare “l’uomo nuovo” post-moderno se i miei capi ragionano con la mentalità che si è affermata e ha sostenuto il pubblico e la nazione intera per tutto il secolo scorso? Eppure bisogna farlo. Bisogna che i sindaci comincino a far delle cose nuove sennò anche l’introduzione del federalismo, che sembra l’unica riforma possibile di questa epoca storica, non servirà a niente. Non servirà a cambiare l’Italia ma solo, se mi passate la battuta, a trasformarla, con un regionalismo a “Macchia di Gattopardo”.
Perché non ci prova il sindaco di Firenze? È il sindaco più popolare d’Italia, è uno che, da sinistra, ha avuto il coraggio di dichiararsi d’accordo con Marchionne, quindi ha capito dove sta andando il mondo, ed è capo di un comune importante in una regione di grande tradizione sui servizi. Dunque è l’uomo giusto, anche perché, non essendo schierato nell’area dei conservatori, non verrebbe pregiudizialmente accusato dall’area politica progressista, molto attenta, almeno nelle intenzioni, alla qualità dei servizi sociosanitari.
A parte questo, ma l’invito a Matteo Renzi ha comunque un senso, ciò che si deve fare è semplice (a dirsi): si deve formare un nuovo staff dei servizi sociali del comune. Nuovo per cultura e giovane per esperienza. Le vecchie esperienze non servono a niente, quindi il nuovo staff deve essere davvero nuovo per l’ambiente sociale. Per garantire le conoscenze tecniche si dovrà fare un’opportuna e mirata formazione ai nuovi, ma bisogna togliere il potere a quanti lo hanno rimescolato fin’ora. Questa è l’unica strada per vedere dei Piani di Zona che, dimenticando lo storico, formulino delle previsioni di volta in volta adeguate alla realtà sulla base dell’evoluzione demografica e delle previsioni epidemiologiche. Piani di Zona che tengano davvero conto, senza disperdersi in parole, dei dati numerici che consentono di leggere i bisogni. Non parole, numeri! Nei Piani di Zona deve essere chiara la eventuale discrasia tra domanda e offerta quindi, sempre per numeri, deve essere evidenziato cosa manca cosicché gli imprenditori del settore capiscano quali prodotti mettere in campo.
E poi la qualità! La garanzia deve essere data dal comune che è responsabile di autorizzazione al funzionamento e accreditamento. Per queste attività deve utilizzare funzionari propri scelti con modalità nuove ai quali deve essere fatta formazione perché diventino dei certificatori di qualità. In alternativa deve affidarsi ad agenzie esterne dotate del necessario know how in materia di qualità e di servizi. Indispensabile in ogni caso però è la conoscenza degli strumenti della certificazione di qualità (tipo ISO 9000) perché è un modo di trattare i problemi che copre universalmente le esigenze di qualità di qualsiasi fornitura. Naturalmente tali caratteri devono essere declinati in modo corretto rispetto all’ambiente socio-sanitario, ma ciò sarà reso possibile dai funzionari comunali che, anche con l’attuale formazione, offrono le necessarie garanzie.
Si è detto più volte che il pubblico deve mantenere una parte, anche piccola, di produzione per sapere in proprio quali sono i problemi, per capire e per conoscere direttamente le tecniche di produzione. Non sono mai stato completamente d’accordo con questa tesi e ora sono del tutto contrario, visti i disastri economici di molti enti. Non è rilevante che il pubblico sappia produrre, mentre è indispensabile che sappia controllare. Per questo in ogni caso i comuni devono avviare alcuni dipendenti di buon livello ad una formazione sull’auditing e far acquisire loro la qualifica di certificatori di qualità. Tale nuova competenza sarà utile per scegliere i gestori di servizio e per controllarne la qualità attraverso l’esame dei loro processi produttivi.
Le modalità di controllo non devono esser burocratiche, quindi i funzionari comunali addetti, laddove è possibile, devono esser riqualificati come certificatori. La cultura è un passo importante, che si accompagna, però, al grande problema dell’indipendenza del certificatore. A tale proposito, quindi, altro passo determinante è la rottura del vecchio schema ancor oggi evidentemente imperante (troppo spesso i fatti di cronaca ce lo dimostrano impietosamente) per il quale le assunzioni e le carriere negli enti pubblici si fanno per interessi di partito o addirittura di famiglia. La crisi spazzerà via il nepotismo e le corruttele? Forse, ma non sembra ancora maturo il momento, per cui pur con tutti i limiti è preferibile un certificatore esterno.
I controlli di qualità che spettano ai comuni devono essere svolti secondo le norme dell’audit di qualità, ma queste si aggiungono e non sostituiscono le norme giuridiche. È chiaro che non possono, ovviamente, essere disattese le leggi e i regolamenti dello Stato e delle Regioni, quindi è su queste norme che dobbiamo porre l’attenzione. A parte lo Stato che regolamenta la materia in termini molto generali e quindi non determina difficoltà, occorre una nuova linea culturale nella produzione legislativa e regolamentare delle regioni.
La regione deve dire solo quali sono le caratteristiche e i requisiti che ogni fornitore deve possedere per essere accreditato, ma non deve porre altri limiti. Se l’autorizzazione al funzionamento è il riconoscimento del possesso del minimo, i requisiti per l’accreditamento devono essere definiti e studiati soprattutto in modo diverso. I requisiti minimi possono essere accertati anche con un metodi di controllo burocratico. Una chek list che verifichi la presenza degli stessi e niente più; mentre l’accreditamento riguarderà non lo stato di fatto ma la condizione operativa e culturale dell’organizzazione. Se il primo è un controllo burocratico il secondo è un audit. Un controllo che deve essere uno strumento, non ispettivo punitivo, ma finalizzato al miglioramento. Se per qualità di un servizio si intende la sua capacità di soddisfare i bisogni dagli utenti secondo le tecniche migliori del momento e in rapporto alle risorse, l’audit avrà un esito positivo e l’ente erogatore potrà essere accreditato o mantenere l’accreditamento se potrà garantire tre livelli di capacità. In primis l’uso efficiente delle risorse poi la crescita e l’aggiornamento professionale per un miglioramento continuo della performance e infine la soddisfazione dell’utente.
Tra autorizzazione e accreditamento non ci deve essere un rapporto simile a un gradino. Se hai 100 sei autorizzato, se hai 120 sei accreditato. Per essere accreditato devi avere 100 di partenza e devi avere una struttura interna di controllo e sviluppo che garantisca l’autocontrollo di qualità e la filosofia del miglioramento continuo che non si verifica con accertamenti semplici sul possesso o meno di elementi materiali, bensì sulla verifica costante della capacità di effettuare audit interni col fine di migliorarsi sotto tutti gli aspetti della qualità compresa l’efficienza e l’efficacia della gestione.
L’auspicio è avere verificatori indipendenti dotati di quella cultura nuova del controllo che a tutt’oggi sembra del tutto assente nell’apparato pubblico italiano.
venerdì 14 gennaio 2011
mercoledì 10 novembre 2010
Qualità e sostenibilità: un po' di dati
Estratto di una relazione presentata in un workshop al "Forum sulla Non Autosufficienza"
Bologna 4 novembre ore 14,30
“Diritto all’assistenza e sostenibilità economica; strumenti di valutazione dell’utenza per la qualità e per la razionalizzazione della spesa. Norme, esperienze e sperimentazioni.”
Presentazione
Il workshop studia i problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e una specifica attenzione per il tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi - sempre confermato nelle norme regionali- e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in ragione anche della crisi economica che colpisce tutti i settori dell’economia.
La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.
Viviamo un’epoca difficile in cui ci troviamo a combattere contro molte ingiustizie e molta confusione quindi dobbiamo combattere quella sensazione di oscuramento che non ci consente di percepire il problema nella sua interezza. Norme che stabiliscono diritto all’assistenza, che promuovono un accreditamento proteso ad un miglioramento costante con investimenti e costi di gestione elevati, norme che prefissano la misura della remunerazione dei servizi per un contenimento della spesa, scelte strategiche di egemonia della gestione pubblica a volte smentite dai fatti.
Tutto questo ha creato dunque molta confusione, ma noi dobbiamo studiare questo problema perché dentro a questa “zona d’ombra” vivono e lavorano migliaia di operatori a volte soddisfatti del loro lavoro, ma troppe volte frustrati, per quella sensazione di impotenza che si prova di fronte a difficoltà che sembrano insormontabili quando le risorse appaiono inadeguate rispetto ad obiettivi giusti e desiderabili.
Abbiamo coinvolto Responsabili di Uffici e Servizi, Consulenti ed Esperti e Operatori, tutti dotati di esperienze specifiche nel settore tali da offrire una visione generale del problema e dare qualche risposta agli interrogativi di un’ampia gamma di interessati. Anche grazie a possibili confronti tra realtà regionali diverse e allo stile dinamico e basato sull’esperienza degli intervenuti, intendiamo portare alla luce spunti di riflessione sulle domande più inquietanti e ricorrenti che affliggono Amministratori, Dirigenti, quadri intermedi e operatori tecnici di aziende, pubbliche o private di servizio alla persona.
Le previsioni demografiche ISTAT
Prima di svolgere le altre analisi relative all’offerta di servizi e alle loro caratteristiche è interessante svolgere un rapido studio dei dati relativi alle previsioni demografiche che l’ISTAT mette a disposizione di tutti i ricercatori e anche utili per i semplici curiosi. Noi ci poniamo a metà tra i semplici curiosi e i ricercatori; questo perché non disponiamo del rigore scientifico dell’Istituto di Statistica, ma, tuttavia, non si può dire che facciamo questo lavoro per pura curiosità.
C’è un intento speculativo importante che è quello di studiare il rapporto tra il trend della popolazione, e in particolare l’incidenza degli anziani sul totale, col fabbisogno di servizi. Il tutto completato con la verifica, dalla parte “offerta”dei servizi attualmente presenti con le loro caratteristiche problemi e difficoltà, ma anche punti di forza e situazioni di eccellenza.
Visto il trend della popolazione è possibile stimare l’evoluzione del fabbisogno lasciando inalterata l’offerta e la domanda per tipo e qualità. Se poi si fa lo sforzo di ipotizzare un’evoluzione dei servizi per tipo e qualità si potrà concludere quindi con la definizione di un quadro dell’evoluzione possibile e/o auspicabile
L’obiettivo è complesso, dunque bisogna procedere per gradi. Prima di tutto dovremo occuparci del trend previsto per la popolazione e a questo si può provvedere attraverso una lettura dei dati che l’ISTAT aggiorna periodicamente e mette a disposizione di chiunque si interessi a apra il sito internet dell’Istituto.
Ai fini del presente lavoro è opportuno utilizzare le previsioni demografiche che vanno dal 1° gennaio 2007 al 2051 che sono disponibili per genere, anno di previsione e tipo di scenario con una sezione dedicata ai cittadini residenti stranieri. In particolare, nella nostra presentazione, verrà utilizzata la previsione corrispondente allo scenario “centrale”.
Occorre ricordare, infatti, che per ciascuna componente demografica sono stati sviluppati, accanto a quella che costituisce la previsione centrale, due scenari alternativi, che disegnano in certo modo il campo dell'incertezza futura.
Se dunque l'ipotesi centrale costituisce la previsione alla quale si attribuisce il maggior grado di affidabilità, in quanto per ogni componente si è considerato l'andamento futuro più probabile, le due ipotesi alternative sono sviluppate con l'intenzione di definire il campo di variazione all'interno del quale si collocherà verosimilmente la popolazione futura, descrivendo i risultati di diverse evoluzioni delle principali componenti della dinamica demografica.
Nell'ipotesi bassa si prefigura uno scenario caratterizzato da scarsa crescita economica e da scarsa attenzione ai problemi sociali: in questo contesto si immagina che il ritmo di miglioramento della sopravvivenza subirà un rallentamento e che la fecondità non mostrerà alcun segno di ripresa, anzi subirà un'ulteriore flessione. Si ipotizza una sorta di stagnazione anche nel campo delle migrazioni: i flussi migratori tra le regioni, così come quelli con l'estero, saranno di dimensioni più modeste per la scarsa "attrattività" delle destinazioni. A questo scenario corrisponde il minimo di popolazione, con la struttura per età più squilibrata.
Nell'ipotesi alta si parte da uno scenario opposto, in cui una vivace crescita economica offra l'opportunità di rafforzare gli investimenti anche nel campo sociale e sanitario. Si ipotizza perciò un incremento della sopravvivenza più importante che non nella ipotesi centrale e una notevole ripresa della fecondità. Inoltre questo scenario prevede un più intenso movimento di popolazione tra le regioni e una maggiore forza attrattiva dell'Italia nei confronti degli immigrati dall'estero. In questo scenario si ottiene il massimo della popolazione, e la struttura per età più equilibrata.
Nel prospetto che trovate nel testo in PDF ( Cliccate sul link: ) sono riportati i dati di partenza cioè la popolazione al 1° gennaio 2007 con alcune significative suddivisioni tra maschi e femmine e classi di età. Si va dall’età dei minori in età scolare (0-14) a quella dei potenziali giovani lavoratori (15-29), quella dei giovani lavoratori (30-44), dei lavoratori (45-64), degli anziani (65-84) e infine dei grandi anziani (85 e +)
La prima cosa che si nota è che la percentuale degli anziani ultra sessantacinquenni (20%) supera di gran lunga quella dei giovani minori di quindici (14%). Questo dato del resto non è una novità, il sorpasso degli anziani sui giovani è avvenuto diverso tempo fa, infatti, per l’esattezza il punto di pareggio tra le due classi di età c’è stato nel 1991. Un altro dato che deve far riflettere è che il 50 % è costituito da lavoratori e quindi a parte i giovanissimi potenziali lavoratori da 15 a 29 anni solo metà della popolazione produce reddito e può affrontare le spese di mantenimento dell’altra parte della società. Anche questo dato non è nuovo, ma considerata la tendenza e le previsioni per il futuro ci sono seri motivi di preoccupazione.
Nella tabella successiva vengono riportati i dati di evoluzione della popolazione dal 2007 al 2051 secondo la previsione pubblicata dall’ISTAT nell’estate del 2008. I dati si riferiscono allo scenario centrale che come già si è detto è quello che deve ritenersi il più probabile.
Interessante ma anche decisamente problematica l’osservazione del problema dal punto di vista del rapporto tra fasce di popolazione in età produttiva e giovani e anziani come si evidenzia dai grafici seguenti.
È evidente come l’avvicinamento delle due linee dimostri che le due categorie quella produttiva e quella che richiede risorse si stanno per congiungere e questo malgrado l’arrivo di immigrati che continuano ad essere previsti anche se in quantità minore. Si nota che mentre nel 2007 i (circa) 60 milioni si dividono in 20 e 40, nel corso del primo cinquantennio di questo secolo si avviano a diventare 30 e 30 e ciò significa che il sostentamento di tutta la popolazione si basa sul prodotto realizzato dalla metà. Se poi si considera che si assiste a un grande aumento del tempo prima del primo impiego è lecito porsi la domanda di quale sia il rapporto tra i lavoratori da 30 a 64 anni e tutti gli altri che, per comodità, chiameremo giovani + anziani. E dal grafico seguente si vede com’è oggi e come andrà nei prossimi decenni.
Non si tratta di una visione forzata in negativo, ma è semplicemente fruto della elaborazione di dati dell’Istituto di Statistica ed è chiaro che tali dati sostengono delle previsioni che preludono a tempi socialmente difficili. La previsione di gravi difficoltà è basata su tre parametri la cui evoluzione e variabilità determina i contorni del problema che ci apprestiamo a discutere: l’incongruità delle risorse:
1. trend della popolazione con crescita in valore assoluto delle classi di età più anziane (65 e +)
2. rapporto tra le classi di età sfavorevole in quanto i potenziali produttori di reddito, col tempo diminuiscono in percentuale rispetto a “Giovani e Anziani” fino ad eguagliarsi il che vuol dire che ogni lavoratore deve mantenere due persone oppure deve garantire servizi ad un’altra persona
3. la cultura è in evoluzione e la domanda di qualità in crescita.
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Le statistiche sull’offerta
Per completare quest’analisi è necessario esaminare qualche dato rispetto all’offerta dei servizi e a ciò soccorre ancora l’ISTAT che ha pubblicato recentemente (11 febbraio 2010) una statistica riferita alla situazione rilevata alla fine del 2006 . Dei tanti dati pubblicati è stato possibile selezionarne alcuni che hanno in conclusione fornito un quadro interessante.
