“ROMA - É un simbolo quotidiano, quasi toccante, della turbolenta demografia italiana: un italiano anziano a prendere un po’ d'aria, spesso a braccetto con una badante immigrata. Le badanti spesso non sono qui legalmente ma sono state tollerate perché fanno un lavoro che pochi italiani fanno: si occupano della popolazione che invecchia rapidamente. Ma anche se l'Italia sta invecchiando, é molto più preoccupata per il crimine. E agli occhi di molti italiani, per i quali l'immigrazione é un fenomeno relativamente nuovo, gli immigrati hanno un ruolo centrale anche in questo”. (The New York Times, 21.6.08
La legge, il cosiddetto "pacchetto sicurezza" recentemente approvato, dovrebbe in teoria essere applicato a tutti gli immigrati illegali, ma le evidenti difficoltà di applicazione a tutti i casi hanno aperto le porte alla possibilità di regolarizzazione per le badanti. Sembra dunque molto problematico colpire gli immigrati illegali che si prendono cura, in cifre sempre crescenti, dei cittadini anziani anche se le procedure di regolarizzazione e l’aumento dei costi che ne consegue possono in ogni modo creare qualche problema. Il fatto è che gli italiani hanno costruito un sistema di welfare informale in base al quale, in larga misura, le necessità di servizio vengono coperte da un sistema fai-da-te che, in qualche modo, preserva l'importanza della famiglia. Portando le badanti nelle case, è vero che il lavoro di cura viene delegato, ma è altrettanto vero che nel vissuto collettivo questa modalità è vista pur sempre meglio della soluzione di spedire i genitori anziani nelle RSA. Tanto più che questo nuovo nome non è neanche entrato nell’uso corrente è non è scomparsa la definizione vecchia di “ospizio” anzi è quella che più tipicamente e diffusamente compare non solo nel linguaggio corrente ma anche nel linguaggio giornalistico. L’ospizio fa paura e portare i propri vecchi all’ospizio comporta per alcuni un senso di disonore per la famiglia. Mantenere una badante irregolare può essere economico ma è illegale, così, per queste ragioni, non è sbagliato dire che “la famiglia” è causa e vittima a un tempo dell’immigrazione o della permanenza illegale delle badanti. Le leggi dure spesso non raggiungono gli obiettivi e paradossalmente producono l’effetto contrario, infatti l’emersione può non convenire né alla badante né al datore di lavoro. La situazione può essere così riassunta: o si sopportano i maggiori oneri o si decide di rinunciare a questo servizio o si continua nell’illegalità. Con le premesse che abbiamo visto, la terza via non è improbabile.
Come si diceva, da un punto di vista sociologico, affidare gli anziani alle cure di stranieri non fa che confermare la centralità della famiglia nella società italiana, che si adatta alla scomparsa graduale del modello di famiglia numerosa e alla ormai consolidata presenza delle donne nel mondo del lavoro, riducendo l’elemento che per tradizione si è sempre occupato del welfare familiare. Assumere un aiuto domestico consente alla famiglia di mantenere il suo ruolo cardine nella cura all’anziano in ossequio alla tesi, ampiamente condivisibile, che una cosa è vivere in casa propria, un’altra è essere spediti in un posto impersonale come potrebbe essere anche la migliore delle RSA.
La maggior parte degli italiani, “prova vergogna” al pensiero di mettere i propri anziani all’interno di una casa di riposo, o comunque non lo fa, ed è disposta a sostenere il diverso e comunque oneroso modello che prevede l’aiuto di stranieri. Un po’ per assecondare questa preferenza un po’ per ragioni economiche/finanziarie anche le politiche nazionali tendono a favorire il sostegno diretto alle famiglie piuttosto che la creazione di una rete di servizi costosi e non del tutto graditi.
In un tempo in cui poco si può investire per la creazioni di servizi di sostegno sociale da erogare in termini uguali per tutti ai cittadini che ne hanno bisogno (Ricordiamo che questo era il “sogno” della legge 328 del 2000) è inevitabile che la politica ufficiale, al di là dei proclami sulla sicurezza, secondo la logica di parlare alla parte emotiva del proprio elettorato, tenda a costruire un sistema che veda lo Stato sempre più svincolato da questi oneri lasciando ai cittadini ogni responsabilità a partire dalla scelta di tenere in casa gli anziani che, non sono proprio convinto, che sia un modo per mantenere in vigore una centralità della famiglia. Perché questa centralità ci sia realmente si richiederebbe, e solo in qualche caso la soluzione è questa, una vicinanza tra le generazioni che implica un maggior tempo da spendere nella relazione col parente anziano, diversamente c’è solo la parte formale della casa. C’è la casa dei muri ma siamo sicuri che ci sia anche la famiglia? Ben inteso la critica non deve spingersi oltre se non verso lo Stato che non compie correttamente e fino in fondo il suo compito per esempio nel garantire condizioni di vita migliori a chi cura e la giusta formazione affinché possa vivere meglio e dare un supporto migliore. Se non altro queste poche cose si possono fare:
• smettere di fare la voce grossa sugli immigrati e fare dei fatti concreti solo quando è necessario,
• favorire la regolarizzazione e l’integrazione delle badanti riducendo al minimo tutti i costi derivanti dell’emersione,
• assicurare un’adeguata formazione per migliorare la qualità del servizio e un miglior livello di vita per la badanti stesse.
