La questione morale ha stufato!
Ecco ciò che ho pensato spegnendo la televisione dopo l’ennesimo telegiornale che riferiva fresche notizie ormai vecchie da morire per chi, come me, ha i capelli bianchi. È chiaro, mi son detto, che tangentopoli è stata una fantasia giornalistica, a partire dal nome. Ma che significa tangentopoli? La città delle tangenti? Forse all’inizio è stata appioppata a Milano dove tutto era cominciato. Milano, la metropoli lombarda, che vantava la supremazia economica che improvvisamente si scopre anche capitale delle tangenti. Peccato che questa interpretazione è durata un attimo, ben presto si scoprì che tutte le città, più o meno, erano ugualmente “Impegnate” sul fronte, così tangentopoli diventa un fortunato termine giornalistico che sintetizza un metodo e un’epoca della politica. Direi soprattutto un metodo perché per l’epoca vale lo stesso discorso della città. Tutte le città e tutte le epoche, più o meno. Ecco perché “La questione morale” ha stufato: ci siamo sempre dentro. Viene il dubbio che tangentopoli, nel senso di epoca e metodo, sia stata un’invenzione giornalistica soprattutto perché di fatto ben pochi processi si sono conclusi con condanne concretamente scontate dai colpevoli. Tra assoluzioni e prescrizioni praticamente, stando agli atti, la corruzione non c’è stata se non come fenomeno sporadico e quindi di scarso rilievo. E pensare che su Tangentopoli si è fatta nascere la seconda Repubblica. Ma quale seconda Repubblica? Sembrerebbe piuttosto una coda della prima. La seconda Repubblica ci sarà quando saranno approvate riforme costituzionali di sostanza e non le porcherie giuridiche dell’ultimo decennio, di cui bisognerà tener conto ma da cui bisognerà anche prendere le distanze. La seconda Repubblica nascerà su regole nuove e al termine di una stagione di rinnovamento etico che deve investire tutti a partire dai responsabili della vita pubblica.
La seconda Repubblica non nasce cambiando nome ai partiti!!
Diamo spazio all’associazionismo!
Un modo per uscire dalla visione sterile che ci viene propinato dalla politica nazionale e dal mondo della comunicazione ufficiale è quello di dare spazio alle associazioni. Le associazioni hanno una funzione rilevante nella gestione dei problemi della società in un momento in cui il welfare state subisce continue azioni di rallentamento se non di vero e proprio smantellamento. È ricorrente nella storia del resto che le azioni governative tendano ad intaccare il benessere dei cittadini per fronteggiare le situazioni di difficoltà. Nei momenti di maggior ricchezza delle nazioni si pensa ad estendere i diritti e i benefici, mentre nei momenti di crisi c’è la tendenza opposta. Di questo bisogna prendere atto e non si può neanche buttarne il peso solo sulle spalle della politica in senso stretto. Quadrare le spese, non andare in bancarotta è un dovere anche per lo Stato; aiutare le aziende può anche esser giusto, dipende. Se le aziende sono virtuose e investono per mantenere e sviluppare nuovo lavoro devono essere aiutate, ma se si annichiliscono e cercano semplicemente l’aiuto di Stato o l’intervento pubblico allora stanno facendo pagare le difficoltà a dei soci virtuali che non ne sarebbero tenuti. Essere cittadini non significa essere soci delle S.p.A in difficoltà. Teniamo conto poi che ormai l’economia nel mondo occidentale si è fortemente terziarizzata e pertanto, anche in considerazione della forte trans-nazionalità della produzione industriale, aiutare l’industria non sempre assicura lavoro agli italiani. Vedremo come si muoveranno i Governi e il nostro in particolare, ma è certo che in questo momento gli organismi istituzionali sono ”occupati” da partiti che non sembrano godere di grande fiducia della gente.
Qui sta il Punto: non si può pensare di aver delegato tutta la nostra vita a una politica autoreferenziale e opportunista della quale, a causa delle regole esistenti, non abbiamo neanche concorso alla formazione dei quadri col processo elettivo. Dobbiamo risvegliare un senso civico nuovo per attenuare gli effetti negativi di una politica sempre più oligarchica e tendente all’auto-riproduzione. Se abbiamo a cuore il benessere dei cittadini non dobbiamo rimanere inerti. Il welfare deve essere difeso dal basso: non più welfare state, ma welfare community che non è una fuga della politica dalle sue responsabilità con una forma di intermediazione simile al clientelismo che si realizza dando un po’ di soldi al volontariato e all’associazionismo senza curarsi dei risultati. Ci vuole chiarezza su ciò che si vuole, tutelare e governare in modo efficiente una rete per mantenere alto il livello di benessere. Non dobbiamo tollerare che venga contrabbandato per nuovo welfare una welfare peggiorativo e dobbiamo credere nella capacità organizzativa autonoma senza cadere nella pretesa di una tutela corporativa.