Si nota che nell’ultimo ventennio, per l’esattezza negli ultimi 16 anni a partire dal ’90, si sono costruiti oltre la metà dei presidi attualmente in attività. Questo è conseguenza del notevole aumento della domanda e di una politica più attente ai bisogni della popolazione anziana.
Numeri importanti (oltre 500), in valore assoluto, si notano in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, e Lazio, ma numeri comunque significativi soprattutto se rapportati all’estensione del territorio sono anche in Liguria e nella provincia autonoma di Trento.
Come si può rilevare il numero medio di Posti Letto per struttura è di 36,91 e va dal 43,06 delle strutture pubbliche al 39,6 del privato profit al 32,74 del privato non profit. La distribuzione poi dei 330 mila posti letto vede un 34% a gestione pubblica seguito dal 46,76 del privato non profit e dal 17,27 del profit. Altri dati possono essere posti in relazione, come ad esempio il fatto che 2760 strutture nel Nord Ovest generano 128.912 posti, mentre nel Centro1.916 strutture mettono a disposizione solo poco più di 54.000 posti. Difficili fare valutazioni di merito su questi dati, perché, se da un lato avere pochi posti per struttura potrebbe essere sinonimo di qualità è anche vero che ciò può determinare aggravio di costi e scarsa capacità di selezionare e valorizzare le miglioro professionalità.
Un ultimo rilievo viene proposto sulla quantità di personale operante per tipologia/professionalità.
PROFESSIONALITA’ MASCHI FEMMINE TOTALE %
Direttori e amministratori M 6.409 F 7.024 T 13.433 % 4,98
Impiegati .........................M 2.868 F 7.514 T 10.382 % 3,85
Medici.............................M 6.880 F 3.466 T 10.346 % 3,84
Psicologi..........................M 872 F 2.465 T 3.336 % 1,24
Sociologi ........................M 94 F 167 T 262 % 0,10
Assistenti sociali ..............M 282 F 2.595 T 2.877 % 1,07
Insegnanti/formazione.......M 408 F 1.491 T 1.898 % 0,70
Educatori e pedagogisti ...M 3.653 F 9.632 T 13.285 % 4,93
Animatori ........................M 1.653 F 5.589 T 7.242 % 2,69
Infermieri .........................M 5.078 F19.216 T 24.293 % 9,01
Fisioterapisti .....................M 2.134 F 4.738 T 6.872 % 2,55
Logopedisti/ riabilitazione ..M 328 F 1.312 T 1.640 % 0,61
Addetti servizi alla persona.M 11.969 F 94.226 T106.195 % 39,38
Addetti ai servizi generali ....M 7.431 F 34.319 T 41.750 %15,48
Obiettori (c)........................M 598 F 1.701 T 2.299 % 0,85
Altro...................................M 7.604 F 15.976 T 23.580 % 8,74
TOTALE OPERATORI......M 58.260 F 211.430 T 269.690 %100
Tra questi dati spiccano le percentuali di infermieri e addetti ai servizi di assistenza che insieme raggiungono la metà del numero degli operatori. Si nota anche il (quasi) 5% di amministratori e direttori, che non è poco, basta considerare che superano i medici e, addirittura, sono più numerosi degli impiegati.
Ultima importante notazione riguarda l’aspetto di genere con l’esclusione della professione medica, vede una netta prevalenza femminile.
211.430 donne impiegate nel settore!
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Bologna 4 novembre ore 14,30
“Diritto all’assistenza e sostenibilità economica; strumenti di valutazione dell’utenza per la qualità e per la razionalizzazione della spesa. Norme, esperienze e sperimentazioni.”
Presentazione
Il workshop studia i problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e una specifica attenzione per il tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi - sempre confermato nelle norme regionali- e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in ragione anche della crisi economica che colpisce tutti i settori dell’economia.
La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.
Viviamo un’epoca difficile in cui ci troviamo a combattere contro molte ingiustizie e molta confusione quindi dobbiamo combattere quella sensazione di oscuramento che non ci consente di percepire il problema nella sua interezza. Norme che stabiliscono diritto all’assistenza, che promuovono un accreditamento proteso ad un miglioramento costante con investimenti e costi di gestione elevati, norme che prefissano la misura della remunerazione dei servizi per un contenimento della spesa, scelte strategiche di egemonia della gestione pubblica a volte smentite dai fatti.
Tutto questo ha creato dunque molta confusione, ma noi dobbiamo studiare questo problema perché dentro a questa “zona d’ombra” vivono e lavorano migliaia di operatori a volte soddisfatti del loro lavoro, ma troppe volte frustrati, per quella sensazione di impotenza che si prova di fronte a difficoltà che sembrano insormontabili quando le risorse appaiono inadeguate rispetto ad obiettivi giusti e desiderabili.
Abbiamo coinvolto Responsabili di Uffici e Servizi, Consulenti ed Esperti e Operatori, tutti dotati di esperienze specifiche nel settore tali da offrire una visione generale del problema e dare qualche risposta agli interrogativi di un’ampia gamma di interessati. Anche grazie a possibili confronti tra realtà regionali diverse e allo stile dinamico e basato sull’esperienza degli intervenuti, intendiamo portare alla luce spunti di riflessione sulle domande più inquietanti e ricorrenti che affliggono Amministratori, Dirigenti, quadri intermedi e operatori tecnici di aziende, pubbliche o private di servizio alla persona.
Le previsioni demografiche ISTAT
Prima di svolgere le altre analisi relative all’offerta di servizi e alle loro caratteristiche è interessante svolgere un rapido studio dei dati relativi alle previsioni demografiche che l’ISTAT mette a disposizione di tutti i ricercatori e anche utili per i semplici curiosi. Noi ci poniamo a metà tra i semplici curiosi e i ricercatori; questo perché non disponiamo del rigore scientifico dell’Istituto di Statistica, ma, tuttavia, non si può dire che facciamo questo lavoro per pura curiosità.
C’è un intento speculativo importante che è quello di studiare il rapporto tra il trend della popolazione, e in particolare l’incidenza degli anziani sul totale, col fabbisogno di servizi. Il tutto completato con la verifica, dalla parte “offerta”dei servizi attualmente presenti con le loro caratteristiche problemi e difficoltà, ma anche punti di forza e situazioni di eccellenza.
Visto il trend della popolazione è possibile stimare l’evoluzione del fabbisogno lasciando inalterata l’offerta e la domanda per tipo e qualità. Se poi si fa lo sforzo di ipotizzare un’evoluzione dei servizi per tipo e qualità si potrà concludere quindi con la definizione di un quadro dell’evoluzione possibile e/o auspicabile
L’obiettivo è complesso, dunque bisogna procedere per gradi. Prima di tutto dovremo occuparci del trend previsto per la popolazione e a questo si può provvedere attraverso una lettura dei dati che l’ISTAT aggiorna periodicamente e mette a disposizione di chiunque si interessi a apra il sito internet dell’Istituto.
Ai fini del presente lavoro è opportuno utilizzare le previsioni demografiche che vanno dal 1° gennaio 2007 al 2051 che sono disponibili per genere, anno di previsione e tipo di scenario con una sezione dedicata ai cittadini residenti stranieri. In particolare, nella nostra presentazione, verrà utilizzata la previsione corrispondente allo scenario “centrale”.
Occorre ricordare, infatti, che per ciascuna componente demografica sono stati sviluppati, accanto a quella che costituisce la previsione centrale, due scenari alternativi, che disegnano in certo modo il campo dell'incertezza futura.
Se dunque l'ipotesi centrale costituisce la previsione alla quale si attribuisce il maggior grado di affidabilità, in quanto per ogni componente si è considerato l'andamento futuro più probabile, le due ipotesi alternative sono sviluppate con l'intenzione di definire il campo di variazione all'interno del quale si collocherà verosimilmente la popolazione futura, descrivendo i risultati di diverse evoluzioni delle principali componenti della dinamica demografica.
Nell'ipotesi bassa si prefigura uno scenario caratterizzato da scarsa crescita economica e da scarsa attenzione ai problemi sociali: in questo contesto si immagina che il ritmo di miglioramento della sopravvivenza subirà un rallentamento e che la fecondità non mostrerà alcun segno di ripresa, anzi subirà un'ulteriore flessione. Si ipotizza una sorta di stagnazione anche nel campo delle migrazioni: i flussi migratori tra le regioni, così come quelli con l'estero, saranno di dimensioni più modeste per la scarsa "attrattività" delle destinazioni. A questo scenario corrisponde il minimo di popolazione, con la struttura per età più squilibrata.
Nell'ipotesi alta si parte da uno scenario opposto, in cui una vivace crescita economica offra l'opportunità di rafforzare gli investimenti anche nel campo sociale e sanitario. Si ipotizza perciò un incremento della sopravvivenza più importante che non nella ipotesi centrale e una notevole ripresa della fecondità. Inoltre questo scenario prevede un più intenso movimento di popolazione tra le regioni e una maggiore forza attrattiva dell'Italia nei confronti degli immigrati dall'estero. In questo scenario si ottiene il massimo della popolazione, e la struttura per età più equilibrata.
Nel prospetto che trovate nel testo in PDF ( Cliccate sul link: ) sono riportati i dati di partenza cioè la popolazione al 1° gennaio 2007 con alcune significative suddivisioni tra maschi e femmine e classi di età. Si va dall’età dei minori in età scolare (0-14) a quella dei potenziali giovani lavoratori (15-29), quella dei giovani lavoratori (30-44), dei lavoratori (45-64), degli anziani (65-84) e infine dei grandi anziani (85 e +)
La prima cosa che si nota è che la percentuale degli anziani ultra sessantacinquenni (20%) supera di gran lunga quella dei giovani minori di quindici (14%). Questo dato del resto non è una novità, il sorpasso degli anziani sui giovani è avvenuto diverso tempo fa, infatti, per l’esattezza il punto di pareggio tra le due classi di età c’è stato nel 1991. Un altro dato che deve far riflettere è che il 50 % è costituito da lavoratori e quindi a parte i giovanissimi potenziali lavoratori da 15 a 29 anni solo metà della popolazione produce reddito e può affrontare le spese di mantenimento dell’altra parte della società. Anche questo dato non è nuovo, ma considerata la tendenza e le previsioni per il futuro ci sono seri motivi di preoccupazione.
Nella tabella successiva vengono riportati i dati di evoluzione della popolazione dal 2007 al 2051 secondo la previsione pubblicata dall’ISTAT nell’estate del 2008. I dati si riferiscono allo scenario centrale che come già si è detto è quello che deve ritenersi il più probabile.
Interessante ma anche decisamente problematica l’osservazione del problema dal punto di vista del rapporto tra fasce di popolazione in età produttiva e giovani e anziani come si evidenzia dai grafici seguenti.
È evidente come l’avvicinamento delle due linee dimostri che le due categorie quella produttiva e quella che richiede risorse si stanno per congiungere e questo malgrado l’arrivo di immigrati che continuano ad essere previsti anche se in quantità minore. Si nota che mentre nel 2007 i (circa) 60 milioni si dividono in 20 e 40, nel corso del primo cinquantennio di questo secolo si avviano a diventare 30 e 30 e ciò significa che il sostentamento di tutta la popolazione si basa sul prodotto realizzato dalla metà. Se poi si considera che si assiste a un grande aumento del tempo prima del primo impiego è lecito porsi la domanda di quale sia il rapporto tra i lavoratori da 30 a 64 anni e tutti gli altri che, per comodità, chiameremo giovani + anziani. E dal grafico seguente si vede com’è oggi e come andrà nei prossimi decenni.
Non si tratta di una visione forzata in negativo, ma è semplicemente fruto della elaborazione di dati dell’Istituto di Statistica ed è chiaro che tali dati sostengono delle previsioni che preludono a tempi socialmente difficili. La previsione di gravi difficoltà è basata su tre parametri la cui evoluzione e variabilità determina i contorni del problema che ci apprestiamo a discutere: l’incongruità delle risorse:
1. trend della popolazione con crescita in valore assoluto delle classi di età più anziane (65 e +)
2. rapporto tra le classi di età sfavorevole in quanto i potenziali produttori di reddito, col tempo diminuiscono in percentuale rispetto a “Giovani e Anziani” fino ad eguagliarsi il che vuol dire che ogni lavoratore deve mantenere due persone oppure deve garantire servizi ad un’altra persona
3. la cultura è in evoluzione e la domanda di qualità in crescita.
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Le statistiche sull’offerta
Per completare quest’analisi è necessario esaminare qualche dato rispetto all’offerta dei servizi e a ciò soccorre ancora l’ISTAT che ha pubblicato recentemente (11 febbraio 2010) una statistica riferita alla situazione rilevata alla fine del 2006 . Dei tanti dati pubblicati è stato possibile selezionarne alcuni che hanno in conclusione fornito un quadro interessante.
Si nota che nell’ultimo ventennio, per l’esattezza negli ultimi 16 anni a partire dal ’90, si sono costruiti oltre la metà dei presidi attualmente in attività. Questo è conseguenza del notevole aumento della domanda e di una politica più attente ai bisogni della popolazione anziana.
Numeri importanti (oltre 500), in valore assoluto, si notano in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, e Lazio, ma numeri comunque significativi soprattutto se rapportati all’estensione del territorio sono anche in Liguria e nella provincia autonoma di Trento.
Come si può rilevare il numero medio di Posti Letto per struttura è di 36,91 e va dal 43,06 delle strutture pubbliche al 39,6 del privato profit al 32,74 del privato non profit. La distribuzione poi dei 330 mila posti letto vede un 34% a gestione pubblica seguito dal 46,76 del privato non profit e dal 17,27 del profit. Altri dati possono essere posti in relazione, come ad esempio il fatto che 2760 strutture nel Nord Ovest generano 128.912 posti, mentre nel Centro1.916 strutture mettono a disposizione solo poco più di 54.000 posti. Difficili fare valutazioni di merito su questi dati, perché, se da un lato avere pochi posti per struttura potrebbe essere sinonimo di qualità è anche vero che ciò può determinare aggravio di costi e scarsa capacità di selezionare e valorizzare le miglioro professionalità.
Un ultimo rilievo viene proposto sulla quantità di personale operante per tipologia/professionalità.
PROFESSIONALITA’ MASCHI FEMMINE TOTALE %
Direttori e amministratori M 6.409 F 7.024 T 13.433 % 4,98
Impiegati .........................M 2.868 F 7.514 T 10.382 % 3,85
Medici.............................M 6.880 F 3.466 T 10.346 % 3,84
Psicologi..........................M 872 F 2.465 T 3.336 % 1,24
Sociologi ........................M 94 F 167 T 262 % 0,10
Assistenti sociali ..............M 282 F 2.595 T 2.877 % 1,07
Insegnanti/formazione.......M 408 F 1.491 T 1.898 % 0,70
Educatori e pedagogisti ...M 3.653 F 9.632 T 13.285 % 4,93
Animatori ........................M 1.653 F 5.589 T 7.242 % 2,69
Infermieri .........................M 5.078 F19.216 T 24.293 % 9,01
Fisioterapisti .....................M 2.134 F 4.738 T 6.872 % 2,55
Logopedisti/ riabilitazione ..M 328 F 1.312 T 1.640 % 0,61
Addetti servizi alla persona.M 11.969 F 94.226 T106.195 % 39,38
Addetti ai servizi generali ....M 7.431 F 34.319 T 41.750 %15,48
Obiettori (c)........................M 598 F 1.701 T 2.299 % 0,85
Altro...................................M 7.604 F 15.976 T 23.580 % 8,74
TOTALE OPERATORI......M 58.260 F 211.430 T 269.690 %100
Tra questi dati spiccano le percentuali di infermieri e addetti ai servizi di assistenza che insieme raggiungono la metà del numero degli operatori. Si nota anche il (quasi) 5% di amministratori e direttori, che non è poco, basta considerare che superano i medici e, addirittura, sono più numerosi degli impiegati.
Ultima importante notazione riguarda l’aspetto di genere con l’esclusione della professione medica, vede una netta prevalenza femminile.
211.430 donne impiegate nel settore!
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domenica 3 ottobre 2010
Il concetto di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria - di Giuliana Masera
Introduzione.