Non affrontare in questa logica il problema significa dare valore alla tesi che vede nell’attuale crisi di sociale e di valori l’elemento determinante della crisi politica. Non crisi in senso tecnico di incapacità di governare per debolezza delle coalizioni, a volte anche questo, ma soprattutto crisi di identità e di idealità nell’azione politica.
La visione che si cerca di eludere ma che prepotentemente si impone alla nostra considerazione è che ci sono tre elementi dell’attuale crisi sociale che sono determinanti e che si possono riassumere in lavoro, famiglia e condizione urbana. A partire da quest’ultimo punto abbiamo le periferie che sono divenute il luogo dell’abitare senza elementi di aggregazione sociale e senza che la politica locale si impegni a creare luoghi di conoscenza e dibattito con partecipazione diretta dei cittadini. C’erano una volta le amministrazioni comunali in continuo contatto critico con le segreterie locali dei partiti, forse ne venivano un po’ condizionate, ma nello stesso tempo si offriva ad empie fasce popolari di intervenire con pensieri e proposte.
Il lavoro è andato a sua volta modificandosi profondamente soprattutto nel vissuto psicologico. Le battaglie per il lavoro, o perché il lavoro uscisse dalla dimensione di merce non ci sono più forse semplicemente perché non hanno più senso. È grave però che oggi si vada diffondendo una forma latente di corporativismo che è la negazione della libertà di iniziativa e di ogni forma di difesa della dignità personale attraverso il lavoro. Il lavoro torna ad essere merce sotto un diverso profilo, una merce da ostentare o da difendere ad ogni costo e con ogni mezzo, quasi mai uno strumento di libertà, ma invero strumento per conquistare quella parte di libertà apparente che le numerose forme di pubblicità e condizionamento psicosociale ci fanno cogliere come l’unico bene desiderabile.
La famiglia in questa deriva di valori è a sua volta cambiata e l’elemento di cui si coglie la massima responsabilità è l’incomunicabilità tra le generazioni. Le persone in età di lavoro sono fuori, i bambini affidati alla TV e così pure gli anziani. Sostanzialmente espulsi dalla società. Così i giovani si sono creati i loro miti e i loro tabù, sfuggono alle regole e ambiscono a un mondo etereo che poco ha di consistente, cedono alle lusinghe della notorietà e si perdono nei canali tematici che diffondono una televisione dedicata al loro orientamento culturale. I falsi miti e le illusioni di un tempo avevano almeno una radice nella cultura e nel pensiero oggi c’è l’abbandono all’edonismo e all’affermazione personale non come frutto di un impegno personale autentico che ogni successo deve necessariamente prevedere.
In una società che muta in questo senso non possiamo stupirci se le badanti straniere vengono ad avere un ruolo importante. Fanno ciò che le donne italiane non fanno più e no solo perché sono impegnate in un altro lavoro più redditizio, ma anche semplicemente perché lo vedono come un lavoro degradante. Così non so bene se condividere l’opinione che le badanti hanno consentito di rappresentare per oggi e per il futuro la nostra famiglia. Certo rappresentano la soluzione per gli anziani e il punto di appoggio per quella differente compagine sociale che faticosamente si sta costruendo.
Oggi la nuova economia è globale e in Italia come in diverse altre parti dell’occidente è del tutto deindustrializzata quindi devono essere attribuiti importanza e valore alle professioni che possono garantire sviluppo e conoscenza. Lo sviluppo è legato alla mobilità internazionale, anche i nostri prestigiosi tecnici, alfieri di una società avanzata per cultura e conoscenza dovranno sottostare alla regola della mobilità internazionale. Se l’industria e de-localizzata, per esempio, i nostri ingegneri meccanici o elettronici andranno a lavorare in India o in un altro stato in via di sviluppo. Ci saranno migrazioni di ogni tipo, gente in cerca di lavoro altamente specializzato e gente in cerca di lavoro per vivere e sono già ampiamente attuali questi spostamenti di popolazione che nel corso di questo secolo daranno un nuovo volto al mondo. Verso l’Italia non potrà che esserci un fenomeno di immigrazione di personale in cerca di lavoro dequalificato visto che le nostre città si sono trasformate da luoghi della produzione a luoghi di consumo e di circolazione della conoscenza.
Bisogna spezzare la catena del sospetto e del dubbio, ma anche rimboccarsi le maniche. Dobbiamo avere fiducia nei nostri giovani e negli emigranti e fare di tutto perché possano esprime al meglio le loro ambizioni, con un’attenzione particolare verso gli immigrati che sono più deboli, spesso meno colti, ma sempre molto determinati e possono anche rappresentare una forte concorrenza nell’evoluzione del lavoro. Sono disposti a cominciare con lavori umili ma possono, giustamente, aspirare anche a lavori più responsabili e, si sa, chi mette impegno spesso riesce negli obbiettivi che si pone.