Vedi sul tema articolo di Paolo Giaretta (clik)
domenica 21 dicembre 2008
sabato 13 dicembre 2008
Dalla polemica sulle Province alla sfiducia nella politica, tutto ci invita a prendere iniziative dal basso
Appena conclusa una riflessione sulla crisi che non è solo finanziaria ed economica, ma è anche crisi dei valori e di fiducia verso le istituzioni e verso la politica, la cronaca offre uno spunto per nuovi approfondimenti.
Esplode il caso dell’eliminazione delle Province che anima un dibattito che per la verità sembra un po’ vecchio. Si riporta ad esempio (Quotidiano Libero del 29 novembre 2008 Pag. 2) che nel 1920, l’allora segretario dell’Associazione nazionale dei Comuni, Emilio Caldara, avrebbe auspicato l’eliminazione delle Province con l’affermazione che si tratta di “enti buoni solo per i manicomi e per le strade”. Ora, senza prendere posizione, per il momento, sulla questione, se in tutto questo tempo non è successo niente, malgrado siano nati molti altri enti tra cui, in particolare le Regioni che occupano davvero il ruolo fondamentale di ente intermedio tra lo Stato e la politica dei comuni, è molto improbabile che spariscano proprio adesso. Anche negli anni intorno al 1970 per la nascita delle Regioni c’era stato un dibattito sull’eliminazione delle Province sfociato nel nulla.
Ecco perché sembra un discorso consunto che al di là delle promesse elettorali e anche dell’applicazione di buoni principi di economia e di cultura della democrazia non porterà ad un risultato almeno nel breve periodo come vorrebbero i fautori della campagna di eliminazione. Più che di eliminazione delle Province bisognerebbe palare di ristrutturazione degli organismi del potere politico centrale e periferico creando un’organizzazione razionale che assicuri democrazia a tutti i livelli ed efficienza nelle strutture burocratiche.
Un punto cruciale resta quello di quelle strutture burocratiche, importante per il cittadino, ma, almeno sotto il profilo giuridico, non rappresentate e gestite da organi eletti. Ci sono molti esempi di organismi strutturati a livello provinciale privi di rappresentanti eletti come le Prefetture, gli uffici provinciali delle entrate, i Provveditorati agli studi, il Pubblico Registro Automobilistico, la Motorizzazione Civile e altri. Tra questi dobbiamo annoverare anche i servizi Sociosanitari infatti quasi ovunque la Aziende Sanitarie sono strutturate a livello provinciale con suddivisioni distrettuali quasi sempre riferite ad aree afferenti a comuni associati.
Le ASL sono frutto della trasformazione delle USL nate a loro volta dalla riforma della Sanitaria. Si ricorderà che le USL erano governate da organismi di estrazione politica. I comitati di Gestione e i Presidenti scaturivano, a livello locale, da un sistema elettivo di secondo grado ovvero non direttamente dai cittadini, ma comunque non per questo non erano una rappresentanza democratica. L’insuccesso gestionale, però, ne ha decretato la trasformazione in azienda con un organo direttivo non eletto e una suddivisione interna dipartimentale e territoriale. Certo in questo caso non si poteva dire che non avessero niente da fare, come si dice oggi delle Province, perché di competenze ne avevano una quantità. Non sono state abolite per questo, infatti, ma per la loro inefficienza e inefficacia.
Analogamente si potrebbe concludere che non c’è alcun problema ad eliminare le Province, stabilendo che le relative funzioni possono essere accorpate o alle regioni o ai comuni o agli organismi burocratici territoriali. Questo però non piace a molti politici tant’è che mentre le prese di posizione a favore dell’eliminazione aumentano, si apprende che giacciono in Parlamento diverse domande con proposta di istituzione di nuove province! È chiaro che per la politica l’eliminazione delle Province si contrappone alla logica naturale della “moltiplicazione della specie” che in un modo o nell’altro riguarda tutte le specie, sia quelle individuate secondo principi di natura sia quelle derivanti da una sintesi sociologica. Togliere un ente territoriale è come cementificare una prateria: meno erba, meno erbivori, meno carnivori..!