Nell’articolo si considerano le fondamenta su cui si costruisce la 833 in particolare l’articolo 32 della Costituzione italiana. La legge 833 prende forma e viene deliberata in un momento storico particolare della Italia e dell’Europa e i principi su cui si fonda si ispirano al concetto di Welfare state ; si considerano in particolare i principi dell’ universalità, dell'eguaglianza e dell'equità di accesso alle prestazioni e ai servizi. L’invecchiamento demografico e la composizione di una società sempre più multiculturale stanno interrogando a fondo questo tipo di impostazione. Si affronta quindi il principio di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria sviluppato da Daniel Callahn bioeticista americano : la realizzazione di tale approccio si accompagna necessariamente allo sviluppo di una maggiore responsabilità individuale nei confronti della salute attribuendo a ciascuna persona parte della necessità di prendersi cura della propria persona.
Nell’articolo 32 della Costituzione italiana: le radici della legge 833/78 .
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
L’art. 32 della Costituzione Italiana, nel sancire la tutela della salute come ”diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”, obbliga lo Stato a promuovere iniziative e ad adottare precisi comportamenti finalizzati alla migliore tutela possibile della salute. Sul piano della rilevanza giuridica questa norma è, programmatica in quanto impegna il legislatore a promuovere sul piano della ricerca , della sperimentazione, e sul livello burocratico-organizzativo, iniziative volte all’attuazione di un sistema di tutela adeguate alle esigenze di una società in evoluzione .Questa norma è anche precettiva in quanto l’individuo, come cittadino, rivendica nei confronti dello Stato un vero e proprio diritto soggettivo relativamente alla tutela della propria salute intesa non solo come bene personale, ma anche come bene dell’intera collettività .
Sul piano degli interventi finalizzati al governo della sanità ed alla tutela della salute nel tempo, si è ricorsi a diversi sistemi a seconda della interpretazione fornita relativamente a tale articolo.
Inizialmente si attribuì alla norma solo un contenuto programmatico, successivamente anche precettivo: la tutela della salute veniva garantita dal sistema mutualistico la cui fonte era costituita dall’art. 38 della stessa Costituzione che, fondandosi sulla obbligatorietà dell’assicurazione sociale contro le malattie in favore dei lavoratori e dei pensionati, garantiva, al verificarsi del “rischio” di malattia, appropriate cure per il ristabilimento delle condizioni psico-fisiche alterate da una patologia improvvisamente insorta.
Questo sistema garantiva, però, l’assistenza ai soli iscritti (lavoratori in attività di servizio, loro familiari e, di converso, anche pensionati e loro familiari) con esclusione di ogni altro soggetto non ricompreso nelle categorie suddette e con oneri a totale carico dei datori di lavoro e degli stessi lavoratori tenuti al versamento di specifici contributi. L’assistenza erogata era, inoltre, limitata alle sole cure riferite alla patologia insorta e non comprendeva, pertanto, anche prestazioni di riabilitazione e di recupero. Parallelamente si sviluppavano, per mezzo degli Enti Locali : Consorzi sanitari, Laboratori Igiene e Profilassi ed iniziative di sanità pubblica indirizzate alla collettività (prevenzione) ed a soggetti particolarmente bisognosi iscritti in apposite liste (condotta medica e domicilio di soccorso ) la cui fonte era costituita dalla legge 5843 del 1888 (legge Crispi) e successive integrazioni. Questo sistema di governo della sanità, durò fino alla metà degli anni settanta. Successivamente il disposto di cui all’art. 32 del dettato costituzionale, in sede di ulteriore interpretazione, venne considerato immediatamente precettivo con la conseguenza che il diritto vantato dall’individuo alla tutela della salute era da considerarsi assoluto e fondamentale in quanto finalizzato al mantenimento della propria integrità fisica e, pertanto, meritevole di tutela prioritaria con diritto a qualsiasi prestazione assistenziale. Da qui l’obbligo dello Stato a fornire ogni servizio ritenuto utile, essenziale e indispensabile alla tutela della salute fornendo le risorse necessarie senza alcuna limitazione.
I principi ispiratori della 833/78
Con legge n. 833 del 1978 viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale . Questa legge colma la mancanza di una disciplina ordinata ed articolata in materia sanitaria e contribuisce a un processo di riordino della sanità. I suoi contenuti sono fortemente innovativi rispetto al passato e di grande significato sul piano dei valori e dei principi.
Il concetto di Welfare state
La riforma prende ispirazione dalle fondamenta dell’ideologia dominante in diversi paesi europei di quel periodo (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca) l’idea cioè del Welfare state o Stato sociale che Maurizio Ferrera , sociologo e politologo italiano definisce :
un insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, che forniscono protezione sotto forma di assistenza, assicurazione e sicurezza sociale , introducendo tra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria.
L’inclusione dei diritti sociali (e dei corrispettivi dover fiscali) come elemento connotativo essenziale (anche se non unico) del Welfare state consente , secondo Ferrera:
1. di tracciare demarcazioni più precise nello spazio e nel tempo,
2. di promuovere quasi immediatamente trattamenti di tipo classificatorio: definire il genere di diritti-doveri, definire le prestazioni, definire gli eventi.
Concretamente il Welfare state si dispiega attraverso e per mezzo di un insieme di prestazioni eterogenee in diversi ambiti: previdenziale, assistenziale e sanitario. Tutti questi campi sono collegati tra loro da una finalità comune: assicurare tutti gli individui nei confronti dei rischi dell’esistenza. Le motivazioni dell’intervento pubblico possono essere suddivise in due grandi categorie:
1. La prima di natura etico- sociale: riconoscendo a tutti i cittadini il diritto alle prestazioni sociali, diritto collegato solamente allo stato di bisogno, indipendentemente da qualsiasi comportamento precedente, come l’aver versato contributi.
2. la seconda relativa all’aspetto economico: e può essere ricondotta all’esigenza di erogare prestazioni sociali in modo più efficiente: la presenza di esternalità di rendimenti di scala crescenti, di mercati non concorrenziali e di asimmetrie nell’informazione non permettono al sistema di mercato di funzionare correttamente e richiedono l’intervento statale. La sanità quindi in questa logica viene intesa come un diritto fondamentale ed irrinunciabile .
La doppia natura del diritto alla salute:interesse individuale e collettivo tutelato dallo Stato.
In particolare nell’articolo 1 della legge 833 si definisce la doppia natura del diritto alla salute: inteso sia come interesse individuale che collettivo e tutelato dallo Stato mediante il SSN. Con preciso riferimento all’art. 32 della Costituzione, il comma 2 dell’art. 1 della 833 ribadisce il principio della dignità e della libertà dell’uomo che doveva essere anche rispettato dalla tutela della salute.Il comma 3 dell’articolo 1 attribuisce al SSN il Complesso delle funzioni delle strutture dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzioni e l’attuazione di questo compete allo Stato, alle regioni e agli enti locali territoriali garantendo la partecipazione dei cittadini.
Una riforma di questa portata si realizza anche grazie al particolare momento politico italiano di quel periodo, la cosiddetta fase del compromesso storico, durante la quale le due grandi forze politiche del paese, i democratici cristiani e la sinistra, lavorarono insieme per risolvere alcuni problemi di elevata rilevanza politico- sociale.La tutela della salute, assumendo un contenuto essenzialmente precettivo, viene così estesa a tutti e non è più limitata solo ad alcune categorie . Il Servizio Sanitario Nazionale dalla legge che lo ha istituito viene, definito: come il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinate alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione alcuna e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini verso il servizio.(art.1). Sul piano dei contenuti si affermano quindi con forza:
Le generalità dei destinatari (tutti i cittadini indistintamente),
La globalità delle prestazioni (prevenzione, cura e riabilitazione)
L’ uguaglianza di trattamento. Principi che costituiscono le fondamenta e l’essenza di un moderno sistema finalizzato alla tutela e salvaguardia della salute dei singoli e dell’intera collettività.
Il Rispetto della dignità e della libertà della persona.
Il Servizio Sanitario Nazionale assicura quindi un accesso ai servizi nel rispetto dei principi della dignità della persona, dei bisogni di salute, di equità, qualità, appropriatezza delle cure ed economicità nell'impiego delle risorse. I cittadini effettuano la libera scelta del luogo di cura e dei professionisti nell'ambito delle strutture pubbliche e private accreditate ed esercitano il proprio "diritto alla salute" per ottenere prestazioni sanitarie, inclusive della prevenzione, della cura e della riabilitazione.
L'universalità, l'eguaglianza e l'equità di accesso alle prestazioni e ai servizi.
Sin dalla sua istituzione, il Servizio Sanitario Nazionale è stato fortemente caratterizzato dai principi di universalità ed eguaglianza, veri e propri assi portanti. Sancendo l’obbligatorietà dell’assicurazione contro le malattie si supera il sistema mutualistico a favore di un sistema di sicurezza sociale caratterizzato dalla universalità dell’assistenza per tutta la popolazione, attuato non più dai soppressi enti mutualistici, ma mediante il Sistema Sanitario nazionale e finanziato attraverso la fiscalità generale.
Il principio di eguaglianza e di universalità prerequisiti per assicurare la coesione sociale.
Il principio di eguaglianza e il principio di universalità del Sistema Sanitario nazionale costituiscono presupposti essenziali per assicurare la coesione sociale del Paese e per contrastare le conseguenze sulla salute frutto delle disuguaglianze sociali, derivanti dalle diverse condizioni socio-economiche dei singoli territori. Alla tradizionale idea di eguaglianza in base alla quale “gli individui con lo stesso stato di salute (o di bisogno) devono venire trattati egualmente”, si è progressivamente affiancata la convinzione che “gli individui con peggiore stato di salute o con maggiore bisogno devono venire trattati più favorevolmente” . Questo sviluppo del principio di eguaglianza ha consentito di mettere a fuoco tre diversi ambiti in cui il corollario dell’equità deve trovare concreta realizzazione: l’accesso alle prestazioni ed ai servizi sanitari, i risultati di salute in capo ai singoli soggetti, l’allocazione delle risorse e dei servizi secondo i bisogni.
Il concetto di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria.
Il problema del contenimento della spesa pubblica .
L’attuale crisi della finanza pubblica sembra fornire a una certa parte della classe politica e amministrativa italiana fondati motivi per riprendere una rigorosa strategia di contenimento della spesa pubblica, compresa quella sanitaria. In questi anni l’assunto che le economie di mercato e i regimi concorrenziali possano garantire una produzione più efficiente, ha orientato parte delle scelte politiche verso la proposta di affidare un ruolo crescente al settore privato nell’erogazione dei servizi sanitari, riducendo sensibilmente l’azione dello Stato.Secondo tale concezione di politica economica, la competizione favorirebbe l’emergere di servizi di qualità poiché sarebbero i soli – a parità di costi- capaci di conquistare il favore dei consumatori. Tuttavia secondo Paolo Motta, Infermiere ricercatore, numerosi studi hanno dimostrato che l’adozione del libero mercato non porta necessariamente e direttamente ad un uso efficiente delle risorse destinate ai servizi sanitari. Inoltre è forte la preoccupazione che le conseguenze di politiche economiche improntate alle dottrine del liberismo avvantaggino i soggetti socialmente più forti. La crisi dei sistemi socio sanitari occidentali è da ricondurre a diversi fattori tra i quali ha sicuramente pesato l’indiscriminata applicazione delle leggi economiche al “bene salute”,testimoniata, ad esempio, dalla crescente attenzione da parte del management sanitario alla produttività degli input anziché dalla efficacia degli output (fino a inseguire acriticamente l’eccellenza dei processi a prescindere dalla loro reale utilità pratica).La stessa Oms , a più riprese ha auspicato che dopo anni dominati dall’imperativo economico,le riforme dei sistemi sanitari possano ora ispirarsi ai valori dell’etica poiché la tutela della salute e la salvaguardia delle esigenze delle persone più vulnerabili e a maggior rischio di emarginazione devono poter essere garantite non tanto per mezzo di un particolare modello di finanziamento ma, in primo luogo, dalla chiarezza e dalla solidità dei principi etici su cui si basa la pratica sanitaria. Si consideri, inoltre, che in un mercato imperfetto –in cui cioè l’offerta è in grado di indurre la propria domanda- la progressiva crescita dell’assistenza socio sanitaria comporta effetti a favore dei produttori che non sempre sono giustificati dalle reali esigenze di salute della collettività.
Per una pratica sanitaria sostenibile: il pensiero di Daniel Callahn.
La medicina si trova in una situazione molto particolare: una domanda forte e potenzialmente illimitata da una parte e, dall’altra la costante innovazione scientifica e tecnologica rappresentano fattori di continua espansione del fatturato. Secondo il pensiero di Daniel Callahn , bioeticista americano, la soluzione ai problemi della crescita sulla spesa sanitaria deve essere ricercata nell’elaborazione di una pratica sanitaria sostenibile. Questo tipo di assistenza secondo l’autore aspira a raggiungere una condizione di stabilità ad un livello economicamente sopportabile equamente accessibile e psicologicamente sostenibile ; egli propone un modello di cura e di assistenza che non aspira alla perfezione , ma che si presenta lento nella crescita e addirittura disposto a rinunciare ad alcuni potenziali progressi, in nome della stabilità economica e del perseguimento di altri beni sociali. Pertanto la realizzazione di tale approccio si accompagna necessariamente allo sviluppo di una maggiore responsabilità individuale nei confronti della salute attribuendo a ciascuno parte dell’obbligo di prendersi cura della propria persona. A questo proposito Callahan osserva che uno dei tratti peculiari della società individualista occidentale è rappresentato dalla tendenza a porre il destino della propria salute nelle mani di chi padroneggia la tecnologia, rinunciando a assumersi personalmente la propria auto-cura.
Noi siamo giunti a far dipendere la nostra speranza dall’illusione che la medicina, grazie alla ricerca e all’ampliamento dei propri poteri clinici, possa giungere a dominare la morte e l’infermità, e sia in grado di farlo con un accettabile rapporto costi-benefici. Una speranza che ha sostenuto la medicina del nostro secolo. Ma è una speranza sbagliata: una vita decente e piena non la esige affatto, e per la società perseguirla è una follia.[...]
Conclusioni
L’esigenza di coniugare la domanda crescente di salute, con la limitatezza delle risorse disponibili, porta necessariamente ad un nuovo modo di ripensare la cura. Non più solo organizzazione di servizi preposti alla erogazione di prestazioni, ma anche “produzione” di salute con la presenza, la partecipazione, il coinvolgimento e l’impegno di tutti e con l’assunzione di responsabilità ai diversi livelli. Tra i bisogni fondamentali della persona c’è anche quello di poter sviluppare le proprie attitudini e valorizzare le proprie capacità.
Il contributo che gli operatori della cura possono apportare in tale direzione risulta di fondamentale importanza, per l’attenzione all’educazione del paziente e dei suoi caregiver, per il rispetto della sua autonomia e per il coinvolgimento nelle scelte assistenziali e nel processo di valutazione dell’assistenza erogata.
Bibliografia.
Callhan D, La medicina impossibile, Baldini & Castoldi, Milano, 1998.
Ferrera M. Modelli di solidarietà.Politica e riforme sociali nelle democrazie. Il Mulino, Bologna ,1993 .
La Costituzione della Repubblica Italiana , 1948 art. 32.
Legge 23 dicembre 1978, n. 833
"Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale"
(RIFORMA SANITARIA) pubblicata sul Supplemento Ordinario della Gazzetta Ufficiale n. 360 del 28-12-1978
Libro bianco sui principi fondamentali del Servizio sanitario nazionale", redatto al Centro di ricerca sulle amministrazioni pubbliche Vittorio Bachelet della Libera Università degli studi sociali,2008.
Motta P., Il concetto di sostenibilità applicato all’assistenza sanitaria, Nursing oggi, numero2, 2005.
Sitografia
Articolo di Fernando Sacco : ART. 32 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA : DIRITTO ALLA SALUTE - COME SONO STATE REALIZZATE E CONTINUANO A REALIZZARSI LE RIFORME NELLA SANITA’.
http://www.dirittosanitario.net/fullscreen.php?quadid=20
Nell’articolo si considerano le fondamenta su cui si costruisce la 833 in particolare l’articolo 32 della Costituzione italiana. La legge 833 prende forma e viene deliberata in un momento storico particolare della Italia e dell’Europa e i principi su cui si fonda si ispirano al concetto di Welfare state ; si considerano in particolare i principi dell’ universalità, dell'eguaglianza e dell'equità di accesso alle prestazioni e ai servizi. L’invecchiamento demografico e la composizione di una società sempre più multiculturale stanno interrogando a fondo questo tipo di impostazione. Si affronta quindi il principio di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria sviluppato da Daniel Callahn bioeticista americano : la realizzazione di tale approccio si accompagna necessariamente allo sviluppo di una maggiore responsabilità individuale nei confronti della salute attribuendo a ciascuna persona parte della necessità di prendersi cura della propria persona.
