mercoledì 10 novembre 2010

Qualità e sostenibilità: un po' di dati

Estratto di una relazione presentata  in un workshop al "Forum sulla Non Autosufficienza"
Bologna 4 novembre ore 14,30

“Diritto all’assistenza e sostenibilità economica; strumenti di valutazione dell’utenza per la qualità e per la razionalizzazione della spesa. Norme, esperienze e sperimentazioni.”



Presentazione
Il workshop studia i problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e una specifica attenzione per il tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi - sempre confermato nelle norme regionali- e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in ragione anche della crisi economica che colpisce tutti i settori dell’economia.

La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.

Viviamo un’epoca difficile in cui ci troviamo a combattere contro molte ingiustizie e molta confusione quindi dobbiamo combattere quella sensazione di oscuramento che non ci consente di percepire il problema nella sua interezza. Norme che stabiliscono diritto all’assistenza, che promuovono un accreditamento proteso ad un miglioramento costante con investimenti e costi di gestione elevati, norme che prefissano la misura della remunerazione dei servizi per un contenimento della spesa, scelte strategiche di egemonia della gestione pubblica a volte smentite dai fatti.

Tutto questo ha creato dunque molta confusione, ma noi dobbiamo studiare questo problema perché dentro a questa “zona d’ombra” vivono e lavorano migliaia di operatori a volte soddisfatti del loro lavoro, ma troppe volte frustrati, per quella sensazione di impotenza che si prova di fronte a difficoltà che sembrano insormontabili quando le risorse appaiono inadeguate rispetto ad obiettivi giusti e desiderabili.

Abbiamo coinvolto Responsabili di Uffici e Servizi, Consulenti ed Esperti e Operatori, tutti dotati di esperienze specifiche nel settore tali da offrire una visione generale del problema e dare qualche risposta agli interrogativi di un’ampia gamma di interessati. Anche grazie a possibili confronti tra realtà regionali diverse e allo stile dinamico e basato sull’esperienza degli intervenuti, intendiamo portare alla luce spunti di riflessione sulle domande più inquietanti e ricorrenti che affliggono Amministratori, Dirigenti, quadri intermedi e operatori tecnici di aziende, pubbliche o private di servizio alla persona.

Le previsioni demografiche ISTAT
Prima di svolgere le altre analisi relative all’offerta di servizi e alle loro caratteristiche è interessante svolgere un rapido studio dei dati relativi alle previsioni demografiche che l’ISTAT mette a disposizione di tutti i ricercatori e anche utili per i semplici curiosi. Noi ci poniamo a metà tra i semplici curiosi e i ricercatori; questo perché non disponiamo del rigore scientifico dell’Istituto di Statistica, ma, tuttavia, non si può dire che facciamo questo lavoro per pura curiosità.

C’è un intento speculativo importante che è quello di studiare il rapporto tra il trend della popolazione, e in particolare l’incidenza degli anziani sul totale, col fabbisogno di servizi. Il tutto completato con la verifica, dalla parte “offerta”dei servizi attualmente presenti con le loro caratteristiche problemi e difficoltà, ma anche punti di forza e situazioni di eccellenza.

Visto il trend della popolazione è possibile stimare l’evoluzione del fabbisogno lasciando inalterata l’offerta e la domanda per tipo e qualità. Se poi si fa lo sforzo di ipotizzare un’evoluzione dei servizi per tipo e qualità si potrà concludere quindi con la definizione di un quadro dell’evoluzione possibile e/o auspicabile

L’obiettivo è complesso, dunque bisogna procedere per gradi. Prima di tutto dovremo occuparci del trend previsto per la popolazione e a questo si può provvedere attraverso una lettura dei dati che l’ISTAT aggiorna periodicamente e mette a disposizione di chiunque si interessi a apra il sito internet dell’Istituto.

Ai fini del presente lavoro è opportuno utilizzare le previsioni demografiche che vanno dal 1° gennaio 2007 al 2051 che sono disponibili per genere, anno di previsione e tipo di scenario con una sezione dedicata ai cittadini residenti stranieri. In particolare, nella nostra presentazione, verrà utilizzata la previsione corrispondente allo scenario “centrale”.

Occorre ricordare, infatti, che per ciascuna componente demografica sono stati sviluppati, accanto a quella che costituisce la previsione centrale, due scenari alternativi, che disegnano in certo modo il campo dell'incertezza futura.