giovedì 20 agosto 2009
lunedì 10 agosto 2009
Welfare e Crisi (W-&-C) -Immigrazione, informazione e pregiudizi
Immigrazione, informazione e pregiudizi
Analizzando i dati dell’ISTAT (Vedi articoli precedenti sullo stesso tema) abbiamo visto diversi fenomeni interessanti culminanti con l’osservazione che i cittadini stranieri che sono e saranno presenti in Italia sono prevalentemente in una classe di età che rende più favorevole il rapporto tra lavoratori e anziani. È chiaro dunque che gli stranieri con la loro esistenza influenzano le caratteristiche del welfare rendendo possibili azioni che richiedono risorse che lo solo strato giovane della popolazione può produrre. Si è detto molte volte e da più parti che l’Italia è una nazione che invecchia e che ciò comporta problemi di gestione dei servizi sociosanitari, ma è chiaro che le difficoltà che si incontrano non sussistono in senso assoluto, ovvero, non è che in Italia non si conoscono le tecniche sanitarie o socio assistenziali, anzi, in molte regioni è stato raggiunto un livello d’avanguardia. È bensì vero, invece, che mancano le risorse per intervenire al livello di numero e di qualità che si richiede, non si tratta semplicemente di mancanza di risorse economiche ma anche di personale adeguato per numero e formazione. Dunque, man mano che il tempo passa, abbiamo sempre più bisogno di attività assistenziali (perché gli anziani aumentano), ma abbiamo sempre meno risorse di finanza pubblica da impiegare (per il peggioramento del rapporto tra anziani e lavoratori), inoltre le professioni socio assistenziali non rappresentano una grande attrattiva per i giovani quindi o non si avvicinano a questo lavoro o lo fanno con scarsa soddisfazione con conseguenze negative sulla qualità della performance e sul turn over. Questa parte del discorso poggia solo su elementi qualitativi, non disponendo al momento di dati statistici appropriati. Attingendo semplicemente all’esperienza personale diretta o indiretta, è possibile riferire che il numero delle operatrici straniere extracomunitarie è in aumento e che nei corsi di formazione di prima formazione, di solito, circa la metà delle iscrizioni sono riferite a straniere. Se a questo si aggiunge l’enorme peso delle badanti si capisce bene che il personale straniero, regolare e non, rappresenta un supporto insostituibile del welfare italiano. Le irregolarità, di qualunque genere e per qualunque fine, non vanno difese, ma ciò che di buono viene realizzato anche attraverso il lavoro irregolare va invece difeso, eccome. Di conseguenza la regolarizzazione delle badanti è un’evidente necessità se non si vuole mantenere uno stato di illegalità forzosa o se, peggio, non si vuole sottrarre alle famiglie il servizio delle badanti stesse. Sarebbe una bella ironia! Perdere il servizio di cui ho bisogno, che sono disposto a pagare, che mi dovrebbe dare lo stato che invece non ha risorse sufficienti, risorse che aumenterebbero regolarizzando..! sembra un gioco di parole, ma se si riflette è la pura e semplice verità. I numeri sono altissimi anche se evidentemente è impossibile determinare con certezza il numero delle operatrici irregolari. In una stima dell’Università Bocconi si parla di un milione e centomila di cui 500 mila irregolari. La notizia la si può trovare commentata in diversi siti tra i quali quelle riportati in nota.[1]
“Per prepararsi al nuovo scenario è indispensabile una mentalità più inclusiva e capace di guardare gli immigrati non come gli “altri”, i diversi, gli estranei (e, secondo alcuni, i devianti), bensì come nuovi cittadini, compagni di strada in grado di fornire un nuovo apporto al nostro sviluppo. Quanto sta avvenendo in Italia è stato in precedenza sperimentato da molti altri paesi europei e d’oltreoceano, in diversi dei quali gli italiani stessi sono stati immigrati. Come più volte ha sottolineato la Chiesa, l’immigrazione può apportare notevoli potenzialità allo sviluppo locale, ma richiede attenzione e accoglienza, in un quadro certo di diritti e di doveri”. Così si esprime la Caritas nell’introduzione del Dossier Immigrazione 2008[2]
La ricercatrice dell’IRS di Milano,. Daniela Mesini[3] apre un suo articolo ricordando che per fronteggiare i bisogni di cura degli anziani non autosufficienti un numero sempre più elevato di famiglie si rivolge al mercato privato assumendo direttamente una badante e sostenendone la spesa. Ricorda che le stime prima della sanatoria del 2002 si attestavano su percentuali molto alte di lavoro irregolare (addirittura oltre il 70% secondo Censis – 2002). Al di là delle stime e delle cifre esatte, comunque esisteva ed esiste un segmento consistente di operatrici (è noto che prevalentemente il fenomeno riguarda l’immigrazione femminile) e di datori di lavoro che hanno preferito non procedere a regolarizzazione. L’autrice sottolinea che, anche se “l’occupazione privata nell’ambito del lavoro di cura tenderà a crescere grazie al progressivo invecchiamento della popolazione, e ai ricorrenti tagli alla spesa pubblica, non è automatico che le regolarizzazioni in questo comparto sia direttamente proporzionale all’aumento degli occupati. Questo era vero nel 2005 e ancor più lo è oggi dopo tutte le politiche “anti” che sono state messe in atto. Il reato di immigrazione clandestina recentemente istituito all’interno del pacchetto sicurezza, anche se sono previste possibilità di regolarizzazione proprio per le badanti attualmente presenti, rappresenta un ulteriore elemento di disaffezione rispetto ad un inquadramento definitivo e regolare del lavoro di badante. La tolleranza che c’è stata fin’ora rispetto al fenomeno è ampiamente giustificabile se si pensa che la situazione di irregolarità favorisce enormemente i datori di lavoro che da un lato risparmiano i costi burocratici, le imposte e le ritenute e dall’altro hanno un arma vera e propria da usare verso l’immigrata per trattenerla in uno stato di assoluta dipendenza, per non dire di schiavitù.