Si potrebbe liquidare la faccenda semplicemente schierandosi dalla parte di quelli che ritengono che la politica vuole mantenere lo stato attuale perché propensa a mantenere e semmai a moltiplicare il poltronificio, ma non è del tutto così. Non si può dimenticare che esiste anche un principio ideale in base al quale è un grave rischio eliminare organismi eletti e sostituirli con sistemi gestionali interamente burocratici. Come s’è visto sopra, un sacco di funzioni pubbliche sono organizzate a livello provinciale e gestite da organismi burocratici, ma eliminare le strutture politiche locali significa ridurre gli elementi portanti della democrazia a livello di quel territorio con almeno due pericoli. Da un lato possibile inefficacia delle scelte per limitata conoscenza del territorio e delle sue esigenze e dall’altra uno sviluppo non auspicabile del centralismo statale o di un neocentralismo regionale, peraltro, già anche troppo evidente.
“Sanità e politica: separarsi è difficile”, così esordiva Andrea Tardiola, in un articolo apparso nel sito www.lavoce.info circa un anno fa in occasione dell’esame di un disegno di legge col quale il Governo si proponeva di porre un freno all’ingerenza della politica nella nomina dei direttori e dei primari nelle Aziende Sanitarie provocando reazioni dure delle Regioni che rivendicavano l’autonomia sancita dalla riforma costituzionale del 2001.
Effettivamente le Regioni non possono rinunciare a presidiare politicamente la sanità in quanto è il servizio nel quale esse spendono circa il 70 % del loro budget. Per questa ragione sostengono che i direttori devono essere scelti con uno stretto rapporto fiduciario. In quella proposta del Governo pur riconoscendo questo, si chiedeva che le nomine devono essere fatte solo tra chi è tecnicamente preparato.
Non si può non ricordare però che esistono mille possibilità di addomesticare i meccanismi e di inventarne di nuovi che pur nel rispetto formale della strategia di selezione su base tecnica consentono e promuovono i realtà la più ampia discrezionalità politica! Dunque né le Regioni né il Governo avevano allora e non hanno adesso alcuna volontà di abbandonare l’idea del controllo diretto dell’attività gestionale della sanità. Si assiste così a dibattiti surreali che non incidono affatto sulla realtà e si limitano a definire obiettivi e percorsi formali che di solito lasciano tutto tal quale o peggiorano, se possibile, la situazione.
Per quanto ci possa sembrare incredibile ancor oggi nelle posizioni elevate della politica e quindi in quelle posizioni che influiscono pesantemente nella cultura dei servizi si arriva ad umiliare il concetto di “Politica della Salute” limitandola ad una identificazione con la “gestione dell’apparato” preposto alla gestione dei servizi per la salute. C’è, come qualcuno ha detto nei commenti all’articolo citato, una situazione di lottizzazione strutturale che si riproduce e attraversa tutti i campi della politica da destra a sinistra e in ogni parte d’Italia.
Si potrebbero fare molte ulteriori analisi, ma fin da subito si può trarre una conclusione. È ovvio che la politica non può disinteressarsi della salute, e questo non solo perché è un costo elevato per lo Stato e in alcune zone è anche un fondamentale produttore di reddito, ma anche perché la salute e il benessere dei cittadini è un dovere fondamentale di chi ci governa ai vari livelli. Quello che invece è mancato fin’ora è una vera capacità di programmazione e controllo, anch’essa sempre citata o millantata ma per la quale non è mai stata fatta una seria pratica formazione. Non se ne è vista la necessità perché non serve o meglio non è idonea a perpetuare “la Casta”. Un’attività di controllo da parte della politica sugli apparati produttivi imporrebbe una nuova comunicazione ai cittadini dove ognuno si dovrebbe prendere le responsabilità del caso e i politici dovrebbero mettere in gioco la loro rielezione sulla base dei successi o degli insuccessi delle gestioni e non attraverso suggestioni o immergendo gli elettori nel “sonno televisivo”. Fatti, non parole o immagini, dovrebbero essere alla base di un sistema di scelta elettorale su risultati documentati; sulla qualità di vita che i governanti hanno garantito.