Se dunque l'ipotesi centrale costituisce la previsione alla quale si attribuisce il maggior grado di affidabilità, in quanto per ogni componente si è considerato l'andamento futuro più probabile, le due ipotesi alternative sono sviluppate con l'intenzione di definire il campo di variazione all'interno del quale si collocherà verosimilmente la popolazione futura, descrivendo i risultati di diverse evoluzioni delle principali componenti della dinamica demografica.

Nell'ipotesi bassa si prefigura uno scenario caratterizzato da scarsa crescita economica e da scarsa attenzione ai problemi sociali: in questo contesto si immagina che il ritmo di miglioramento della sopravvivenza subirà un rallentamento e che la fecondità non mostrerà alcun segno di ripresa, anzi subirà un'ulteriore flessione. Si ipotizza una sorta di stagnazione anche nel campo delle migrazioni: i flussi migratori tra le regioni, così come quelli con l'estero, saranno di dimensioni più modeste per la scarsa "attrattività" delle destinazioni. A questo scenario corrisponde il minimo di popolazione, con la struttura per età più squilibrata.

Nell'ipotesi alta si parte da uno scenario opposto, in cui una vivace crescita economica offra l'opportunità di rafforzare gli investimenti anche nel campo sociale e sanitario. Si ipotizza perciò un incremento della sopravvivenza più importante che non nella ipotesi centrale e una notevole ripresa della fecondità. Inoltre questo scenario prevede un più intenso movimento di popolazione tra le regioni e una maggiore forza attrattiva dell'Italia nei confronti degli immigrati dall'estero. In questo scenario si ottiene il massimo della popolazione, e la struttura per età più equilibrata.

Nel prospetto che trovate nel testo in PDF ( Cliccate sul link:                      )  sono riportati i dati di partenza cioè la popolazione al 1° gennaio 2007 con alcune significative suddivisioni tra maschi e femmine e classi di età. Si va dall’età dei minori in età scolare (0-14) a quella dei potenziali giovani lavoratori (15-29), quella dei giovani lavoratori (30-44), dei lavoratori (45-64), degli anziani (65-84) e infine dei grandi anziani (85 e +)


La prima cosa che si nota è che la percentuale degli anziani ultra sessantacinquenni (20%) supera di gran lunga quella dei giovani minori di quindici (14%). Questo dato del resto non è una novità, il sorpasso degli anziani sui giovani è avvenuto diverso tempo fa, infatti, per l’esattezza il punto di pareggio tra le due classi di età c’è stato nel 1991. Un altro dato che deve far riflettere è che il 50 % è costituito da lavoratori e quindi a parte i giovanissimi potenziali lavoratori da 15 a 29 anni solo metà della popolazione produce reddito e può affrontare le spese di mantenimento dell’altra parte della società. Anche questo dato non è nuovo, ma considerata la tendenza e le previsioni per il futuro ci sono seri motivi di preoccupazione.

Nella tabella successiva vengono riportati i dati di evoluzione della popolazione dal 2007 al 2051 secondo la previsione pubblicata dall’ISTAT nell’estate del 2008. I dati si riferiscono allo scenario centrale che come già si è detto è quello che deve ritenersi il più probabile.

Interessante ma anche decisamente problematica l’osservazione del problema dal punto di vista del rapporto tra fasce di popolazione in età produttiva e giovani e anziani come si evidenzia dai grafici seguenti.

È evidente come l’avvicinamento delle due linee dimostri che le due categorie quella produttiva e quella che richiede risorse si stanno per congiungere e questo malgrado l’arrivo di immigrati che continuano ad essere previsti anche se in quantità minore. Si nota che mentre nel 2007 i (circa) 60 milioni si dividono in 20 e 40, nel corso del primo cinquantennio di questo secolo si avviano a diventare 30 e 30 e ciò significa che il sostentamento di tutta la popolazione si basa sul prodotto realizzato dalla metà. Se poi si considera che si assiste a un grande aumento del tempo prima del primo impiego è lecito porsi la domanda di quale sia il rapporto tra i lavoratori da 30 a 64 anni e tutti gli altri che, per comodità, chiameremo giovani + anziani. E dal grafico seguente si vede com’è oggi e come andrà nei prossimi decenni.