Se già prima della sanatoria del 2002 si temeva che l’effetto non fosse del tutto garantito, in conseguenza di del modello migratorio che si è affermato in Italia caratterizzato da molta fluidità con frequenti avvicendamenti, figuriamoci adesso dopo le prese di posizione ufficiali rispetto a tutto il problema dell’immigrazione in qualche caso vista e interpretata come una minaccia per la sicurezza. Alla scarsa propensione a rimanere e stabilizzarsi per ragione del puro e semplice desiderio di ricongiungersi alla famiglia nei luoghi d’origine dopo un periodo di “lavoro forzato” si somma oggi un ulteriore ragione, evitare vessazioni burocratiche, imposizioni fiscali che possono, in una certa misura, comportare una riduzione del reddito e quindi un allontanamento dell’obiettivo, che continua ad essere prevalentemente quello di contribuire in modo determinante alla creazione del fondo necessario a costruirsi una casa in patria. La regolarizzazione verrà ancora in gran parte evitata con un allontanamento di quello che invece sarebbe il più interessante obiettivo di stabilizzazione dei rapporti e l’incremento della formazione professionale delle addette.
Sembra idea condivisibile che gli alti e bassi della politica e in genere dei responsabili dello sviluppo sociale in Italia ha finito per giustificare uno Stato che si sottrae ad alcune importanti responsabilità avendo ridotto drasticamente le potenzialità di investimento sul settore socio assistenziale. Se rendiamo la vita difficile alle badanti e alle famiglie dobbiamo pensare a nuovi programmi (a meno che valga l’opinione che siamo di fronte a un’enorme “bufala” per cui si parla di sicurezza per nascondere quella venatura xenofoba che al nord ha assunto una consistenza notevole e si parla di welfare di comunità per confondere la visione di uno Stato che per il benessere degli anziani non ha più niente da spendere). In realtà sarebbe urgente la creazione di un sistema più razionale dove l’assistenza domiciliare viene erogata attraverso una struttura per maggior garanzia sia degli immigrati che di coloro che hanno bisogno del servizio. Tutto dovrebbe passare attraverso le istituzioni, ma in modo leggero, assolutamente leggero per non compromettere il livello di costo e soprattutto per rispettare i principi di libertà organizzativa degli enti erogatori e dei privati. Dovrebbe essere intensificato il processo di formazione delle badanti che molti enti locali hanno avviato, ma per fare questo è necessaria una certa durata della permanenza altrimenti l’investimento formativo non assicura adeguato ritorno. Purtroppo sappiamo che il lavoro illegale, più o meno tollerato dallo Stato, continuerà anche perché la domanda, anche se presumibilmente in crescita, non ha caratteristiche strutturali tali da offrire sufficienti garanzie alle organizzazioni. Ogni famiglia che ha bisogno del servizio sa di avere un bisogno temporaneo che vuole risolvere nel modo meno traumatico possibile sia sotto il profilo affettivo sia sotto l’aspetto economico. Soldi da spendere ce ne sono pochi: all’interno di pensione e accompagnamento bisogna risolvere tutto con il minor disagio possibile per il familiare non autosufficiente.
Dunque un gran numero di badanti si è riversato in Italia in prevalenza dai paesi nati dalla dissoluzione dell’URSS con un pensiero in mente: guadagnare il denaro sufficiente per costruirsi una casa al rientro in patria che prima si può fare meglio è. Il livello di istruzione può anche essere medio/alto in quanto è economicamente meglio fare la badante in Italia che una professione più alta nel paese di origine. La loro condizione è stata definita un “servitù di passaggio” (A. Castagnaro – 2002) costituita sostanzialmente dall’inserimento di manodopera più o meno qualificata in regime di assoluta flessibilità con un certo vantaggio, da un lato, per il singolo o meglio la singola famiglia, ma certamente inidoneo, dall’altro, a creare relazioni stabili tra l’assistente familiare e un certo territorio o un’istituzione pubblica o privata. L’urgenza di soddisfare i propri bisogni ha escluso la costruzione di un progetto a medio/lungo termine adatto veramente alla situazione italiana. Si è guardato solo al problema di sistemare il proprio anziano in un modo ritenuto migliore del ricovero in RSA che, per la cultura tradizionale italiana ancora molto diffusa, è visto come un elemento umiliante e disonorevole e quindi da evitare.
Ora auspichiamo invece uno sviluppo di questa situazione con possibilità di fruire di servizi offerti da personale qualificato. Questo del resto è l’unico passo avanti che è possibile fare.