Le Province possono essere eliminate o mantenute ma niente cambierà se non cambia l’approccio culturale ai servizi sociosanitari. Non bisogna essere disfattisti e quindi reagire utilizzando tutti gli strumenti disponibili e inventarne di nuovi. Nella riflessione sulla crisi (Articolo pubblicato su Assistenza Anziani - dicembre pag.70) si è ipotizzata una via per uscire dalla crisi ponendo al centro la soddisfazione dell’operatore attraverso coinvolgimento e comunicazione corretta dimenticando antichi e inefficaci strumenti come gli incentivi di produttività e promuovendo un rinnovato senso sindacale. In sostanza si deve cercare di uscire dalla crisi (intesa come momento di separazione e scelta) assumendo un atteggiamento più efficace verso i problemi e portando a questo livello di comprensione il più gran numero di addetti ai vari livelli. Bisogna prima di tutto prendere atto dell’esistenza della crisi, non solo economica, che stiamo attraversando e poi reagire sapendo che questa ci conduce a un cambiamento tanto più profondo quanto più grande è la distanza che ci separa dalla soluzione. Attraversare questo momento di crisi, soprattutto per il coinvolgimento emotivo che ne riceviamo in termini negativi, ci deve allontanare da una visione qualunquistica e nichilista dei rapporti politici e dei rapporti umani. Basta ritenere che i politici siano una “casta” che implica solo in parte un giudizio negativo e per l’altra parte una sorta di invidia sociale ritenendo che sarebbe egoisticamente opportuno farne parte. Basta ritenere che è inutile prendere delle posizioni perche tanto, alla fine, a decidere sono sempre gli stessi. Se stiamo attraversando una grave crisi di valori cerchiamo di costruirne o ricostruirne qualcuno! Solo da un approccio positivo e fattuale come questo può derivare il rovesciamento dei parametri della crisi allontanando il “pericolo” e mettendo a fuoco ciò che costituisce ”opportunità”.
Per tornar ad avere fiducia è necessario compiere il primo passo, azzardando un atteggiamento innovativo che potrebbe a prima vista allontanare anziché avvicinare alla soddisfazione sul lavoro. È noto da anni che gli operatori a contatto con un’utenza in disagio psico-fisico coma gli OSS trovano soddisfazione raramente e in percentuale minima dai datori di lavoro o dagli organi istituzionalmente preposti all’erogazione del servizio, mentre gran parte delle occasioni gratificanti vengono dal rapporto stesso con l’utenza. Questo è il nocciolo culturale ed etico del problema e si deve cercare di portarlo in luce.
Queste le premesse:
· c’è una crisi in atto che è prevalentemente una crisi di valori,
· c’è la necessità di ritrovare fiducia nel lavoro,
· il lavoro è necessario per guadagnarsi da vivere e per la vita degli utenti,
· il rapporto con l’utenza è un elemento di possibili gratificazioni professionali per gli operatori.
Procedendo a una valutazione comparativa delle suesposte proposizioni e considerandole per il valore che assumono in relazione tra loro si può giungere alla conclusione che è necessario incidere sulla qualità del lavoro e, ancor più interessante, è che si può fare anche dal basso, cioè prescindendo dall’intervento dei decisori politici. Tanto più sarà possibile che l’accreditamento istituzionale imbocchi la strada giusta di valorizzazione dei processi gestionali e operativi efficaci più che degli standard strutturali, quanto più gli operatori saranno pronti e capaci di comunicare all’esterno la loro competenza, la loro capacità di adattamento e la fermezza necessaria a sostenere una posizione difficile. Questo sembra un buon modo di costruire e valorizzare un fattore immateriale che comporta benessere concorrendo alla costruzione o alla ricostruzione di un capitale sociale oggi assai ridotto se non addirittura assente in qualche caso.
La proposta su cui vale la pena di spendere qualche tempo di studio e ricerca è quella di investire sulla categoria professionale degli OSS e questo per due ragioni. Prima di tutto per un fattore numerico che vede tale categoria in netta prevalenza nei servizi sociosanitari a favore degli anziani, poi per il fatto che è una figura in costante crescita quanto a professionalità e competenze.
Non è facile senza l’intervento istituzionale ma con un’autorganizzazione e con la capacità di proiettare all’esterno la propria visione rivista e conformata alle nuove esigenze è possibile porre le basi di un rinnovamento affermando che una categoria ampia e importante di lavoratori del sistema sociosanitario può farsi promotrice di cambiamento e di valorizzazione di risorse che non si sapeva esattamente di possedere.