Nell’articolo 32 della Costituzione italiana: le radici della legge 833/78 .
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
L’art. 32 della Costituzione Italiana, nel sancire la tutela della salute come ”diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività”, obbliga lo Stato a promuovere iniziative e ad adottare precisi comportamenti finalizzati alla migliore tutela possibile della salute. Sul piano della rilevanza giuridica questa norma è, programmatica in quanto impegna il legislatore a promuovere sul piano della ricerca , della sperimentazione, e sul livello burocratico-organizzativo, iniziative volte all’attuazione di un sistema di tutela adeguate alle esigenze di una società in evoluzione .Questa norma è anche precettiva in quanto l’individuo, come cittadino, rivendica nei confronti dello Stato un vero e proprio diritto soggettivo relativamente alla tutela della propria salute intesa non solo come bene personale, ma anche come bene dell’intera collettività .
Sul piano degli interventi finalizzati al governo della sanità ed alla tutela della salute nel tempo, si è ricorsi a diversi sistemi a seconda della interpretazione fornita relativamente a tale articolo.
Inizialmente si attribuì alla norma solo un contenuto programmatico, successivamente anche precettivo: la tutela della salute veniva garantita dal sistema mutualistico la cui fonte era costituita dall’art. 38 della stessa Costituzione che, fondandosi sulla obbligatorietà dell’assicurazione sociale contro le malattie in favore dei lavoratori e dei pensionati, garantiva, al verificarsi del “rischio” di malattia, appropriate cure per il ristabilimento delle condizioni psico-fisiche alterate da una patologia improvvisamente insorta.
Questo sistema garantiva, però, l’assistenza ai soli iscritti (lavoratori in attività di servizio, loro familiari e, di converso, anche pensionati e loro familiari) con esclusione di ogni altro soggetto non ricompreso nelle categorie suddette e con oneri a totale carico dei datori di lavoro e degli stessi lavoratori tenuti al versamento di specifici contributi. L’assistenza erogata era, inoltre, limitata alle sole cure riferite alla patologia insorta e non comprendeva, pertanto, anche prestazioni di riabilitazione e di recupero. Parallelamente si sviluppavano, per mezzo degli Enti Locali : Consorzi sanitari, Laboratori Igiene e Profilassi ed iniziative di sanità pubblica indirizzate alla collettività (prevenzione) ed a soggetti particolarmente bisognosi iscritti in apposite liste (condotta medica e domicilio di soccorso ) la cui fonte era costituita dalla legge 5843 del 1888 (legge Crispi) e successive integrazioni. Questo sistema di governo della sanità, durò fino alla metà degli anni settanta. Successivamente il disposto di cui all’art. 32 del dettato costituzionale, in sede di ulteriore interpretazione, venne considerato immediatamente precettivo con la conseguenza che il diritto vantato dall’individuo alla tutela della salute era da considerarsi assoluto e fondamentale in quanto finalizzato al mantenimento della propria integrità fisica e, pertanto, meritevole di tutela prioritaria con diritto a qualsiasi prestazione assistenziale. Da qui l’obbligo dello Stato a fornire ogni servizio ritenuto utile, essenziale e indispensabile alla tutela della salute fornendo le risorse necessarie senza alcuna limitazione.
I principi ispiratori della 833/78
Con legge n. 833 del 1978 viene istituito il Servizio Sanitario Nazionale . Questa legge colma la mancanza di una disciplina ordinata ed articolata in materia sanitaria e contribuisce a un processo di riordino della sanità. I suoi contenuti sono fortemente innovativi rispetto al passato e di grande significato sul piano dei valori e dei principi.
Il concetto di Welfare state
La riforma prende ispirazione dalle fondamenta dell’ideologia dominante in diversi paesi europei di quel periodo (Gran Bretagna, Svezia, Danimarca) l’idea cioè del Welfare state o Stato sociale che Maurizio Ferrera , sociologo e politologo italiano definisce :
un insieme di interventi pubblici connessi al processo di modernizzazione, che forniscono protezione sotto forma di assistenza, assicurazione e sicurezza sociale , introducendo tra l’altro specifici diritti sociali nel caso di eventi prestabiliti nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria.
L’inclusione dei diritti sociali (e dei corrispettivi dover fiscali) come elemento connotativo essenziale (anche se non unico) del Welfare state consente , secondo Ferrera:
1. di tracciare demarcazioni più precise nello spazio e nel tempo,
2. di promuovere quasi immediatamente trattamenti di tipo classificatorio: definire il genere di diritti-doveri, definire le prestazioni, definire gli eventi.
Concretamente il Welfare state si dispiega attraverso e per mezzo di un insieme di prestazioni eterogenee in diversi ambiti: previdenziale, assistenziale e sanitario. Tutti questi campi sono collegati tra loro da una finalità comune: assicurare tutti gli individui nei confronti dei rischi dell’esistenza. Le motivazioni dell’intervento pubblico possono essere suddivise in due grandi categorie:
1. La prima di natura etico- sociale: riconoscendo a tutti i cittadini il diritto alle prestazioni sociali, diritto collegato solamente allo stato di bisogno, indipendentemente da qualsiasi comportamento precedente, come l’aver versato contributi.
2. la seconda relativa all’aspetto economico: e può essere ricondotta all’esigenza di erogare prestazioni sociali in modo più efficiente: la presenza di esternalità di rendimenti di scala crescenti, di mercati non concorrenziali e di asimmetrie nell’informazione non permettono al sistema di mercato di funzionare correttamente e richiedono l’intervento statale. La sanità quindi in questa logica viene intesa come un diritto fondamentale ed irrinunciabile .
La doppia natura del diritto alla salute:interesse individuale e collettivo tutelato dallo Stato.
In particolare nell’articolo 1 della legge 833 si definisce la doppia natura del diritto alla salute: inteso sia come interesse individuale che collettivo e tutelato dallo Stato mediante il SSN. Con preciso riferimento all’art. 32 della Costituzione, il comma 2 dell’art. 1 della 833 ribadisce il principio della dignità e della libertà dell’uomo che doveva essere anche rispettato dalla tutela della salute.Il comma 3 dell’articolo 1 attribuisce al SSN il Complesso delle funzioni delle strutture dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzioni e l’attuazione di questo compete allo Stato, alle regioni e agli enti locali territoriali garantendo la partecipazione dei cittadini.
Una riforma di questa portata si realizza anche grazie al particolare momento politico italiano di quel periodo, la cosiddetta fase del compromesso storico, durante la quale le due grandi forze politiche del paese, i democratici cristiani e la sinistra, lavorarono insieme per risolvere alcuni problemi di elevata rilevanza politico- sociale.La tutela della salute, assumendo un contenuto essenzialmente precettivo, viene così estesa a tutti e non è più limitata solo ad alcune categorie . Il Servizio Sanitario Nazionale dalla legge che lo ha istituito viene, definito: come il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinate alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione alcuna e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini verso il servizio.(art.1). Sul piano dei contenuti si affermano quindi con forza:
Le generalità dei destinatari (tutti i cittadini indistintamente),
La globalità delle prestazioni (prevenzione, cura e riabilitazione)
L’ uguaglianza di trattamento. Principi che costituiscono le fondamenta e l’essenza di un moderno sistema finalizzato alla tutela e salvaguardia della salute dei singoli e dell’intera collettività.
Il Rispetto della dignità e della libertà della persona.
Il Servizio Sanitario Nazionale assicura quindi un accesso ai servizi nel rispetto dei principi della dignità della persona, dei bisogni di salute, di equità, qualità, appropriatezza delle cure ed economicità nell'impiego delle risorse. I cittadini effettuano la libera scelta del luogo di cura e dei professionisti nell'ambito delle strutture pubbliche e private accreditate ed esercitano il proprio "diritto alla salute" per ottenere prestazioni sanitarie, inclusive della prevenzione, della cura e della riabilitazione.
L'universalità, l'eguaglianza e l'equità di accesso alle prestazioni e ai servizi.
Sin dalla sua istituzione, il Servizio Sanitario Nazionale è stato fortemente caratterizzato dai principi di universalità ed eguaglianza, veri e propri assi portanti. Sancendo l’obbligatorietà dell’assicurazione contro le malattie si supera il sistema mutualistico a favore di un sistema di sicurezza sociale caratterizzato dalla universalità dell’assistenza per tutta la popolazione, attuato non più dai soppressi enti mutualistici, ma mediante il Sistema Sanitario nazionale e finanziato attraverso la fiscalità generale.
Il principio di eguaglianza e di universalità prerequisiti per assicurare la coesione sociale.
Il principio di eguaglianza e il principio di universalità del Sistema Sanitario nazionale costituiscono presupposti essenziali per assicurare la coesione sociale del Paese e per contrastare le conseguenze sulla salute frutto delle disuguaglianze sociali, derivanti dalle diverse condizioni socio-economiche dei singoli territori. Alla tradizionale idea di eguaglianza in base alla quale “gli individui con lo stesso stato di salute (o di bisogno) devono venire trattati egualmente”, si è progressivamente affiancata la convinzione che “gli individui con peggiore stato di salute o con maggiore bisogno devono venire trattati più favorevolmente” . Questo sviluppo del principio di eguaglianza ha consentito di mettere a fuoco tre diversi ambiti in cui il corollario dell’equità deve trovare concreta realizzazione: l’accesso alle prestazioni ed ai servizi sanitari, i risultati di salute in capo ai singoli soggetti, l’allocazione delle risorse e dei servizi secondo i bisogni.
Il concetto di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria.
Il problema del contenimento della spesa pubblica .
L’attuale crisi della finanza pubblica sembra fornire a una certa parte della classe politica e amministrativa italiana fondati motivi per riprendere una rigorosa strategia di contenimento della spesa pubblica, compresa quella sanitaria. In questi anni l’assunto che le economie di mercato e i regimi concorrenziali possano garantire una produzione più efficiente, ha orientato parte delle scelte politiche verso la proposta di affidare un ruolo crescente al settore privato nell’erogazione dei servizi sanitari, riducendo sensibilmente l’azione dello Stato.Secondo tale concezione di politica economica, la competizione favorirebbe l’emergere di servizi di qualità poiché sarebbero i soli – a parità di costi- capaci di conquistare il favore dei consumatori. Tuttavia secondo Paolo Motta, Infermiere ricercatore, numerosi studi hanno dimostrato che l’adozione del libero mercato non porta necessariamente e direttamente ad un uso efficiente delle risorse destinate ai servizi sanitari. Inoltre è forte la preoccupazione che le conseguenze di politiche economiche improntate alle dottrine del liberismo avvantaggino i soggetti socialmente più forti. La crisi dei sistemi socio sanitari occidentali è da ricondurre a diversi fattori tra i quali ha sicuramente pesato l’indiscriminata applicazione delle leggi economiche al “bene salute”,testimoniata, ad esempio, dalla crescente attenzione da parte del management sanitario alla produttività degli input anziché dalla efficacia degli output (fino a inseguire acriticamente l’eccellenza dei processi a prescindere dalla loro reale utilità pratica).La stessa Oms , a più riprese ha auspicato che dopo anni dominati dall’imperativo economico,le riforme dei sistemi sanitari possano ora ispirarsi ai valori dell’etica poiché la tutela della salute e la salvaguardia delle esigenze delle persone più vulnerabili e a maggior rischio di emarginazione devono poter essere garantite non tanto per mezzo di un particolare modello di finanziamento ma, in primo luogo, dalla chiarezza e dalla solidità dei principi etici su cui si basa la pratica sanitaria. Si consideri, inoltre, che in un mercato imperfetto –in cui cioè l’offerta è in grado di indurre la propria domanda- la progressiva crescita dell’assistenza socio sanitaria comporta effetti a favore dei produttori che non sempre sono giustificati dalle reali esigenze di salute della collettività.
Per una pratica sanitaria sostenibile: il pensiero di Daniel Callahn.
La medicina si trova in una situazione molto particolare: una domanda forte e potenzialmente illimitata da una parte e, dall’altra la costante innovazione scientifica e tecnologica rappresentano fattori di continua espansione del fatturato. Secondo il pensiero di Daniel Callahn , bioeticista americano, la soluzione ai problemi della crescita sulla spesa sanitaria deve essere ricercata nell’elaborazione di una pratica sanitaria sostenibile. Questo tipo di assistenza secondo l’autore aspira a raggiungere una condizione di stabilità ad un livello economicamente sopportabile equamente accessibile e psicologicamente sostenibile ; egli propone un modello di cura e di assistenza che non aspira alla perfezione , ma che si presenta lento nella crescita e addirittura disposto a rinunciare ad alcuni potenziali progressi, in nome della stabilità economica e del perseguimento di altri beni sociali. Pertanto la realizzazione di tale approccio si accompagna necessariamente allo sviluppo di una maggiore responsabilità individuale nei confronti della salute attribuendo a ciascuno parte dell’obbligo di prendersi cura della propria persona. A questo proposito Callahan osserva che uno dei tratti peculiari della società individualista occidentale è rappresentato dalla tendenza a porre il destino della propria salute nelle mani di chi padroneggia la tecnologia, rinunciando a assumersi personalmente la propria auto-cura.
Noi siamo giunti a far dipendere la nostra speranza dall’illusione che la medicina, grazie alla ricerca e all’ampliamento dei propri poteri clinici, possa giungere a dominare la morte e l’infermità, e sia in grado di farlo con un accettabile rapporto costi-benefici. Una speranza che ha sostenuto la medicina del nostro secolo. Ma è una speranza sbagliata: una vita decente e piena non la esige affatto, e per la società perseguirla è una follia.[...]
Conclusioni
L’esigenza di coniugare la domanda crescente di salute, con la limitatezza delle risorse disponibili, porta necessariamente ad un nuovo modo di ripensare la cura. Non più solo organizzazione di servizi preposti alla erogazione di prestazioni, ma anche “produzione” di salute con la presenza, la partecipazione, il coinvolgimento e l’impegno di tutti e con l’assunzione di responsabilità ai diversi livelli. Tra i bisogni fondamentali della persona c’è anche quello di poter sviluppare le proprie attitudini e valorizzare le proprie capacità.
Il contributo che gli operatori della cura possono apportare in tale direzione risulta di fondamentale importanza, per l’attenzione all’educazione del paziente e dei suoi caregiver, per il rispetto della sua autonomia e per il coinvolgimento nelle scelte assistenziali e nel processo di valutazione dell’assistenza erogata.
Bibliografia.
Callhan D, La medicina impossibile, Baldini & Castoldi, Milano, 1998.
Ferrera M. Modelli di solidarietà.Politica e riforme sociali nelle democrazie. Il Mulino, Bologna ,1993 .
La Costituzione della Repubblica Italiana , 1948 art. 32.
Legge 23 dicembre 1978, n. 833
"Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale"
(RIFORMA SANITARIA) pubblicata sul Supplemento Ordinario della Gazzetta Ufficiale n. 360 del 28-12-1978
Libro bianco sui principi fondamentali del Servizio sanitario nazionale", redatto al Centro di ricerca sulle amministrazioni pubbliche Vittorio Bachelet della Libera Università degli studi sociali,2008.
Motta P., Il concetto di sostenibilità applicato all’assistenza sanitaria, Nursing oggi, numero2, 2005.
Sitografia
Articolo di Fernando Sacco : ART. 32 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA : DIRITTO ALLA SALUTE - COME SONO STATE REALIZZATE E CONTINUANO A REALIZZARSI LE RIFORME NELLA SANITA’.
http://www.dirittosanitario.net/fullscreen.php?quadid=20
venerdì 17 settembre 2010
Il caso FIAT e l’innovazione nelle relazioni industriali. A noi del socio-sanitario, cosa insegna?
Ci son fatti di cronaca a cui non è improprio attribuire il significato e il valore di un vero e proprio spartiacque tra epoche. È questo il caso delle recenti decisioni del gruppo FIAT, sulle prime apparse come episodiche e circoscritte, poi, a poco a poco, sempre più avviate ad assumere un valore diverso, man mano che se ne intravedeva la portata. Fin dalle prime schermaglie tra Azienda, Governo e Sindacato subito si è capito che il nuovo stile di management del personale non si sarebbe limitato al caso in discussione, ma avrebbe assunto portata generale in ambito aziendale e non solo. L’accordo di Pomigliano riguarda una singola fattispecie ed è universale al tempo stesso, perché è fattore assoluto di novità. Introduce il seme del cambiamento nel mondo della produzione metalmeccanica che per la sua tradizionale vocazione di “apripista” nel mondo delle relazioni industriali fornirà base ed esempio a molti e, alla fine, a tutti i settori produttivi.