Rispetto a questi obiettivi il “pacchetto sicurezza” da poco approvato in Parlamento contiene diversi provvedimento che influiscono direttamente sull’immigrazione come le tasse per il permesso di soggiorno e l’inasprimento delle norme sull’espulsione degli immigrati che hanno perso il lavoro. Alla fine queste norme servono a scoraggiare l’immigrazione e rendono difficile e più costosa la vita agli stranieri. Niente da dire in termini politici: è evidente che con questo si è risposto a un sentimento diffuso di paure legate alla possibilità che gli stranieri ci tolgano il lavoro o che vengano per compiere atti penalmente illeciti. In questo modo si legittima la convinzione che l’immigrazione sia un fatto negativo. Così Paolo Giordani e Michele Ruta in un recente articolo[4] pubblicato sulla rivista on line “La voce” “ Una politica restrittiva in tema di immigrazione, come quella adottata dal nostro governo, certamente riduce il numero dei lavoratori stranieri presenti in un paese, ma ha anche l'effetto involontario di allontanare di più gli immigrati qualificati rispetto a quelli meno qualificati. Si resta così intrappolati in una spirale di forti restrizioni e "cattiva" immigrazione. E di pregiudizi che si autoalimentano. Per l'Italia, la soluzione non è inasprire indiscriminatamente le norme sull'immigrazione, ma ripensarle coerentemente con le necessità del paese.
Gli autori nello stesso articolo svolgono una tesi interessante sul rischio di circolo vizioso dei pregiudizi. I pregiudizi determinano paure a volte infondate ma influenzano le scelte politiche perché i politici devono soddisfare i desideri espressi dal popolo che li vota. Le scelte che ne derivano creano difficoltà agli immigrati e ciò porta ad un peggioramento della composizione dell’immigrazione con diverse conseguenze anche non desiderate che determinano una riduzione del benessere generale.
Se la situazione è questa la conclusione può essere una sola: agire selezionando attentamente e confermando le posizioni attualmente attive e positive. Tra queste di sicuro le badanti che fanno molto per il benessere degli anziani e delle famiglie. Forse ci sarà anche qualche operatrice che usa la professione come copertura di altro, ma se si considera che tipo di lavoro è la badante è difficile immaginare che siano tutte o in prevalenza dedite segretamente ad altre attività illecite e penalmente rilevanti. Non si può considerare opportuna una scelta che porta ad un inasprimento indiscriminato delle misure sull’immigrazione. Si vedrebbe invece con favore un atteggiamento rigoroso ma al tempo stesso di favore verso quei cittadini stranieri che sono interessati a quelle professioni di cui abbiamo bisogno e nel nostro campo è chiaro che di bisogno ce n’è.
[1] http://sintesi.provincia.milano.it/portalemilano/pdf/orientamento/scheda_badanti.pdf
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/badanti-in-italia-un-esercito-che-sta-dove-non-ce-lo-stato-grazie-a-loro-litalia-risparmia-45-miliardi-di-euro-e-sono-circa-500-mila-quelle-irregolari-54139/
[2] Per il testo completo del Dossier statistico sull’Immigrazione della Caritas – anno 2008 si può cliccare su: http://www.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/libri_2008/Dossier_immigrazione2008/Materiale/scheda_sintesi.pdf?rifi=&rifp=
[3] Daniela Mesini – “Quante sono le badanti in Italia?” Ottobre 2005 http://www.qualificare.info/home.php?id=27
[4] L’intero articolo sul sito- http://www.lavoce.info/articoli/-immigrazione/pagina1001219.html
Analizzando i dati dell’ISTAT (Vedi articoli precedenti sullo stesso tema) abbiamo visto diversi fenomeni interessanti culminanti con l’osservazione che i cittadini stranieri che sono e saranno presenti in Italia sono prevalentemente in una classe di età che rende più favorevole il rapporto tra lavoratori e anziani. È chiaro dunque che gli stranieri con la loro esistenza influenzano le caratteristiche del welfare rendendo possibili azioni che richiedono risorse che lo solo strato giovane della popolazione può produrre. Si è detto molte volte e da più parti che l’Italia è una nazione che invecchia e che ciò comporta problemi di gestione dei servizi sociosanitari, ma è chiaro che le difficoltà che si incontrano non sussistono in senso assoluto, ovvero, non è che in Italia non si conoscono le tecniche sanitarie o socio assistenziali, anzi, in molte regioni è stato raggiunto un livello d’avanguardia. È bensì vero, invece, che mancano le risorse per intervenire al livello di numero e di qualità che si richiede, non si tratta semplicemente di mancanza di risorse economiche ma anche di personale adeguato per numero e formazione. Dunque, man mano che il tempo passa, abbiamo sempre più bisogno di attività assistenziali (perché gli anziani aumentano), ma abbiamo sempre meno risorse di finanza pubblica da impiegare (per il peggioramento del rapporto tra anziani e lavoratori), inoltre le professioni socio assistenziali non rappresentano una grande attrattiva per i giovani quindi o non si avvicinano a questo lavoro o lo fanno con scarsa soddisfazione con conseguenze negative sulla qualità della performance e sul turn over. Questa parte del discorso poggia solo su elementi qualitativi, non disponendo al momento di dati