Perché ciò possa accadere bisogna sviluppare la consapevolezza che non si troverà mai soddisfazione nel lavoro se il lavoro non sarà soddisfacente in sé stesso. Ciò che si lamenta è la mancanza di gratificazione da parte dei superiori che di solito vengono etichettati come quelli che non capiscono gli sforzi che invece vengono compresi, perché vissuti da vicino, dagli ospiti. Il lavoro ignorato non gratifica quindi si deve fare in modo che il lavoro degli OSS non sia ignorato rendendo noto al mondo quali sono le sue caratteristiche. Una conoscenza diffusa del lavoro, dei doveri, delle responsabilità e dei limiti della figura professionale di base nelle strutture sociosanitarie può rappresentare la chiave di apertura della porta verso una soluzione, verso una ritrovata fiducia in alcuni valori del lavoro e della vita mettendo in chiaro e valorizzando i doveri e i meriti di chi offre responsabilmente la propria attività al fine di migliorare il benessere di una parte debole della comunità.
In conclusione sembra logico scuotere l’albero enormemente grande degli operatori di base per raccogliere una nuova disponibilità a rendere trasparente e conoscibile il proprio lavoro attraverso la creazione di un documento di riferimento su cui riportare tutti gli elementi di un codice deontologico attraverso il quale valorizzare la professione e rendere note a tutti le responsabilità. Niente di meglio per ritrovare fiducia in sé stessi e nel mondo professionale circostante che inevitabilmente prendendone atto riconoscerà non solo l’esistenza, ma soprattutto l’importanza dell’operatore in assenza del quale nessuna politica e nessuna tecnica assistenziale potrebbe avere una valenza concreta.
È un compito delle associazioni e dei centri culturali e formativi.
Esplode il caso dell’eliminazione delle Province che anima un dibattito che per la verità sembra un po’ vecchio. Si riporta ad esempio (Quotidiano Libero del 29 novembre 2008 Pag. 2) che nel 1920, l’allora segretario dell’Associazione nazionale dei Comuni, Emilio Caldara, avrebbe auspicato l’eliminazione delle Province con l’affermazione che si tratta di “enti buoni solo per i manicomi e per le strade”. Ora, senza prendere posizione, per il momento, sulla questione, se in tutto questo tempo non è successo niente, malgrado siano nati molti altri enti tra cui, in particolare le Regioni che occupano davvero il ruolo fondamentale di ente intermedio tra lo Stato e la politica dei comuni, è molto improbabile che spariscano proprio adesso. Anche negli anni intorno al 1970 per la nascita delle Regioni c’era stato un dibattito sull’eliminazione delle Province sfociato nel nulla.
Ecco perché sembra un discorso consunto che al di là delle promesse elettorali e anche dell’applicazione di buoni principi di economia e di cultura della democrazia non porterà ad un risultato almeno nel breve periodo come vorrebbero i fautori della campagna di eliminazione. Più che di eliminazione delle Province bisognerebbe palare di ristrutturazione degli organismi del potere politico centrale e periferico creando un’organizzazione razionale che assicuri democrazia a tutti i livelli ed efficienza nelle strutture burocratiche.
Un punto cruciale resta quello di quelle strutture burocratiche, importante per il cittadino, ma, almeno sotto il profilo giuridico, non rappresentate e gestite da organi eletti. Ci sono molti esempi di organismi strutturati a livello provinciale privi di rappresentanti eletti come le Prefetture, gli uffici provinciali delle entrate, i Provveditorati agli studi, il Pubblico Registro Automobilistico, la Motorizzazione Civile e altri. Tra questi dobbiamo annoverare anche i servizi Sociosanitari infatti quasi ovunque la Aziende Sanitarie sono strutturate a livello provinciale con suddivisioni distrettuali quasi sempre riferite ad aree afferenti a comuni associati.
Le ASL sono frutto della trasformazione delle USL nate a loro volta dalla riforma della Sanitaria. Si ricorderà che le USL erano governate da organismi di estrazione politica. I comitati di Gestione e i Presidenti scaturivano, a livello locale, da un sistema elettivo di secondo grado ovvero non direttamente dai cittadini, ma comunque non per questo non erano una rappresentanza democratica. L’insuccesso gestionale, però, ne ha decretato la trasformazione in azienda con un organo direttivo non eletto e una suddivisione interna dipartimentale e territoriale. Certo in questo caso non si poteva dire che non avessero niente da fare, come si dice oggi delle Province, perché di competenze ne avevano una quantità. Non sono state abolite per questo, infatti, ma per la loro inefficienza e inefficacia.