Due posizioni hanno colpito: da una parte quella di alcune parti sindacali che hanno gridato allo scandalo per un atteggiamento che potrebbe aprire una stagione di repressione di diritti dei lavoratori garantiti dalla Costituzione e dall’altra quella dell’Azienda che attribuisce ai lavoratori un atteggiamento ambivalente basato su una grande attenzione ai diritti non suffragata però da altrettanto rispetto per i corrispondenti doveri. La posizione mostrata dalla FIAT, almeno quella più evidente e dichiarata, è che bisogna arginare una tendenza antiproduttiva e inefficiente dei lavoratori, intesi in senso generale e ovviamente senza riferimenti specifici, che non capiscono, in sostanza, che la consistenza reale dei diritti poggia e trae fondamento proprio nella corrispondente assunzione di responsabilità riguardo ai doveri del lavoratore. Anche questo concetto è figlio della Costituzione repubblicana, altrimenti che significato potremmo attribuire al dettato dell’art. 1? Se l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro dobbiamo interrogarci su cosa intendiamo per lavoro; semplicemente “avere un posto” o sostenere le responsabilità connesse a quel posto!?
Senza fare un’analisi della storia recente e, come alcuni hanno fatto, aprire un processo contro il sindacato che sarebbe reo di aver creato un clima di appiattimento e rivendicazione oltre ogni ragionevole oggettiva necessità, ci si può limitare alla considerazione che il sindacato è corresponsabile di un grande processo di demotivazione basato sulla contrapposizione con il datore di lavoro e su un dilatato egalitarismo spesso fuori equilibrio per aver posto l’accento sugli uguali diritti trascurando, per evitarne la conseguente impopolarità, gli uguali doveri ai fini dell’efficienza produttiva. La corresponsabilità del Sindacato presuppone la presenza di altri responsabili. Governo e Media, non c’è bisogno di cercare tanto! Non questo o quel governo (centrale o periferico) ma la gestione politico-amministrativa degli ultimi 50 anni che non ha saputo adottare strumenti appropriati per favorire la crescita di responsabilità né dei lavoratori né delle aziende. Sono stati chiesti investimenti in aree dove la produttività non sarebbe stata elevata per gestire il consenso offrendo “posti” (non lavoro responsabile) e ponendo così le basi per un’ulteriore diminuzione della produttività. Di conseguenza sono stati dati incentivi alle aziende che investivano riducendo il senso di responsabilità delle aziende stesse a cui non si sarebbe mai dovuta dare la sensazione di poter vivere al di sopra e al di fuori di ogni logica competitiva essendo sufficiente un buon rapporto, una buona integrazione col potere politico. I media poi hanno fatto il resto: comunicazione narcotizzante e creazione di falsi miti di benessere, proposizione di obiettivi di vita riconducibili alla giovinezza, alla bellezza, ai consumi futili, alla crescita sociale legata alla visibilità televisiva.
Tutto questo, forse, ha preparato il terreno per un Governo che vuole la strada spianata per vivere, ma così può solo vivere alla giornata, non può fare programmazione a medio/lungo termine e, men che meno può svolgere alcuna funzione formativa nei confronti di cittadini, corpi civili e parti sociali.
Fin qui la critica al sistema, ma cosa c’entra tutto ciò con il nostro settore sociosanitario? Semplice: Governo, Sindacato e Grande Azienda, conducendo battaglie per integrare i distinti obiettivi, creano una visione della società che s’impone in termini generali influenzando in modo determinante la cultura del lavoro. Ora, da qualunque punto di vista si guardi il problema non si può che rilevare l’urgente bisogno di intervenire proprio su un punto relativo alla cultura del lavoro. Non c’è altro da fare che lavorare sulla formazione del personale, non tanto sulla cultura tecnica e quindi sugli aspetti pratici sul come intervenire materialmente sul “prodotto” (cioè la cura assistenziale), ma sull’approccio intellettuale stesso al lavoro in generale e al lavoro di cura in particolare.
Un aiuto a capire quale possa essere la nuova strada da seguire viene dall’intervento al meeting di Rimini dell’A.D. della FIAT Marchionne. Egli ha parlato con esempi tratti dalla sua esperienza e citazioni letterarie (Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad aver fiducia negli stranieri, a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Nulla è vostro tranne le cose essenziali: l’aria, il sonno, il sogno. -Cesare Pavese )
La conclusione di Marchionne è che cambiare ambiente e conoscere altre culture, anche se è sofferenza, è un vero e proprio bisogno per l’uomo. Certo il suo ragionamento parte dall’esperienza di direzione di una grande multinazionale dell’automobile e nel suo caso è evidente che le esperienze straordinarie di conoscenza di altre lingue, altri luoghi e altre culture è indispensabile per progettare un futuro ad ampiezza globale. Nel nostro caso sembra meno urgente ragionare così. In realtà anche per le aziende di servizio è indispensabile capire la trasformazione del mondo e i fenomeni di integrazione culturale e sociale che si stanno sviluppando. È indispensabile capire dove va la politica ammesso che vada da qualche parte, e che abbia almeno un minimo di consapevolezza sul pericolo di burn-out che incombe su chi si sente vittima di una discrasia tra ciò che gli viene chiesto e ciò che viene assicurato in termini di risorse. È indispensabile, infine, per aprire la nostra mente e renderci meno vulnerabili. Il lavoratore dell’assistenza deve comprendere la sua posizione e deve condividere la missione della sua azienda di servizio. Pubblica o privata che sia l’azienda deve assicurare l’integrazione delle culture professionali e umane. La nuova formazione deve avere una base umanistica formidabile e deve aiutare il lavoratore a scavare nel suo profondo per ritrovare tutte le energie che servono per continuare in un’opera che sembra non solo mal retribuita ma anche socialmente squalificata. Non si deve passare sotto silenzio quelle che sono le responsabilità della politica italiana di cui, sia pur in modo non frontale, anche Marchionne ne sottolinea la negatività. Dal suo discorso di Rimini: “Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un Paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno”.
I punti determinanti dell’atteggiamento FIAT e soprattutto del discorso di Rimini sono sostanzialmente tre :
• la produttività dell’azienda dipende dal clima socio-culturale della comunità in cui l’azienda stessa opera
• i lavoratori attestano la loro protesta sulla difesa dei diritti ma non sono altrettanto attenti ai doveri
• il sindacato ha la responsabilità di aver sostenuto la cultura della rivendicazione di classe anche quando non aveva più senso anziché contribuire alla formazione di una cultura del lavoro efficiente e moderna
Ciò ha portato alcune fabbriche della FIAT a pagare in termini salariali più di quanto sia stato prodotto e anche nelle altre aziende, comprese quelle del nostro settore, c’è stata in molti casi una sproporzione tra le risorse immesse e i risultati prodotti.
Gli attori posti sulla scena sono il Governo, i Sindacati, i Lavoratori e i Media. Questi ultimi non sono citati direttamente ma a nessuno sfugge quanta responsabilità abbiano i media nella creazione della cultura popolare, quindi è evidente che i giornali, in parte minima, e soprattutto la televisione sono dei grandi responsabili!
Questi sono gli attori che giorno dopo giorno recitano la grande rappresentazione della nostra cultura, e quindi anche del senso di responsabilità nel lavoro. Sono legati da un vincolo circolare e nessuno di essi potrebbe vivere dissociato dagli altri. Tutti hanno un quoziente di responsabilità, ma in mezzo alla scena – dice Marchionne – c’è l’Azienda che deve produrre e, molto interessante, non facendo riferimento a sé stessa e ai suoi risultati precedenti, ma guardando al futuro e imparando a confrontarsi col mondo e ad essere competitiva.
La storia dell’impresa italiana, della grande impresa così come della piccola e media, è costellata di risultati a volte anche molto positivi, spesso però raggiunti sulla base di rapporti ambigui con la politica e quindi con le istituzioni. L’A.D. della FIAT, meno italiano nella mente di quanto il suo nome possa far supporre, rompe questa tradizione e dichiara di privilegiare il mercato rispetto agli aiuti di stato. Reggersi sulle proprie gambe invece di curare le relazioni politiche per assicurarsi i finanziamenti. È gesto potente di libertà. Se ben interpretato dovrebbe far cambiare la politica del “Governo del fare” verso un “Governo del lasciar fare” a chi è capace e Dio solo sa quanto di questo atteggiamento c’è bisogno nelle aziende pubbliche.
In un articolo di Carlo Stagnaro si legge una bella citazione: alla domanda di Jean Baptiste Colbert (Ministro di Luigi XIV) “cosa possiamo fare par i commercianti”, il mercante Le Gendre diede una risposta emblematica per la sua efficace sintesi “Laissez-nous faire!”
Trasferire tutto quello che abbiamo sin qui detto nell’ambiente dei servizi sociosanitari non è molto difficile. Gli attori sono gli stessi, ma al centro del palcoscenico non c’è la grande azienda o i “commercianti” ma la piccola, polverizzata e confusa azienda di servizi sociosanitari alla persona il cui prodotto non è destinato in modo indifferenziato ai cittadini adulti e operosi, ma agli anziani e disabili non autosufficienti di un determinato territorio. Questa è una differenza rilevante, ma è semplicemente rafforzativa della necessità di un arricchimento etico e culturale del lavoratore. Non rispondiamo a bisogni di chi può valutare e scegliere ma consentiamo ai non autosufficienti di continuare a vivere. Essi non hanno molte possibilità di scelta e l’operatore è l’unico tutore e garante della loro vita.
Lo Stato e le istituzioni in genere hanno notevoli responsabilità, ma dalla nostra modesta postazione possiamo solo mandare loro delle indicazioni che potranno essere prese in considerazione o meno. Bisogna infatti ricordare che ci sono molti altri problemi e in secondo luogo, purtroppo, anziani e disabili non sono “grandi” elettori.
Il sindacato ha avuto influenze non sempre positive anche nel nostro ambiente, è vero, ma ben poca influenza si può esercitare su di loro se non attraverso i lavoratori che sono al centro dei loro interessi e delle loro attenzioni. Senza tessere i sindacalisti vanno a casa (o come si dice un po’ polemicamente “tornano a lavorara”), quindi devono essere sempre schierati a favore dei lavoratori, se questi ultimi assumono posizioni nuove e diventano essi stessi i primi portatori di una nuova cultura professionale in modo autonomo e auto-generato il sindacato si adeguerà.
Non c’è niente altro da fare che incidere sui lavoratori senza l’intermediazione del sindacato e tanto meno della politica. Questo è il primo messaggio che possiamo decodificare dall’impalcatura logica della nuova linea di relazioni industriali di cui abbiamo sin qui parlato.
Bisogna creare le condizioni perché aumenti la motivazione, infatti è la motivazione il fattore chiave della crescita delle nostre organizzazioni e della loro capacità di contrapporsi a tutte quello forze centrifughe di cui s’è parlato. Bisogna migliorare ai lavoratori del settore sociosanitario il loro ruolo sociale. Bisogna fare in modo che siano “visti”: il resto del mondo deve sapere che esistono, deve sapere quanti sono e quanto sono appassionati a quello che fanno sapendo che il loro impegno non riguarda solo qualcuno ma che potenzialmente è la soddisfazione di un bisogno reale , concreto e attuale per tutti!
Se è difficile pensare a momenti di aggregazione pubblici per intraprendere un percorso formativo di questo genere si può cominciare a livello aziendale.
Si deve ricordare che le teorie sulla motivazione sono comparse nella seconda metà del secolo scorso (Maslow, Vroom, Adams e altri), ma i modelli che sono stati creati negli anni ’50 e ’60 non colgono forse completamente la complessità del momento attuale pur mantenendo valore. Chi non ha mai fatto riferimento in una discussione,o in un momento formativo alla teoria di bisogni (Piramide) di Maslow ? Se però cerchiamo una risposta al complesso problema dell’operatore di assistenza oggi scopriamo che bisogna andare oltre. A parte i bisogni fisiologici, che sembrerebbe comunque un problema superato per tutti, gli altri non sembrano soddisfatti interamente e non sembra del tutto vero che per sentire il bisogno appartenente al gradino gerarchico superiore deve necessariamente essere soddisfatto quello inferiore. Inoltre nella realtà odierna a volte i bisogni, forse fittizi, sembrano così lontani da indurre a sperare nel colpo di fortuna (Lotto, lotterie, Superenalotto e simili..). Sembra che una posizione soddisfacente nel gruppo sociale si ottiene solo potendo fruire in larga misura di beni costosi anche se futili che rappresentano il vero status simbol di oggi. Poiché i guadagni a nessun livello, alti o bassi che siano, lo consentono c’è una frustrazione costante che non dipende dal lavoro ma dai messaggi che provengono dall’esterno. Il lavoro comunque e di qualunque natura esso sia non potrà mai ripagare le aspettative create dalla comunicazione dei media che alla fine sostengono i consumi di beni non essenziali e distraggono la mente dei cittadini. Come si fa a creare senso di appartenenza se il bisogno, reale o indotto, è quello di essere confrontabili con le veline, con gli attori del Grande Fratello o con grandi personalità del jet set? Qui sta il problema che non possiamo risolvere neanche con la teoria dell’aspettativa di Vroom . Non funzionerà perché la ricompensa non sarà mai all’altezza del bisogno perché il bisogno non è stato correttamente definito.
Se non possiamo prendercela col Governo e coi Media perché sono fuori dalla nostra portata dobbiamo agire sulla cultura degli operatori e gli esempi che abbiamo fatto fin qui bastano a farci intravedere la strada.
L’azione deve essere tesa alla creazione di immagine positiva per il lavoro di cura. E, alla fine della carrellata, si capisce che questo lavoro formativo non va rivolto soltanto nei confronti dei dipendenti ma anche dei parenti e dei cittadini tutti, per quanto possibile, perché è l’unico modo di creare qualcosa di simile a quello che i media ci hanno indotto a desiderare. Vogliamo essere conosciuti ed apprezzati, quindi dobbiamo fare di tutto per essere visti.
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Riferimenti bibliografici/articoli/siti
Accordo di Pomigliano in http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-06-16/testo-accordo-fiat-pomigliano-130900.shtml?uuid=AYhDg4yB
Il discorso di Marchionne al meeting di Rimini in
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/57964girata.asp
Se il Lingotto lascia lo Stato per il mercato di Carlo Lottieri (Liberal 30 luglio 2010)
Dal governo del fare si passi a quello del lasciar far di Carlo Stagnaro (Il Foglio 11 agosto 2010)
Servizi pubblici con efficienza privata di Alberto Mingardi (Il sole 24 ore 7 agosto 2010)
Piccolo manuale per affossare le privatizzazioni di Alessandro De Nicola ( Il sole 24 ore 9 agosto 2010)
La motivazione di Simona Ricotta al sito http://www.psicologiadellavoro.com/gestione-hr/214-la-motivazione
Secondo Welfare “Privato in nome della pubblica utilità” di Giorgio Vittadini in
http://generazionepropro.corriere.it/2010/06/secondo_welfare_privato_in_nom.html
I nuovi modelli di organizzazione del lavoro in http://www.problemistics.org/manuale.intellettuale/human.relations.html
Abraham Maslow Motivation and Personality New York Harper - 1954.
Edizione italiana: Traduzione E. Riverso Armando editore - 1992
Victor Vroom Work and motivation New York Wiley & sons - 1964.
Due posizioni hanno colpito: da una parte quella di alcune parti sindacali che hanno gridato allo scandalo per un atteggiamento che potrebbe aprire una stagione di repressione di diritti dei lavoratori garantiti dalla Costituzione e dall’altra quella dell’Azienda che attribuisce ai lavoratori un atteggiamento ambivalente basato su una grande attenzione ai diritti non suffragata però da altrettanto rispetto per i corrispondenti doveri. La posizione mostrata dalla FIAT, almeno quella più evidente e dichiarata, è che bisogna arginare una tendenza antiproduttiva e inefficiente dei lavoratori, intesi in senso generale e ovviamente senza riferimenti specifici, che non capiscono, in sostanza, che la consistenza reale dei diritti poggia e trae fondamento proprio nella corrispondente assunzione di responsabilità riguardo ai doveri del lavoratore. Anche questo concetto è figlio della Costituzione repubblicana, altrimenti che significato potremmo attribuire al dettato dell’art. 1? Se l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro dobbiamo interrogarci su cosa intendiamo per lavoro; semplicemente “avere un posto” o sostenere le responsabilità connesse a quel posto!?