Non si tratta di una visione forzata in negativo, ma è semplicemente fruto della elaborazione di dati dell’Istituto di Statistica ed è chiaro che tali dati sostengono delle previsioni che preludono a tempi socialmente difficili. La previsione di gravi difficoltà è basata su tre parametri la cui evoluzione e variabilità determina i contorni del problema che ci apprestiamo a discutere: l’incongruità delle risorse:

1. trend della popolazione con crescita in valore assoluto delle classi di età più anziane (65 e +)

2. rapporto tra le classi di età sfavorevole in quanto i potenziali produttori di reddito, col tempo diminuiscono in percentuale rispetto a “Giovani e Anziani” fino ad eguagliarsi il che vuol dire che ogni lavoratore deve mantenere due persone oppure deve garantire servizi ad un’altra persona

3. la cultura è in evoluzione e la domanda di qualità in crescita.

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Le statistiche sull’offerta
Per completare quest’analisi è necessario esaminare qualche dato rispetto all’offerta dei servizi e a ciò soccorre ancora l’ISTAT che ha pubblicato recentemente (11 febbraio 2010) una statistica riferita alla situazione rilevata alla fine del 2006 . Dei tanti dati pubblicati è stato possibile selezionarne alcuni che hanno in conclusione fornito un quadro interessante.
Si nota che nell’ultimo ventennio, per l’esattezza negli ultimi 16 anni a partire dal ’90, si sono costruiti oltre la metà dei presidi attualmente in attività. Questo è conseguenza del notevole aumento della domanda e di una politica più attente ai bisogni della popolazione anziana.

Numeri importanti (oltre 500), in valore assoluto, si notano in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, e Lazio, ma numeri comunque significativi soprattutto se rapportati all’estensione del territorio sono anche in Liguria e nella provincia autonoma di Trento.

Come si può rilevare il numero medio di Posti Letto per struttura è di 36,91 e va dal 43,06 delle strutture pubbliche al 39,6 del privato profit al 32,74 del privato non profit. La distribuzione poi dei 330 mila posti letto vede un 34% a gestione pubblica seguito dal 46,76 del privato non profit e dal 17,27 del profit. Altri dati possono essere posti in relazione, come ad esempio il fatto che 2760 strutture nel Nord Ovest generano 128.912 posti, mentre nel Centro1.916 strutture mettono a disposizione solo poco più di 54.000 posti. Difficili fare valutazioni di merito su questi dati, perché, se da un lato avere pochi posti per struttura potrebbe essere sinonimo di qualità è anche vero che ciò può determinare aggravio di costi e scarsa capacità di selezionare e valorizzare le miglioro professionalità.

Un ultimo rilievo viene proposto sulla quantità di personale operante per tipologia/professionalità.

PROFESSIONALITA’ MASCHI FEMMINE TOTALE %

Direttori e amministratori  M 6.409  F 7.024  T 13.433   % 4,98

Impiegati .........................M 2.868  F 7.514  T 10.382   % 3,85

Medici.............................M 6.880  F 3.466  T 10.346   % 3,84

Psicologi..........................M   872   F 2.465   T 3.336    % 1,24

Sociologi ........................M     94   F    167    T  262     % 0,10

Assistenti sociali ..............M   282   F 2.595    T 2.877    % 1,07

Insegnanti/formazione.......M   408    F 1.491    T 1.898   % 0,70

Educatori e pedagogisti ...M 3.653  F 9.632    T 13.285   % 4,93

Animatori ........................M 1.653  F 5.589    T 7.242     % 2,69

Infermieri .........................M 5.078  F19.216   T 24.293   % 9,01

Fisioterapisti .....................M 2.134  F 4.738    T 6.872     % 2,55

Logopedisti/ riabilitazione ..M 328     F 1.312    T 1.640     % 0,61

Addetti servizi alla persona.M 11.969 F 94.226 T106.195   % 39,38

Addetti ai servizi generali ....M 7.431  F 34.319  T 41.750    %15,48

Obiettori (c)........................M   598    F 1.701    T 2.299     % 0,85

Altro...................................M  7.604  F 15.976  T 23.580    % 8,74

TOTALE OPERATORI......M 58.260 F 211.430 T 269.690  %100


Tra questi dati spiccano le percentuali di infermieri e addetti ai servizi di assistenza che insieme raggiungono la metà del numero degli operatori. Si nota anche il (quasi) 5% di amministratori e direttori, che non è poco, basta considerare che superano i medici e, addirittura, sono più numerosi degli impiegati.

Ultima importante notazione riguarda l’aspetto di genere con l’esclusione della professione medica, vede una netta prevalenza femminile.

211.430 donne impiegate nel settore!

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