Analogamente si potrebbe concludere che non c’è alcun problema ad eliminare le Province, stabilendo che le relative funzioni possono essere accorpate o alle regioni o ai comuni o agli organismi burocratici territoriali. Questo però non piace a molti politici tant’è che mentre le prese di posizione a favore dell’eliminazione aumentano, si apprende che giacciono in Parlamento diverse domande con proposta di istituzione di nuove province! È chiaro che per la politica l’eliminazione delle Province si contrappone alla logica naturale della “moltiplicazione della specie” che in un modo o nell’altro riguarda tutte le specie, sia quelle individuate secondo principi di natura sia quelle derivanti da una sintesi sociologica. Togliere un ente territoriale è come cementificare una prateria: meno erba, meno erbivori, meno carnivori..!
Si potrebbe liquidare la faccenda semplicemente schierandosi dalla parte di quelli che ritengono che la politica vuole mantenere lo stato attuale perché propensa a mantenere e semmai a moltiplicare il poltronificio, ma non è del tutto così. Non si può dimenticare che esiste anche un principio ideale in base al quale è un grave rischio eliminare organismi eletti e sostituirli con sistemi gestionali interamente burocratici. Come s’è visto sopra, un sacco di funzioni pubbliche sono organizzate a livello provinciale e gestite da organismi burocratici, ma eliminare le strutture politiche locali significa ridurre gli elementi portanti della democrazia a livello di quel territorio con almeno due pericoli. Da un lato possibile inefficacia delle scelte per limitata conoscenza del territorio e delle sue esigenze e dall’altra uno sviluppo non auspicabile del centralismo statale o di un neocentralismo regionale, peraltro, già anche troppo evidente.
“Sanità e politica: separarsi è difficile”, così esordiva Andrea Tardiola, in un articolo apparso nel sito www.lavoce.info circa un anno fa in occasione dell’esame di un disegno di legge col quale il Governo si proponeva di porre un freno all’ingerenza della politica nella nomina dei direttori e dei primari nelle Aziende Sanitarie provocando reazioni dure delle Regioni che rivendicavano l’autonomia sancita dalla riforma costituzionale del 2001.
Effettivamente le Regioni non possono rinunciare a presidiare politicamente la sanità in quanto è il servizio nel quale esse spendono circa il 70 % del loro budget. Per questa ragione sostengono che i direttori devono essere scelti con uno stretto rapporto fiduciario. In quella proposta del Governo pur riconoscendo questo, si chiedeva che le nomine devono essere fatte solo tra chi è tecnicamente preparato.
Non si può non ricordare però che esistono mille possibilità di addomesticare i meccanismi e di inventarne di nuovi che pur nel rispetto formale della strategia di selezione su base tecnica consentono e promuovono i realtà la più ampia discrezionalità politica! Dunque né le Regioni né il Governo avevano allora e non hanno adesso alcuna volontà di abbandonare l’idea del controllo diretto dell’attività gestionale della sanità. Si assiste così a dibattiti surreali che non incidono affatto sulla realtà e si limitano a definire obiettivi e percorsi formali che di solito lasciano tutto tal quale o peggiorano, se possibile, la situazione.
Per quanto ci possa sembrare incredibile ancor oggi nelle posizioni elevate della politica e quindi in quelle posizioni che influiscono pesantemente nella cultura dei servizi si arriva ad umiliare il concetto di “Politica della Salute” limitandola ad una identificazione con la “gestione dell’apparato” preposto alla gestione dei servizi per la salute. C’è, come qualcuno ha detto nei commenti all’articolo citato, una situazione di lottizzazione strutturale che si riproduce e attraversa tutti i campi della politica da destra a sinistra e in ogni parte d’Italia.