Senza fare un’analisi della storia recente e, come alcuni hanno fatto, aprire un processo contro il sindacato che sarebbe reo di aver creato un clima di appiattimento e rivendicazione oltre ogni ragionevole oggettiva necessità, ci si può limitare alla considerazione che il sindacato è corresponsabile di un grande processo di demotivazione basato sulla contrapposizione con il datore di lavoro e su un dilatato egalitarismo spesso fuori equilibrio per aver posto l’accento sugli uguali diritti trascurando, per evitarne la conseguente impopolarità, gli uguali doveri ai fini dell’efficienza produttiva. La corresponsabilità del Sindacato presuppone la presenza di altri responsabili. Governo e Media, non c’è bisogno di cercare tanto! Non questo o quel governo (centrale o periferico) ma la gestione politico-amministrativa degli ultimi 50 anni che non ha saputo adottare strumenti appropriati per favorire la crescita di responsabilità né dei lavoratori né delle aziende. Sono stati chiesti investimenti in aree dove la produttività non sarebbe stata elevata per gestire il consenso offrendo “posti” (non lavoro responsabile) e ponendo così le basi per un’ulteriore diminuzione della produttività. Di conseguenza sono stati dati incentivi alle aziende che investivano riducendo il senso di responsabilità delle aziende stesse a cui non si sarebbe mai dovuta dare la sensazione di poter vivere al di sopra e al di fuori di ogni logica competitiva essendo sufficiente un buon rapporto, una buona integrazione col potere politico. I media poi hanno fatto il resto: comunicazione narcotizzante e creazione di falsi miti di benessere, proposizione di obiettivi di vita riconducibili alla giovinezza, alla bellezza, ai consumi futili, alla crescita sociale legata alla visibilità televisiva.
Tutto questo, forse, ha preparato il terreno per un Governo che vuole la strada spianata per vivere, ma così può solo vivere alla giornata, non può fare programmazione a medio/lungo termine e, men che meno può svolgere alcuna funzione formativa nei confronti di cittadini, corpi civili e parti sociali.
Fin qui la critica al sistema, ma cosa c’entra tutto ciò con il nostro settore sociosanitario? Semplice: Governo, Sindacato e Grande Azienda, conducendo battaglie per integrare i distinti obiettivi, creano una visione della società che s’impone in termini generali influenzando in modo determinante la cultura del lavoro. Ora, da qualunque punto di vista si guardi il problema non si può che rilevare l’urgente bisogno di intervenire proprio su un punto relativo alla cultura del lavoro. Non c’è altro da fare che lavorare sulla formazione del personale, non tanto sulla cultura tecnica e quindi sugli aspetti pratici sul come intervenire materialmente sul “prodotto” (cioè la cura assistenziale), ma sull’approccio intellettuale stesso al lavoro in generale e al lavoro di cura in particolare.
Un aiuto a capire quale possa essere la nuova strada da seguire viene dall’intervento al meeting di Rimini dell’A.D. della FIAT Marchionne. Egli ha parlato con esempi tratti dalla sua esperienza e citazioni letterarie (Viaggiare è una brutalità. Obbliga ad aver fiducia negli stranieri, a perdere di vista il comfort familiare della casa e degli amici. Nulla è vostro tranne le cose essenziali: l’aria, il sonno, il sogno. -Cesare Pavese )
La conclusione di Marchionne è che cambiare ambiente e conoscere altre culture, anche se è sofferenza, è un vero e proprio bisogno per l’uomo. Certo il suo ragionamento parte dall’esperienza di direzione di una grande multinazionale dell’automobile e nel suo caso è evidente che le esperienze straordinarie di conoscenza di altre lingue, altri luoghi e altre culture è indispensabile per progettare un futuro ad ampiezza globale. Nel nostro caso sembra meno urgente ragionare così. In realtà anche per le aziende di servizio è indispensabile capire la trasformazione del mondo e i fenomeni di integrazione culturale e sociale che si stanno sviluppando. È indispensabile capire dove va la politica ammesso che vada da qualche parte, e che abbia almeno un minimo di consapevolezza sul pericolo di burn-out che incombe su chi si sente vittima di una discrasia tra ciò che gli viene chiesto e ciò che viene assicurato in termini di risorse. È indispensabile, infine, per aprire la nostra mente e renderci meno vulnerabili. Il lavoratore dell’assistenza deve comprendere la sua posizione e deve condividere la missione della sua azienda di servizio. Pubblica o privata che sia l’azienda deve assicurare l’integrazione delle culture professionali e umane. La nuova formazione deve avere una base umanistica formidabile e deve aiutare il lavoratore a scavare nel suo profondo per ritrovare tutte le energie che servono per continuare in un’opera che sembra non solo mal retribuita ma anche socialmente squalificata. Non si deve passare sotto silenzio quelle che sono le responsabilità della politica italiana di cui, sia pur in modo non frontale, anche Marchionne ne sottolinea la negatività. Dal suo discorso di Rimini: “Molto spesso le ragioni del declino sociale ed economico di un Paese hanno a che fare con ciò che non abbiamo saputo o voluto trasformare, con l’abitudine di mantenere sempre le cose come stanno”.
I punti determinanti dell’atteggiamento FIAT e soprattutto del discorso di Rimini sono sostanzialmente tre :
• la produttività dell’azienda dipende dal clima socio-culturale della comunità in cui l’azienda stessa opera
• i lavoratori attestano la loro protesta sulla difesa dei diritti ma non sono altrettanto attenti ai doveri
• il sindacato ha la responsabilità di aver sostenuto la cultura della rivendicazione di classe anche quando non aveva più senso anziché contribuire alla formazione di una cultura del lavoro efficiente e moderna
Ciò ha portato alcune fabbriche della FIAT a pagare in termini salariali più di quanto sia stato prodotto e anche nelle altre aziende, comprese quelle del nostro settore, c’è stata in molti casi una sproporzione tra le risorse immesse e i risultati prodotti.
Gli attori posti sulla scena sono il Governo, i Sindacati, i Lavoratori e i Media. Questi ultimi non sono citati direttamente ma a nessuno sfugge quanta responsabilità abbiano i media nella creazione della cultura popolare, quindi è evidente che i giornali, in parte minima, e soprattutto la televisione sono dei grandi responsabili!
Questi sono gli attori che giorno dopo giorno recitano la grande rappresentazione della nostra cultura, e quindi anche del senso di responsabilità nel lavoro. Sono legati da un vincolo circolare e nessuno di essi potrebbe vivere dissociato dagli altri. Tutti hanno un quoziente di responsabilità, ma in mezzo alla scena – dice Marchionne – c’è l’Azienda che deve produrre e, molto interessante, non facendo riferimento a sé stessa e ai suoi risultati precedenti, ma guardando al futuro e imparando a confrontarsi col mondo e ad essere competitiva.
La storia dell’impresa italiana, della grande impresa così come della piccola e media, è costellata di risultati a volte anche molto positivi, spesso però raggiunti sulla base di rapporti ambigui con la politica e quindi con le istituzioni. L’A.D. della FIAT, meno italiano nella mente di quanto il suo nome possa far supporre, rompe questa tradizione e dichiara di privilegiare il mercato rispetto agli aiuti di stato. Reggersi sulle proprie gambe invece di curare le relazioni politiche per assicurarsi i finanziamenti. È gesto potente di libertà. Se ben interpretato dovrebbe far cambiare la politica del “Governo del fare” verso un “Governo del lasciar fare” a chi è capace e Dio solo sa quanto di questo atteggiamento c’è bisogno nelle aziende pubbliche.
In un articolo di Carlo Stagnaro si legge una bella citazione: alla domanda di Jean Baptiste Colbert (Ministro di Luigi XIV) “cosa possiamo fare par i commercianti”, il mercante Le Gendre diede una risposta emblematica per la sua efficace sintesi “Laissez-nous faire!”
Trasferire tutto quello che abbiamo sin qui detto nell’ambiente dei servizi sociosanitari non è molto difficile. Gli attori sono gli stessi, ma al centro del palcoscenico non c’è la grande azienda o i “commercianti” ma la piccola, polverizzata e confusa azienda di servizi sociosanitari alla persona il cui prodotto non è destinato in modo indifferenziato ai cittadini adulti e operosi, ma agli anziani e disabili non autosufficienti di un determinato territorio. Questa è una differenza rilevante, ma è semplicemente rafforzativa della necessità di un arricchimento etico e culturale del lavoratore. Non rispondiamo a bisogni di chi può valutare e scegliere ma consentiamo ai non autosufficienti di continuare a vivere. Essi non hanno molte possibilità di scelta e l’operatore è l’unico tutore e garante della loro vita.
Lo Stato e le istituzioni in genere hanno notevoli responsabilità, ma dalla nostra modesta postazione possiamo solo mandare loro delle indicazioni che potranno essere prese in considerazione o meno. Bisogna infatti ricordare che ci sono molti altri problemi e in secondo luogo, purtroppo, anziani e disabili non sono “grandi” elettori.
Il sindacato ha avuto influenze non sempre positive anche nel nostro ambiente, è vero, ma ben poca influenza si può esercitare su di loro se non attraverso i lavoratori che sono al centro dei loro interessi e delle loro attenzioni. Senza tessere i sindacalisti vanno a casa (o come si dice un po’ polemicamente “tornano a lavorara”), quindi devono essere sempre schierati a favore dei lavoratori, se questi ultimi assumono posizioni nuove e diventano essi stessi i primi portatori di una nuova cultura professionale in modo autonomo e auto-generato il sindacato si adeguerà.
Non c’è niente altro da fare che incidere sui lavoratori senza l’intermediazione del sindacato e tanto meno della politica. Questo è il primo messaggio che possiamo decodificare dall’impalcatura logica della nuova linea di relazioni industriali di cui abbiamo sin qui parlato.
Bisogna creare le condizioni perché aumenti la motivazione, infatti è la motivazione il fattore chiave della crescita delle nostre organizzazioni e della loro capacità di contrapporsi a tutte quello forze centrifughe di cui s’è parlato. Bisogna migliorare ai lavoratori del settore sociosanitario il loro ruolo sociale. Bisogna fare in modo che siano “visti”: il resto del mondo deve sapere che esistono, deve sapere quanti sono e quanto sono appassionati a quello che fanno sapendo che il loro impegno non riguarda solo qualcuno ma che potenzialmente è la soddisfazione di un bisogno reale , concreto e attuale per tutti!
Se è difficile pensare a momenti di aggregazione pubblici per intraprendere un percorso formativo di questo genere si può cominciare a livello aziendale.
Si deve ricordare che le teorie sulla motivazione sono comparse nella seconda metà del secolo scorso (Maslow, Vroom, Adams e altri), ma i modelli che sono stati creati negli anni ’50 e ’60 non colgono forse completamente la complessità del momento attuale pur mantenendo valore. Chi non ha mai fatto riferimento in una discussione,o in un momento formativo alla teoria di bisogni (Piramide) di Maslow ? Se però cerchiamo una risposta al complesso problema dell’operatore di assistenza oggi scopriamo che bisogna andare oltre. A parte i bisogni fisiologici, che sembrerebbe comunque un problema superato per tutti, gli altri non sembrano soddisfatti interamente e non sembra del tutto vero che per sentire il bisogno appartenente al gradino gerarchico superiore deve necessariamente essere soddisfatto quello inferiore. Inoltre nella realtà odierna a volte i bisogni, forse fittizi, sembrano così lontani da indurre a sperare nel colpo di fortuna (Lotto, lotterie, Superenalotto e simili..). Sembra che una posizione soddisfacente nel gruppo sociale si ottiene solo potendo fruire in larga misura di beni costosi anche se futili che rappresentano il vero status simbol di oggi. Poiché i guadagni a nessun livello, alti o bassi che siano, lo consentono c’è una frustrazione costante che non dipende dal lavoro ma dai messaggi che provengono dall’esterno. Il lavoro comunque e di qualunque natura esso sia non potrà mai ripagare le aspettative create dalla comunicazione dei media che alla fine sostengono i consumi di beni non essenziali e distraggono la mente dei cittadini. Come si fa a creare senso di appartenenza se il bisogno, reale o indotto, è quello di essere confrontabili con le veline, con gli attori del Grande Fratello o con grandi personalità del jet set? Qui sta il problema che non possiamo risolvere neanche con la teoria dell’aspettativa di Vroom . Non funzionerà perché la ricompensa non sarà mai all’altezza del bisogno perché il bisogno non è stato correttamente definito.
Se non possiamo prendercela col Governo e coi Media perché sono fuori dalla nostra portata dobbiamo agire sulla cultura degli operatori e gli esempi che abbiamo fatto fin qui bastano a farci intravedere la strada.
L’azione deve essere tesa alla creazione di immagine positiva per il lavoro di cura. E, alla fine della carrellata, si capisce che questo lavoro formativo non va rivolto soltanto nei confronti dei dipendenti ma anche dei parenti e dei cittadini tutti, per quanto possibile, perché è l’unico modo di creare qualcosa di simile a quello che i media ci hanno indotto a desiderare. Vogliamo essere conosciuti ed apprezzati, quindi dobbiamo fare di tutto per essere visti.
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Riferimenti bibliografici/articoli/siti
Accordo di Pomigliano in http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2010-06-16/testo-accordo-fiat-pomigliano-130900.shtml?uuid=AYhDg4yB
Il discorso di Marchionne al meeting di Rimini in
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201008articoli/57964girata.asp
Se il Lingotto lascia lo Stato per il mercato di Carlo Lottieri (Liberal 30 luglio 2010)
Dal governo del fare si passi a quello del lasciar far di Carlo Stagnaro (Il Foglio 11 agosto 2010)
Servizi pubblici con efficienza privata di Alberto Mingardi (Il sole 24 ore 7 agosto 2010)
Piccolo manuale per affossare le privatizzazioni di Alessandro De Nicola ( Il sole 24 ore 9 agosto 2010)
La motivazione di Simona Ricotta al sito http://www.psicologiadellavoro.com/gestione-hr/214-la-motivazione
Secondo Welfare “Privato in nome della pubblica utilità” di Giorgio Vittadini in
http://generazionepropro.corriere.it/2010/06/secondo_welfare_privato_in_nom.html
I nuovi modelli di organizzazione del lavoro in http://www.problemistics.org/manuale.intellettuale/human.relations.html
Abraham Maslow Motivation and Personality New York Harper - 1954.
Edizione italiana: Traduzione E. Riverso Armando editore - 1992
Victor Vroom Work and motivation New York Wiley & sons - 1964.
lunedì 9 agosto 2010
Diritto all’assistenza e sostenibilità economica;
Diritto all’assistenza e sostenibilità economica; come sarà garantita la qualità in scarsità di risorse?
È ora di rivolgere l’attenzione ai problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e al tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi dello Stato e sempre confermato nelle norme regionali, e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in conseguenza anche della crisi economica che colpisce tutti i settori produttivi.
Non ci sono dubbi, ormai, la crisi dilaga e le manovre, comunque vengano vendute, ridurranno il potere di spesa degli enti e non solo, ridurranno anche le disponibilità economiche dei cittadini. Una qualità di vita mediamente uguale ai primi anni del nuovo secolo probabilmente non sarà possibile. Sappiamo che viene considerata controproducente l’idea di affrontare con pessimismo i problemi, ma in piccola dose è necessario se non altro per contrastare quell’ottimismo infondato che ha coperto gli occhi e la realtà fino a poco fa. La manovra è il momento chiave per capire, in particolare perché ha dato origine ad una levata di scudi unanime, che non ha visto differenze tra regioni di una o di un’altra tendenza politica. Ok, i politici hanno confessato: siamo in crisi e bisogna tagliare! Quindi dire che affrontare la crisi è un problema non è pessimismo, ma senso di realtà, per evitare di camminare verso un guado che non esiste, per trovarci tra poco con l’acqua alla gola!
La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.