statistici appropriati. Attingendo semplicemente all’esperienza personale diretta o indiretta, è possibile riferire che il numero delle operatrici straniere extracomunitarie è in aumento e che nei corsi di formazione di prima formazione, di solito, circa la metà delle iscrizioni sono riferite a straniere. Se a questo si aggiunge l’enorme peso delle badanti si capisce bene che il personale straniero, regolare e non, rappresenta un supporto insostituibile del welfare italiano. Le irregolarità, di qualunque genere e per qualunque fine, non vanno difese, ma ciò che di buono viene realizzato anche attraverso il lavoro irregolare va invece difeso, eccome. Di conseguenza la regolarizzazione delle badanti è un’evidente necessità se non si vuole mantenere uno stato di illegalità forzosa o se, peggio, non si vuole sottrarre alle famiglie il servizio delle badanti stesse. Sarebbe una bella ironia! Perdere il servizio di cui ho bisogno, che sono disposto a pagare, che mi dovrebbe dare lo stato che invece non ha risorse sufficienti, risorse che aumenterebbero regolarizzando..! sembra un gioco di parole, ma se si riflette è la pura e semplice verità. I numeri sono altissimi anche se evidentemente è impossibile determinare con certezza il numero delle operatrici irregolari. In una stima dell’Università Bocconi si parla di un milione e centomila di cui 500 mila irregolari. La notizia la si può trovare commentata in diversi siti tra i quali quelle riportati in nota.[1]
“Per prepararsi al nuovo scenario è indispensabile una mentalità più inclusiva e capace di guardare gli immigrati non come gli “altri”, i diversi, gli estranei (e, secondo alcuni, i devianti), bensì come nuovi cittadini, compagni di strada in grado di fornire un nuovo apporto al nostro sviluppo. Quanto sta avvenendo in Italia è stato in precedenza sperimentato da molti altri paesi europei e d’oltreoceano, in diversi dei quali gli italiani stessi sono stati immigrati. Come più volte ha sottolineato la Chiesa, l’immigrazione può apportare notevoli potenzialità allo sviluppo locale, ma richiede attenzione e accoglienza, in un quadro certo di diritti e di doveri”. Così si esprime la Caritas nell’introduzione del Dossier Immigrazione 2008[2]
La ricercatrice dell’IRS di Milano,. Daniela Mesini[3] apre un suo articolo ricordando che per fronteggiare i bisogni di cura degli anziani non autosufficienti un numero sempre più elevato di famiglie si rivolge al mercato privato assumendo direttamente una badante e sostenendone la spesa. Ricorda che le stime prima della sanatoria del 2002 si attestavano su percentuali molto alte di lavoro irregolare (addirittura oltre il 70% secondo Censis – 2002). Al di là delle stime e delle cifre esatte, comunque esisteva ed esiste un segmento consistente di operatrici (è noto che prevalentemente il fenomeno riguarda l’immigrazione femminile) e di datori di lavoro che hanno preferito non procedere a regolarizzazione. L’autrice sottolinea che, anche se “l’occupazione privata nell’ambito del lavoro di cura tenderà a crescere grazie al progressivo invecchiamento della popolazione, e ai ricorrenti tagli alla spesa pubblica, non è automatico che le regolarizzazioni in questo comparto sia direttamente proporzionale all’aumento degli occupati. Questo era vero nel 2005 e ancor più lo è oggi dopo tutte le politiche “anti” che sono state messe in atto. Il reato di immigrazione clandestina recentemente istituito all’interno del pacchetto sicurezza, anche se sono previste possibilità di regolarizzazione proprio per le badanti attualmente presenti, rappresenta un ulteriore elemento di disaffezione rispetto ad un inquadramento definitivo e regolare del lavoro di badante. La tolleranza che c’è stata fin’ora rispetto al fenomeno è ampiamente giustificabile se si pensa che la situazione di irregolarità favorisce enormemente i datori di lavoro che da un lato risparmiano i costi burocratici, le imposte e le ritenute e dall’altro hanno un arma vera e propria da usare verso l’immigrata per trattenerla in uno stato di assoluta dipendenza, per non dire di schiavitù.
Se già prima della sanatoria del 2002 si temeva che l’effetto non fosse del tutto garantito, in conseguenza di del modello migratorio che si è affermato in Italia caratterizzato da molta fluidità con frequenti avvicendamenti, figuriamoci adesso dopo le prese di posizione ufficiali rispetto a tutto il problema dell’immigrazione in qualche caso vista e interpretata come una minaccia per la sicurezza. Alla scarsa propensione a rimanere e stabilizzarsi per ragione del puro e semplice desiderio di ricongiungersi alla famiglia nei luoghi d’origine dopo un periodo di “lavoro forzato” si somma oggi un ulteriore ragione, evitare vessazioni burocratiche, imposizioni fiscali che possono, in una certa misura, comportare una riduzione del reddito e quindi un allontanamento dell’obiettivo, che continua ad essere prevalentemente quello di contribuire in modo determinante alla creazione del fondo necessario a costruirsi una casa in patria. La regolarizzazione verrà ancora in gran parte evitata con un allontanamento di quello che invece sarebbe il più interessante obiettivo di stabilizzazione dei rapporti e l’incremento della formazione professionale delle addette.