Dobbiamo battere l’oscuramento che non consente di percepire il problema nella sua interezza. Norme che stabiliscono diritto all’assistenza, che promuovono un accreditamento proteso ad un miglioramento costante con investimenti e costi di gestione elevati, norme che prefissano la misura della remunerazione dei servizi per un contenimento della spesa, scelte strategiche di egemonia della gestione pubblica a volte smentite dai fatti. Tutto questo ha creato molta confusione, ma dentro a questa “zona d’ombra” vivono e lavorano migliaia di operatori che rischiano la frustrazione per l’incongruenza del rapporto tra risorse e obiettivi. Per questo dobbiamo ribellarci, dobbiamo fare l’inventario delle nostre risorse personali. Ciascun operatore di buona volontà deve chiedersi cosa può dare e insieme cercare di moltiplicare il valore della nostra cultura e della nostra esperienza. La politica ha confessato la sua impotenza e noi non dobbiamo cadere nella trappola che ancora ci viene tesa proprio da chi ha confessato di non farcela più. Noi non cadremo nel giochetto che scarica le responsabilità: lo Stato fa la manovra economica per salvare la pelle e taglia le risorse alle regioni poi dice che malgrado tutto anche stavolta “non ha messo le mani nelle tasche degli Italiani”. Sarebbe ora di finirla con queste fanfaluche. Non hanno messo le mani in tasca perché ormai l’Italiano medio è in mutande e le mutande non le hanno le tasche!
È proprio così. Se non è più possibile prendere è sempre possibile diminuire i servizi. E cos’altro può succedere se non questo? Le regioni hanno meno soldi e faranno meno servizi. Sperare nei risparmi di risorse è pura illusione almeno nel breve termine perché è molto difficile invertire la tendenza allo spreco derivante da inefficienze e azioni clientelari quando non si tratti addirittura di corruzione. Che fare dunque? Ribellarci e costruire una difesa basata sulla nostra competenza e la nostra passione. Il nostro lavoro non deve finire nell’oblio, come un tempo, e i nostri servizi nascosti perché impresentabili. Chiediamo chiarezza. Per esempio chiediamo un’attenzione particolare nell’applicazione delle norme per autorizzazione al funzionamento e accreditamento che incidono sui problemi organizzativi e sulle strutture. Se c’è crisi è difficile pensare di andare in pochi anni a miglioramenti strutturali che richiedono investimenti cospicui e soprattutto è difficile ridurre la densità di un terzo (le stanze a tre che devono diventare a due) e sperare che l’azienda trovi subito un equilibrio economico senza aumentare il prezzo.
Chiarezza, gradualità e tanta capacità di vestire i panni dei gestori e degli operatori. Non si può scaricare su di loro tutto il peso della crisi e sperare anche che contemporaneamente la qualità dei servizi cresca! Chiedere prestazioni superiori a ciò che le risorse possono consentire e reiterare indefinitamente nel tempo la richiesta fa aprire le porte ad una forma di crisi psicologica di massa, infatti, è proprio questa l’origine del burn-out: sentirsi costantemente e inevitabilmente al di sotto di ciò che viene chiesto. Se qualcuno ci chiede di scalare il K2 e mette a disposizione l’attrezzatura per un’escursione amatoriale è chiaro che non si capisce cosa sta succedendo. Se non fossimo consapevoli andremmo dritti verso la morte, ma siccome qualcosa sappiamo ci fermiamo a guardare: qualcosa non va e qualcuno ce lo deve chiarire. Altrimenti si alimenta il timore che l’operazione sia fatta ad arte. Forse alcuni o molti sanno benissimo come stanno le cose e si prendono gioco di chi, di gradino in gradino, sta sotto nella scala della responsabilità fino a fermarsi e puntare il dito contro gli operatori. Da un lato ci viene detto che ci sono dei diritti, che abbiamo di conseguenza degli obblighi, che dobbiamo realizzare servizi sempre migliori, che non devono costare oltre un certo limite, poi ci danno poche risorse, questo perché le risorse non ci sono.. e ci dicono di fare..! così la colpa è degli ultimi: quelli che sono rimasti col cerino in mano perché non c’è più nessuno a cui passarlo. Questo è il massimo della distorsione dietrologica? Forse, ma secondo l’arcinoto aforisma andreottiano, come si dice, “dubitare è peccato, ma spesso ci si azzecca”!
È ora di rivolgere l’attenzione ai problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e al tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi dello Stato e sempre confermato nelle norme regionali, e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in conseguenza anche della crisi economica che colpisce tutti i settori produttivi.
Non ci sono dubbi, ormai, la crisi dilaga e le manovre, comunque vengano vendute, ridurranno il potere di spesa degli enti e non solo, ridurranno anche le disponibilità economiche dei cittadini. Una qualità di vita mediamente uguale ai primi anni del nuovo secolo probabilmente non sarà possibile. Sappiamo che viene considerata controproducente l’idea di affrontare con pessimismo i problemi, ma in piccola dose è necessario se non altro per contrastare quell’ottimismo infondato che ha coperto gli occhi e la realtà fino a poco fa. La manovra è il momento chiave per capire, in particolare perché ha dato origine ad una levata di scudi unanime, che non ha visto differenze tra regioni di una o di un’altra tendenza politica. Ok, i politici hanno confessato: siamo in crisi e bisogna tagliare! Quindi dire che affrontare la crisi è un problema non è pessimismo, ma senso di realtà, per evitare di camminare verso un guado che non esiste, per trovarci tra poco con l’acqua alla gola!
La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.
Dobbiamo battere l’oscuramento che non consente di percepire il problema nella sua interezza. Norme che stabiliscono diritto all’assistenza, che promuovono un accreditamento proteso ad un miglioramento costante con investimenti e costi di gestione elevati, norme che prefissano la misura della remunerazione dei servizi per un contenimento della spesa, scelte strategiche di egemonia della gestione pubblica a volte smentite dai fatti. Tutto questo ha creato molta confusione, ma dentro a questa “zona d’ombra” vivono e lavorano migliaia di operatori che rischiano la frustrazione per l’incongruenza del rapporto tra risorse e obiettivi. Per questo dobbiamo ribellarci, dobbiamo fare l’inventario delle nostre risorse personali. Ciascun operatore di buona volontà deve chiedersi cosa può dare e insieme cercare di moltiplicare il valore della nostra cultura e della nostra esperienza. La politica ha confessato la sua impotenza e noi non dobbiamo cadere nella trappola che ancora ci viene tesa proprio da chi ha confessato di non farcela più. Noi non cadremo nel giochetto che scarica le responsabilità: lo Stato fa la manovra economica per salvare la pelle e taglia le risorse alle regioni poi dice che malgrado tutto anche stavolta “non ha messo le mani nelle tasche degli Italiani”. Sarebbe ora di finirla con queste fanfaluche. Non hanno messo le mani in tasca perché ormai l’Italiano medio è in mutande e le mutande non le hanno le tasche!
È proprio così. Se non è più possibile prendere è sempre possibile diminuire i servizi. E cos’altro può succedere se non questo? Le regioni hanno meno soldi e faranno meno servizi. Sperare nei risparmi di risorse è pura illusione almeno nel breve termine perché è molto difficile invertire la tendenza allo spreco derivante da inefficienze e azioni clientelari quando non si tratti addirittura di corruzione. Che fare dunque? Ribellarci e costruire una difesa basata sulla nostra competenza e la nostra passione. Il nostro lavoro non deve finire nell’oblio, come un tempo, e i nostri servizi nascosti perché impresentabili. Chiediamo chiarezza. Per esempio chiediamo un’attenzione particolare nell’applicazione delle norme per autorizzazione al funzionamento e accreditamento che incidono sui problemi organizzativi e sulle strutture. Se c’è crisi è difficile pensare di andare in pochi anni a miglioramenti strutturali che richiedono investimenti cospicui e soprattutto è difficile ridurre la densità di un terzo (le stanze a tre che devono diventare a due) e sperare che l’azienda trovi subito un equilibrio economico senza aumentare il prezzo.
Chiarezza, gradualità e tanta capacità di vestire i panni dei gestori e degli operatori. Non si può scaricare su di loro tutto il peso della crisi e sperare anche che contemporaneamente la qualità dei servizi cresca! Chiedere prestazioni superiori a ciò che le risorse possono consentire e reiterare indefinitamente nel tempo la richiesta fa aprire le porte ad una forma di crisi psicologica di massa, infatti, è proprio questa l’origine del burn-out: sentirsi costantemente e inevitabilmente al di sotto di ciò che viene chiesto. Se qualcuno ci chiede di scalare il K2 e mette a disposizione l’attrezzatura per un’escursione amatoriale è chiaro che non si capisce cosa sta succedendo. Se non fossimo consapevoli andremmo dritti verso la morte, ma siccome qualcosa sappiamo ci fermiamo a guardare: qualcosa non va e qualcuno ce lo deve chiarire. Altrimenti si alimenta il timore che l’operazione sia fatta ad arte. Forse alcuni o molti sanno benissimo come stanno le cose e si prendono gioco di chi, di gradino in gradino, sta sotto nella scala della responsabilità fino a fermarsi e puntare il dito contro gli operatori. Da un lato ci viene detto che ci sono dei diritti, che abbiamo di conseguenza degli obblighi, che dobbiamo realizzare servizi sempre migliori, che non devono costare oltre un certo limite, poi ci danno poche risorse, questo perché le risorse non ci sono.. e ci dicono di fare..! così la colpa è degli ultimi: quelli che sono rimasti col cerino in mano perché non c’è più nessuno a cui passarlo. Questo è il massimo della distorsione dietrologica? Forse, ma secondo l’arcinoto aforisma andreottiano, come si dice, “dubitare è peccato, ma spesso ci si azzecca”!
lunedì 17 maggio 2010
Giusto distinguere tra reato e peccato?
Secondo le rilevazioni del CENSIS “il mercato del lavoro in Italia ha tendenzialmente retto, o almeno non ha reagito alla crisi peggio di quello di altri Paesi” e a fronte di settori che hanno visto ridurre sensibilmente i propri livelli occupazionali come l’industria, il turismo e il commercio, ce ne sono alcuni, come i servizi pubblici sociali e alla persona che hanno aumentato il fatturato.
Legacoop afferma che le cooperative sociali hanno un fatturato in continua crescita ma il personale con tutti i cambiamenti che si profilano soffrono della sindrome della precarietà. Oggi infine si rileva, a livello epidermico, ma presto lo confermeranno le statistiche ufficiali, che alla formazione di base per la professionalità di OSS aumentano sensibilmente le percentuali di partecipanti di nazionalità italiana, di entrambi i sessi e di età attorno ai 38—40 anni.
Non è difficile spiegare il fenomeno. C’è crisi, c’è la cassa integrazione o la mobilità che sono drammaticamente a tempo, c’è bisogno di lavorare, il nostro settore non è in crisi e quindi… ben vengano i nuovi, ben vengano purché non lo facciano con il pregiudizio di accettare un ripiego. Ben vengano e ben tornata la buona volontà di impegnarsi in una professione che cominciava a sembrare in via di estinzione per gli italiani e di esclusivo interesse per il personale extracomunitario.
Quello che non ci consola è il fatto che la politica ci costringe ad assistere ad uno spettacolo disarmante. Senza lo scandalo quotidiano ormai non si può vivere!
Allora quando pensiamo che la sanità è una voragine e che non siamo sicuri che l’organizzazione delle aziende pubbliche e l’accreditamento delle aziende private garantiscano la massima efficacia nella spesa, non solo ci turba i pensieri l’oggettiva difficoltà a far bastare le risorse scarse ma ci sembra legittimo dubitare che grandi quantità di risorse siano andate nella direzione sbagliata consentendo abnormi guadagni agli imprenditori e benefici illeciti ancora più odiosi perché destinati alla classe dirigente che dovrebbe operare nel bene comune.
Basta ritenere funzionale la distinzione tra peccato e reato affermando che solo il reato conta. Basta! Il peccato è grave e non solo verso la propria coscienza. È grave perché mina la struttura della pubblica fede e modifica in senso deteriore il comune senso del pudore. Oggi nessuno più teme di essere considerato corrotto perché così fan tutti e, quasi, a non rubare si passa per fessi! Questo è il punto: il peccato non esiste perché così fan tutti e il reato non c’è quasi mai se non nella testa di giudici “assetati di potere”.
I cittadini non potranno accettare ancora a lungo una tale distorsione dell’etica.
Saranno gli interessi dei singoli e l’inevitabile stagione di austerità a spingerci ad un controllo più vigile sui potenti che, in una generale ristrettezza, non riusciranno più a trovare nelle pieghe degli appalti tutte le risorse che inopinatamente hanno continuato a sottrarre al pubblico interesse.
Legacoop afferma che le cooperative sociali hanno un fatturato in continua crescita ma il personale con tutti i cambiamenti che si profilano soffrono della sindrome della precarietà. Oggi infine si rileva, a livello epidermico, ma presto lo confermeranno le statistiche ufficiali, che alla formazione di base per la professionalità di OSS aumentano sensibilmente le percentuali di partecipanti di nazionalità italiana, di entrambi i sessi e di età attorno ai 38—40 anni.
Non è difficile spiegare il fenomeno. C’è crisi, c’è la cassa integrazione o la mobilità che sono drammaticamente a tempo, c’è bisogno di lavorare, il nostro settore non è in crisi e quindi… ben vengano i nuovi, ben vengano purché non lo facciano con il pregiudizio di accettare un ripiego. Ben vengano e ben tornata la buona volontà di impegnarsi in una professione che cominciava a sembrare in via di estinzione per gli italiani e di esclusivo interesse per il personale extracomunitario.
Quello che non ci consola è il fatto che la politica ci costringe ad assistere ad uno spettacolo disarmante. Senza lo scandalo quotidiano ormai non si può vivere!
Allora quando pensiamo che la sanità è una voragine e che non siamo sicuri che l’organizzazione delle aziende pubbliche e l’accreditamento delle aziende private garantiscano la massima efficacia nella spesa, non solo ci turba i pensieri l’oggettiva difficoltà a far bastare le risorse scarse ma ci sembra legittimo dubitare che grandi quantità di risorse siano andate nella direzione sbagliata consentendo abnormi guadagni agli imprenditori e benefici illeciti ancora più odiosi perché destinati alla classe dirigente che dovrebbe operare nel bene comune.
Basta ritenere funzionale la distinzione tra peccato e reato affermando che solo il reato conta. Basta! Il peccato è grave e non solo verso la propria coscienza. È grave perché mina la struttura della pubblica fede e modifica in senso deteriore il comune senso del pudore. Oggi nessuno più teme di essere considerato corrotto perché così fan tutti e, quasi, a non rubare si passa per fessi! Questo è il punto: il peccato non esiste perché così fan tutti e il reato non c’è quasi mai se non nella testa di giudici “assetati di potere”.
I cittadini non potranno accettare ancora a lungo una tale distorsione dell’etica.
Saranno gli interessi dei singoli e l’inevitabile stagione di austerità a spingerci ad un controllo più vigile sui potenti che, in una generale ristrettezza, non riusciranno più a trovare nelle pieghe degli appalti tutte le risorse che inopinatamente hanno continuato a sottrarre al pubblico interesse.
lunedì 3 maggio 2010
Stress da lavoro correlato e valutazione dei rischi psico-sociali
STRESS LAVORO CORRELATO E VALUTAZIONE DEI RISCHI PSICO-SOCIALI, serve lo psicologo?
Il fattore umano come principale fattore di rischio e prevenzione per la salute e sicurezza dei lavoratori
In Italia, facendo seguito alle direttive europee, abbiamo oggi un complesso di leggi, sapientemente racchiuse nel Testo Unico D.Lgs 81/08, sufficientemente preventivo e protettivo dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Tuttavia, per quante accortezze tecniche, strumentali ed organizzative adottiamo, oltre al rischio non prevedibile ed occasionale, resta sempre un rischio residuo e mutevole dovuto al fattore umano.
Nel considerare i fattori di rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore, oltre alla probabilità che essi si verifichino ed all’entità dal danno, che possono provocare, bisogna tener conto anche del fatto che essi siano percepiti e dal modo in cui vengono percepiti. In tal senso, talvolta, anche fattori potenzialmente poco probabili o poco dannosi, con comportamenti non corretti, possono generare rischio effettivo.
La percezione del rischio, come noto, subisce notevoli differenze individuali, di età, di esperienza, di genere, di contesto, di tempo e di luogo. Si pensi ad esempio ad un lavoratore che non abbia sufficientemente dormito, al lavoratore distratto o a quello ansioso, al lavoratore esperto o a quello neofita, oppure alle lavoratrici in gravidanza, oppure alla considerazione dell’ambiente lavorativo, come una “seconda casa” ed all’altissima statistica di infortuni domestici…
Il fattore umano di rischio, nel determinismo degli infortuni sul lavoro, delle malattie professionali e del rischio psicofisico, occupa una posizione di preminenza sugli altri fattori. Per questo motivo, già con l’ex D.L. 626/94 ed ancor più con il D.Lgs 81/08, il legislatore ha dato notevole importanza alla conoscenza ed alla percezione dei rischi, formalizzando l’informazione e la formazione dei lavoratori, come misure atte a favorire le azioni comportamentali più idonee alla prevenzione e protezione dai rischi. Con il D.Lgs 81/08, c’è un ulteriore salto di qualità ed una marcata attenzione al fattore umano ed in particolare alle condizioni di stress psicosociale, correlate al lavoro, che vengono annoverate tra i possibili fattori di rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore.
I lavoratori per i quali risulta alto il rischio stress lavoro correlato, oltre ad essere passibili di conseguenze psicosomatiche, espongono se stessi ed i propri colleghi a situazioni di pericolo. Infatti, in condizioni di stress notevole, può alzarsi la soglia di percezione del pericolo o esserci un calo d’attenzione che mette a rischio tutto l'ambiente di lavoro.
Il lavoratore stressato assume un atteggiamento di fuga dal lavoro, di difficoltà nelle relazioni interpersonali e di decremento della performance. Forme di stress lavoro correlato, se protratte nel tempo, diventano delle vere e proprie sindromi
La contemplazione dei rischi stress lavoro correlati, di natura psicosociale, con il D.Lgs 81/08, trova pieno riconoscimento e puntuale identificazione, nell’obbligo, per il datore di lavoro, di valutare il rischio “stress da lavoro”, secondo l’Accordo Europeo siglato a Bruxelles l’8 ottobre del 2004.
Metodologie di valutazione del rischio psico-sociale, stress lavoro correlato
In attesa delle linee guida a definizione della metodologia più idonea per identificare i rischi di natura psico-sociale, molti si sono improvvisati tentando l’approccio ritenuto più congruo e risolutivo. Molte aziende hanno fatto da sé, avvalendosi di questionari, più o meno validi. Molti tecnici, hanno declinato l’invito, in quanto non “competenti”, altri si sono azzardati. Molti sociologi e soprattutto psicologi, seppur specialisti in psicologia del lavoro, si sono improvvisati esperti in materia e, facendosi scudo di questionari di valutazione del clima aziendale, hanno venduto le loro valutazioni del rischio stress lavoro correlato, spesso senza conoscere i parametri fondamentali e le linee guida dei documenti di valutazione dei rischi (dvr).
Data la natura soggettiva dei fattori psico-sociali che influenzano lo stress, per la valutazione del rischio stress lavoro correlato è necessario ricorrere a concetti e metodologie specifici della ricerca psicosociale e psicometrica, pertanto alla specifica competenza degli Psicologi.
L’Ordine degli Psicologi del Lazio ha proclamato “Ci vuole lo psicologo''. La presidentessa, Marialori Zaccaria afferma che “La figura dello psicologo competente è di fondamentale importanza per una rilevazione tempestiva dei sintomi psicologici e comportamentali di situazioni di disagio psico-sociale connesse al ‘clima’ e all’organizzazione del lavoro… “
Tuttavia, per una adeguata e completa valutazione del rischio stress lavoro correlato, oltre ai fattori prettamente ed esclusivamente psico – sociali, bisogna anche tener conto di fattori oggettivi e tecnici, quali:
fattori di rischio fisici ed oggettivi, come rumore, vibrazioni; microclima e qualità dell'aria;
fattori di rischio tecnici ed organizzativi, come orario di lavoro, turnazioni, ripetitività, contatto con il pubblico, qualità della comunicazione, efficacia degli strumenti di lavoro;
indicazioni correlate al rischio psicosociale, come assenteismo, malattie e/o infortuni professionali, tourn over elevato, vertenze lavorative.
Competenza ed esperienza specifica nell’ambito della salute e sicurezza del lavoro.
Una valutazione del rischio così articolata, presuppone una conoscenza a 360 gradi del contesto aziendale, delle procedure lavorative, dei parametri legislativi e delle dinamiche correlate al fattore umano, come principale fattore di rischio e, di converso, di prevenzione. Una valutazione dei rischi stress lavoro correlato dunque, che non può prescindere da una concreta esperienza sul campo, ovvero da una reale “competenza” in salute e sicurezza del lavoro, ovvero dalla professionalità di uno psicologo competente in salute e sicurezza del lavoro.
Come evidenzierò di seguito, la specifica competenza ed esperienza nell’ambito della salute e sicurezza del lavoro, è fondamentale per addivenire ad una profonda comprensione dei disagi psico-sociali ed alla individuazione delle corrispondenti misure di prevenzione e protezione, che possono indurre un effettivo miglioramento della qualità del lavoro e che, spesso, non possono prescindere dalla concreta conoscenza delle procedure operative.
A titolo esemplificativo, riporterò di seguito la risultanza di una valutazione del rischio stress lavoro correlato, da me effettuata, ai sensi del Testo Unico D.Lgs 81/08, presso una multinazionale, nell’ambito della grande distribuzione (GDO).
Partendo dal presupposto teorico che lo stress lavoro correlato risulta essere la conseguenza della carenza di benessere lavorativo e che il benessere lavorativo corrisponde ad un’adeguata reciprocità sociale, ovvero sforzi lavorativi equiparati a rispettivi premi e ricompense sociali, come metodologia d’analisi, ho utilizzato due questionari di “employee satisfaction”, ovvero soddisfazione lavorativa.Entrambi i questionari, validanti sia gli aspetti soggettivi, che oggettivi, dello stress lavoro correlato hanno evidenziato che l’azienda in questione risultava essere un ottimo posto in cui lavorare e che il livello di rischio psico-sociale è assolutamente irrilevante.
Il settore della grande distribuzione (GDO) è altamente competitivo e caratterizzato da una concorrenza che, oltre a basarsi sui prezzi, si deve giocare soprattutto sul servizio e su una solida strategia di customer care, che ha, quale veicolo privilegiato, il dipendente ed il suo benessere lavorativo. Pertanto, la multinazionale in questione ha voluto scendere, il più possibile, nello specifico delle procedure lavorative ed individuare qualsiasi aspetto che migliorasse ulteriormente la qualità del lavoro.
Al fine di una valutazione delle fonti effettive di stress lavoro correlato, ho svolto un’indagine sul campo, su circa 1215 lavoratori dei punti vendita, da gennaio 2007 a giugno 2009, in occasione delle mie docenze su ex D.Lgs 626/94 e D.Lgs 81/08.
Il metodo utilizzato è stato quello dello psicodramma moreiano, per cui una formAZIONE, preposta al cambiamento è più efficace se deriva da un processo di conoscenza-consapevolezza ed automotivazione, ovvero da una autoeducazione alle più concrete procedure lavorative.
Caratteristica della grande distribuzione (GDO), soprattutto durante determinati periodi dell’anno, della settimana o del giorno, è la fretta. La carenza di tempo, ad un’analisi approssimativa, risulta essere un’importante causa di stress lavorativo, nonché di azioni svolte “non in sicurezza”. Una condizione, quella della mancanza di tempo, che potrebbe essere facilmente attribuita a fattori oggettivi, come: sottodimensionamento dell’organico, inadeguatezza degli strumenti di lavoro o dell’organizzazione lavorativa, ma che, come si vedrà, ha ben altre origini.
L’obiettivo, pertanto di queste osservazioni è stato quello di identificare i fattori principali di disagio, stress, fastidio o irritazione, nonché di “perdita di tempo”, partendo da un’analisi delle singole e specifiche fasi lavorative.
Dalle “procedure” migliorative individuate, a fronte delle fonti di disagio percepite nell’ambiente di lavoro, emerge che esso ha un’origine prevalentemente parallela, ovvero derivante dal comportamento inadeguato dei propri colleghi, dalla loro mancanza di rispetto oppure dalla loro noncuranza o menefreghismo.
Sono proprio i colleghi, infatti, a causare le maggiori fonti di disagio e nervosismo e a determinare cumulabili perdite di tempo, che si trasformano in inevitabili esposizioni a rischio lavorativo.
Nella fattispecie concreta della tematica “tempo”, dinanzi enunciata, risulta che la fretta, ovvero la mancanza di tempo, per lavorare con serenità ed in sicurezza, dipenda molto spesso dalla non corretta e non completa esecuzione dei compiti da parte dei propri colleghi.
Si configura uno stress orizzontale che espone il lavoratore a due tipologie di rischio psico-sociale, da una parte lo stress lavoro correlato propriamente della sensazione di fastidio, irritazione o disagio e, dall’altra, la percezione ed esposizione al rischio, a causa della diminuzione della disponibilità di tempo, per lavorare in sicurezza.
Stress lavoro correlato questo, che difficilmente viene evidenziato dalle analisi di clima aziendale, che facilmente si attribuisce ad una inadeguatezza dell’organizzazione aziendale e che non viene ridotto con interventi sull’omeostasi sociale, bensì da una ripetuta sensibilizzazione alle specifiche procedure operative di sicurezza, ovvero da una completa conoscenza e pratica delle procedure aziendali.
Per informazioni e domande: http://stress-lavoro-correlato.weebly.com/contatti.html
Dott.ssa Angela Flammini
psicologa competente in salute e sicurezza del lavoro
Article Source: Articoli Online
Notizie sull'autore:
Dott.ssa Angela Flammini - PSICOLOGA COMPETENTE IN SALUTE E SICUREZZA DEL LAVORO
Iscritta all'Albo degli Psicologi del Lazio.
Formazione universitaria nell'ambito della Psicologia Generale e Sperimentale, specifico per la ricerca psicometrica.salute e sicurezza del lavoro:
Formazione post-lauream nell'ambito della Psicologia del Lavoro, della comunicazione efficace (pnl), della psicosomatica e del role playing (psicodramma moreiano).
Esperienza diretta, dal 1995, nell'ambito della
- dall'attività di CONSULENZA a 360° sugli adempimenti legislativi,
- alla redazione dei DOCUMENTI DI VALUTAZIONE DEI RISCHI (DVR),
- all'INFORMAZIONE E FORMAZIONE,
- alla VALUTAZIONE DEI RISCHI PSICOSOCIALI STRESS LAVORO CORRELATI.
Competenza ed esperienza specifica nell’ambito della salute e sicurezza del lavoro.
Una valutazione del rischio così articolata, presuppone una conoscenza a 360 gradi del contesto aziendale, delle procedure lavorative, dei parametri legislativi e delle dinamiche correlate al fattore umano, come principale fattore di rischio e, di converso, di prevenzione. Una valutazione dei rischi stress lavoro correlato dunque, che non può prescindere da una concreta esperienza sul campo, ovvero da una reale “competenza” in salute e sicurezza del lavoro, ovvero dalla professionalità di uno psicologo competente in salute e sicurezza del lavoro.
Come evidenzierò di seguito, la specifica competenza ed esperienza nell’ambito della salute e sicurezza del lavoro, è fondamentale per addivenire ad una profonda comprensione dei disagi psico-sociali ed alla individuazione delle corrispondenti misure di prevenzione e protezione, che possono indurre un effettivo miglioramento della qualità del lavoro e che, spesso, non possono prescindere dalla concreta conoscenza delle procedure operative.
A titolo esemplificativo, riporterò di seguito la risultanza di una valutazione del rischio stress lavoro correlato, da me effettuata, ai sensi del Testo Unico D.Lgs 81/08, presso una multinazionale, nell’ambito della grande distribuzione (GDO).
Partendo dal presupposto teorico che lo stress lavoro correlato risulta essere la conseguenza della carenza di benessere lavorativo e che il benessere lavorativo corrisponde ad un’adeguata reciprocità sociale, ovvero sforzi lavorativi equiparati a rispettivi premi e ricompense sociali, come metodologia d’analisi, ho utilizzato due questionari di “employee satisfaction”, ovvero soddisfazione lavorativa.
Entrambi i questionari, validanti sia gli aspetti soggettivi, che oggettivi, dello stress lavoro correlato hanno evidenziato che l’azienda in questione risultava essere un ottimo posto in cui lavorare e che il livello di rischio psico-sociale è assolutamente irrilevante.
Il settore della grande distribuzione (GDO) è altamente competitivo e caratterizzato da una concorrenza che, oltre a basarsi sui prezzi, si deve giocare soprattutto sul servizio e su una solida strategia di customer care, che ha, quale veicolo privilegiato, il dipendente ed il suo benessere lavorativo. Pertanto, la multinazionale in questione ha voluto scendere, il più possibile, nello specifico delle procedure lavorative ed individuare qualsiasi aspetto che migliorasse ulteriormente la qualità del lavoro.
Al fine di una valutazione delle fonti effettive di stress lavoro correlato, ho svolto un’indagine sul campo, su circa 1215 lavoratori dei punti vendita, da gennaio 2007 a giugno 2009, in occasione delle mie docenze su ex D.Lgs 626/94 e D.Lgs 81/08.
Il metodo utilizzato è stato quello dello psicodramma moreiano, per cui una formAZIONE, preposta al cambiamento è più efficace se deriva da un processo di conoscenza-consapevolezza ed automotivazione, ovvero da una autoeducazione alle più concrete procedure lavorative.
Caratteristica della grande distribuzione (GDO), soprattutto durante determinati periodi dell’anno, della settimana o del giorno, è la fretta. La carenza di tempo, ad un’analisi approssimativa, risulta essere un’importante causa di stress lavorativo, nonché di azioni svolte “non in sicurezza”. Una condizione, quella della mancanza di tempo, che potrebbe essere facilmente attribuita a fattori oggettivi, come: sottodimensionamento dell’organico, inadeguatezza degli strumenti di lavoro o dell’organizzazione lavorativa, ma che, come si vedrà, ha ben altre origini.
L’obiettivo, pertanto di queste osservazioni è stato quello di identificare i fattori principali di disagio, stress, fastidio o irritazione, nonché di “perdita di tempo”, partendo da un’analisi delle singole e specifiche fasi lavorative.
Dalle “procedure” migliorative individuate, a fronte delle fonti di disagio percepite nell’ambiente di lavoro, emerge che esso ha un’origine prevalentemente parallela, ovvero derivante dal comportamento inadeguato dei propri colleghi, dalla loro mancanza di rispetto oppure dalla loro noncuranza o menefreghismo.
Sono proprio i colleghi, infatti, a causare le maggiori fonti di disagio e nervosismo e a determinare cumulabili perdite di tempo, che si trasformano in inevitabili esposizioni a rischio lavorativo.
Nella fattispecie concreta della tematica “tempo”, dinanzi enunciata, risulta che la fretta, ovvero la mancanza di tempo, per lavorare con serenità ed in sicurezza, dipenda molto spesso dalla non corretta e non completa esecuzione dei compiti da parte dei propri colleghi.
Si configura uno stress orizzontale che espone il lavoratore a due tipologie di rischio psico-sociale, da una parte lo stress lavoro correlato propriamente della sensazione di fastidio, irritazione o disagio e, dall’altra, la percezione ed esposizione al rischio, a causa della diminuzione della disponibilità di tempo, per lavorare in sicurezza.
Stress lavoro correlato questo, che difficilmente viene evidenziato dalle analisi di clima aziendale, che facilmente si attribuisce ad una inadeguatezza dell’organizzazione aziendale e che non viene ridotto con interventi sull’omeostasi sociale, bensì da una ripetuta sensibilizzazione alle specifiche procedure operative di sicurezza, ovvero da una completa conoscenza e pratica delle procedure aziendali.
Per informazioni e domande: http://stress-lavoro-correlato.weebly.com/contatti.html
Dott.ssa Angela Flammini
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Iscritta all'Albo degli Psicologi del Lazio.
Formazione universitaria nell'ambito della Psicologia Generale e Sperimentale, specifico per la ricerca psicometrica.salute e sicurezza del lavoro:
Formazione post-lauream nell'ambito della Psicologia del Lavoro, della comunicazione efficace (pnl), della psicosomatica e del role playing (psicodramma moreiano).
Esperienza diretta, dal 1995, nell'ambito della
- dall'attività di CONSULENZA a 360° sugli adempimenti legislativi,
- alla redazione dei DOCUMENTI DI VALUTAZIONE DEI RISCHI (DVR),
- all'INFORMAZIONE E FORMAZIONE,
- alla VALUTAZIONE DEI RISCHI PSICOSOCIALI STRESS LAVORO CORRELATI.
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