Sembra idea condivisibile che gli alti e bassi della politica e in genere dei responsabili dello sviluppo sociale in Italia ha finito per giustificare uno Stato che si sottrae ad alcune importanti responsabilità avendo ridotto drasticamente le potenzialità di investimento sul settore socio assistenziale. Se rendiamo la vita difficile alle badanti e alle famiglie dobbiamo pensare a nuovi programmi (a meno che valga l’opinione che siamo di fronte a un’enorme “bufala” per cui si parla di sicurezza per nascondere quella venatura xenofoba che al nord ha assunto una consistenza notevole e si parla di welfare di comunità per confondere la visione di uno Stato che per il benessere degli anziani non ha più niente da spendere). In realtà sarebbe urgente la creazione di un sistema più razionale dove l’assistenza domiciliare viene erogata attraverso una struttura per maggior garanzia sia degli immigrati che di coloro che hanno bisogno del servizio. Tutto dovrebbe passare attraverso le istituzioni, ma in modo leggero, assolutamente leggero per non compromettere il livello di costo e soprattutto per rispettare i principi di libertà organizzativa degli enti erogatori e dei privati. Dovrebbe essere intensificato il processo di formazione delle badanti che molti enti locali hanno avviato, ma per fare questo è necessaria una certa durata della permanenza altrimenti l’investimento formativo non assicura adeguato ritorno. Purtroppo sappiamo che il lavoro illegale, più o meno tollerato dallo Stato, continuerà anche perché la domanda, anche se presumibilmente in crescita, non ha caratteristiche strutturali tali da offrire sufficienti garanzie alle organizzazioni. Ogni famiglia che ha bisogno del servizio sa di avere un bisogno temporaneo che vuole risolvere nel modo meno traumatico possibile sia sotto il profilo affettivo sia sotto l’aspetto economico. Soldi da spendere ce ne sono pochi: all’interno di pensione e accompagnamento bisogna risolvere tutto con il minor disagio possibile per il familiare non autosufficiente.
Dunque un gran numero di badanti si è riversato in Italia in prevalenza dai paesi nati dalla dissoluzione dell’URSS con un pensiero in mente: guadagnare il denaro sufficiente per costruirsi una casa al rientro in patria che prima si può fare meglio è. Il livello di istruzione può anche essere medio/alto in quanto è economicamente meglio fare la badante in Italia che una professione più alta nel paese di origine. La loro condizione è stata definita un “servitù di passaggio” (A. Castagnaro – 2002) costituita sostanzialmente dall’inserimento di manodopera più o meno qualificata in regime di assoluta flessibilità con un certo vantaggio, da un lato, per il singolo o meglio la singola famiglia, ma certamente inidoneo, dall’altro, a creare relazioni stabili tra l’assistente familiare e un certo territorio o un’istituzione pubblica o privata. L’urgenza di soddisfare i propri bisogni ha escluso la costruzione di un progetto a medio/lungo termine adatto veramente alla situazione italiana. Si è guardato solo al problema di sistemare il proprio anziano in un modo ritenuto migliore del ricovero in RSA che, per la cultura tradizionale italiana ancora molto diffusa, è visto come un elemento umiliante e disonorevole e quindi da evitare.
Ora auspichiamo invece uno sviluppo di questa situazione con possibilità di fruire di servizi offerti da personale qualificato. Questo del resto è l’unico passo avanti che è possibile fare.
Rispetto a questi obiettivi il “pacchetto sicurezza” da poco approvato in Parlamento contiene diversi provvedimento che influiscono direttamente sull’immigrazione come le tasse per il permesso di soggiorno e l’inasprimento delle norme sull’espulsione degli immigrati che hanno perso il lavoro. Alla fine queste norme servono a scoraggiare l’immigrazione e rendono difficile e più costosa la vita agli stranieri. Niente da dire in termini politici: è evidente che con questo si è risposto a un sentimento diffuso di paure legate alla possibilità che gli stranieri ci tolgano il lavoro o che vengano per compiere atti penalmente illeciti. In questo modo si legittima la convinzione che l’immigrazione sia un fatto negativo. Così Paolo Giordani e Michele Ruta in un recente articolo[4] pubblicato sulla rivista on line “La voce” “ Una politica restrittiva in tema di immigrazione, come quella adottata dal nostro governo, certamente riduce il numero dei lavoratori stranieri presenti in un paese, ma ha anche l'effetto involontario di allontanare di più gli immigrati qualificati rispetto a quelli meno qualificati. Si resta così intrappolati in una spirale di forti restrizioni e "cattiva" immigrazione. E di pregiudizi che si autoalimentano. Per l'Italia, la soluzione non è inasprire indiscriminatamente le norme sull'immigrazione, ma ripensarle coerentemente con le necessità del paese.
Gli autori nello stesso articolo svolgono una tesi interessante sul rischio di circolo vizioso dei pregiudizi. I pregiudizi determinano paure a volte infondate ma influenzano le scelte politiche perché i politici devono soddisfare i desideri espressi dal popolo che li vota. Le scelte che ne derivano creano difficoltà agli immigrati e ciò porta ad un peggioramento della composizione dell’immigrazione con diverse conseguenze anche non desiderate che determinano una riduzione del benessere generale.
Se la situazione è questa la conclusione può essere una sola: agire selezionando attentamente e confermando le posizioni attualmente attive e positive. Tra queste di sicuro le badanti che fanno molto per il benessere degli anziani e delle famiglie. Forse ci sarà anche qualche operatrice che usa la professione come copertura di altro, ma se si considera che tipo di lavoro è la badante è difficile immaginare che siano tutte o in prevalenza dedite segretamente ad altre attività illecite e penalmente rilevanti. Non si può considerare opportuna una scelta che porta ad un inasprimento indiscriminato delle misure sull’immigrazione. Si vedrebbe invece con favore un atteggiamento rigoroso ma al tempo stesso di favore verso quei cittadini stranieri che sono interessati a quelle professioni di cui abbiamo bisogno e nel nostro campo è chiaro che di bisogno ce n’è.
[1] http://sintesi.provincia.milano.it/portalemilano/pdf/orientamento/scheda_badanti.pdf
http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/badanti-in-italia-un-esercito-che-sta-dove-non-ce-lo-stato-grazie-a-loro-litalia-risparmia-45-miliardi-di-euro-e-sono-circa-500-mila-quelle-irregolari-54139/
[2] Per il testo completo del Dossier statistico sull’Immigrazione della Caritas – anno 2008 si può cliccare su: http://www.caritasitaliana.it/materiali/Pubblicazioni/libri_2008/Dossier_immigrazione2008/Materiale/scheda_sintesi.pdf?rifi=&rifp=
[3] Daniela Mesini – “Quante sono le badanti in Italia?” Ottobre 2005 http://www.qualificare.info/home.php?id=27
[4] L’intero articolo sul sito- http://www.lavoce.info/articoli/-immigrazione/pagina1001219.html
sabato 1 agosto 2009
Welfare e Crisi (W-&-C) - Studio e dibattito - Previsioni ISTAT-Stranieri
Come anticipato nel precedente post è in teressante completare l’analisi dell'evoluzione demografica esaminando qualche dato del fenomeno migratorio per meglio comprendere come potrà essere il futuro da questo punto di vista, che, volente o nolente, occupa un ruolo fondamentale di prospettiva.
Si può partire con una tabella
Si può partire con una tabella
Sulla base di questi numeri è possibile svolgere alcune analisi interessanti facendo un raffronto questi dati con quelli relativi alla popolazione totale. Prima di tutto prendiamo in considerazione il trend di evoluzione numerica della popolazione nel cinquantennio considerato e si osserva che mentre quello della popolazione totale ha un andamento leggermente in crescita nella prima parte del periodo e poi si stabilizza sull’ordine di grandezza dei 62 milioni, quello dei residenti stranieri presente invece un incremento continuo e anche sensibile, come riportato nella seguente tabella .
La tabella oltre al dato assoluto riporta anche l’andamento percentuale di incremento. Fatto 100 il numero dei residenti e dei residenti stranieri in Italia nel 2007 si nota che mentre il totale raggiunge il 105 per scendere nel 2051 al 104, il dato dei residenti stranieri va subito a 149 nel 2001 e sale con ritmo crescente nei decenni successivi fino a raggiungere il parametro di 365 nel 2051 come ben si vede dal grafico:
L’analisi dei dati riportati nella tabella n° 3 (Stranieri residenti) consente ulteriori interessanti osservazioni. È utile infatti considerare il trend delle fasce di età per verificare l’incidenza sul totale e il contributo quindi che viene dato alla forza lavoro del nostro paese.
La tabella oltre al dato assoluto riporta anche l’andamento percentuale di incremento. Fatto 100 il numero dei residenti e dei residenti stranieri in Italia nel 2007 si nota che mentre il totale raggiunge il 105 per scendere nel 2051 al 104, il dato dei residenti stranieri va subito a 149 nel 2001 e sale con ritmo crescente nei decenni successivi fino a raggiungere il parametro di 365 nel 2051 come ben si vede dal grafico:
L’analisi dei dati riportati nella tabella n° 3 (Stranieri residenti) consente ulteriori interessanti osservazioni. È utile infatti considerare il trend delle fasce di età per verificare l’incidenza sul totale e il contributo quindi che viene dato alla forza lavoro del nostro paese.Il grafico seguente mette in evidenza che la classe di età che definisce anziani e grandi anziani, fino al 2031 hanno un’incidenza minima e solo nei decenni successivi assume una qualche rilevanza. Si tratta di un dato significativo perché mette sottolinea l’elemento positivo, per il welfare, della presenza di stranieri che, come è evidente, sono prevalentemente rappresentati da persone in età di lavoro e da giovanissimi.
Può essere interessante, per concludere quest’analisi, fare un raffronto diretto tra i dati relativi agli stranieri residenti in Italia e i non stranieri verificando appunto il diverso rapporto di incidenza delle varie classi di età.
Può essere interessante, per concludere quest’analisi, fare un raffronto diretto tra i dati relativi agli stranieri residenti in Italia e i non stranieri verificando appunto il diverso rapporto di incidenza delle varie classi di età.Per fare questo prendiamo in considerazione i dati di previsione relativi al 2031 che rappresenta un momento in cui è possibile, a circa vent’anni da oggi, vedere gli esiti delle scelte attuali. La seguente tabella e il successivo relativo grafico mostrano con evidenza come gli stranieri residenti tendano a rinforzare il numero dei giovani e dei lavoratori. Dopo i primi trent’anni di rilevanti movimenti migratori si deve riconoscere il senso positivo del fenomeno: per ogni 100 stranieri solo 9 hanno più di 65 anni, contro i 29 dei non stranieri. Il dato relativo al totale residenti ultrasesantacinquenni nel 2031 si attesta sul 27 % quindi, a quella data, si deduce che, stando alle previsioni ISTAT, l’immigrazione avrebbe ridotto di due punti l’incidenza degli anziani sul totale della popolazione.
Non è un dato privo di valore ai fini della sostenibilità del welfare.

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