Si potrebbero fare molte ulteriori analisi, ma fin da subito si può trarre una conclusione. È ovvio che la politica non può disinteressarsi della salute, e questo non solo perché è un costo elevato per lo Stato e in alcune zone è anche un fondamentale produttore di reddito, ma anche perché la salute e il benessere dei cittadini è un dovere fondamentale di chi ci governa ai vari livelli. Quello che invece è mancato fin’ora è una vera capacità di programmazione e controllo, anch’essa sempre citata o millantata ma per la quale non è mai stata fatta una seria pratica formazione. Non se ne è vista la necessità perché non serve o meglio non è idonea a perpetuare “la Casta”. Un’attività di controllo da parte della politica sugli apparati produttivi imporrebbe una nuova comunicazione ai cittadini dove ognuno si dovrebbe prendere le responsabilità del caso e i politici dovrebbero mettere in gioco la loro rielezione sulla base dei successi o degli insuccessi delle gestioni e non attraverso suggestioni o immergendo gli elettori nel “sonno televisivo”. Fatti, non parole o immagini, dovrebbero essere alla base di un sistema di scelta elettorale su risultati documentati; sulla qualità di vita che i governanti hanno garantito.
Le Province possono essere eliminate o mantenute ma niente cambierà se non cambia l’approccio culturale ai servizi sociosanitari. Non bisogna essere disfattisti e quindi reagire utilizzando tutti gli strumenti disponibili e inventarne di nuovi. Nella riflessione sulla crisi (Articolo pubblicato su Assistenza Anziani - dicembre pag.70) si è ipotizzata una via per uscire dalla crisi ponendo al centro la soddisfazione dell’operatore attraverso coinvolgimento e comunicazione corretta dimenticando antichi e inefficaci strumenti come gli incentivi di produttività e promuovendo un rinnovato senso sindacale. In sostanza si deve cercare di uscire dalla crisi (intesa come momento di separazione e scelta) assumendo un atteggiamento più efficace verso i problemi e portando a questo livello di comprensione il più gran numero di addetti ai vari livelli. Bisogna prima di tutto prendere atto dell’esistenza della crisi, non solo economica, che stiamo attraversando e poi reagire sapendo che questa ci conduce a un cambiamento tanto più profondo quanto più grande è la distanza che ci separa dalla soluzione. Attraversare questo momento di crisi, soprattutto per il coinvolgimento emotivo che ne riceviamo in termini negativi, ci deve allontanare da una visione qualunquistica e nichilista dei rapporti politici e dei rapporti umani. Basta ritenere che i politici siano una “casta” che implica solo in parte un giudizio negativo e per l’altra parte una sorta di invidia sociale ritenendo che sarebbe egoisticamente opportuno farne parte. Basta ritenere che è inutile prendere delle posizioni perche tanto, alla fine, a decidere sono sempre gli stessi. Se stiamo attraversando una grave crisi di valori cerchiamo di costruirne o ricostruirne qualcuno! Solo da un approccio positivo e fattuale come questo può derivare il rovesciamento dei parametri della crisi allontanando il “pericolo” e mettendo a fuoco ciò che costituisce ”opportunità”.
Per tornar ad avere fiducia è necessario compiere il primo passo, azzardando un atteggiamento innovativo che potrebbe a prima vista allontanare anziché avvicinare alla soddisfazione sul lavoro. È noto da anni che gli operatori a contatto con un’utenza in disagio psico-fisico coma gli OSS trovano soddisfazione raramente e in percentuale minima dai datori di lavoro o dagli organi istituzionalmente preposti all’erogazione del servizio, mentre gran parte delle occasioni gratificanti vengono dal rapporto stesso con l’utenza. Questo è il nocciolo culturale ed etico del problema e si deve cercare di portarlo in luce.
Queste le premesse:
· c’è una crisi in atto che è prevalentemente una crisi di valori,
· c’è la necessità di ritrovare fiducia nel lavoro,
· il lavoro è necessario per guadagnarsi da vivere e per la vita degli utenti,
· il rapporto con l’utenza è un elemento di possibili gratificazioni professionali per gli operatori.
Procedendo a una valutazione comparativa delle suesposte proposizioni e considerandole per il valore che assumono in relazione tra loro si può giungere alla conclusione che è necessario incidere sulla qualità del lavoro e, ancor più interessante, è che si può fare anche dal basso, cioè prescindendo dall’intervento dei decisori politici. Tanto più sarà possibile che l’accreditamento istituzionale imbocchi la strada giusta di valorizzazione dei processi gestionali e operativi efficaci più che degli standard strutturali, quanto più gli operatori saranno pronti e capaci di comunicare all’esterno la loro competenza, la loro capacità di adattamento e la fermezza necessaria a sostenere una posizione difficile. Questo sembra un buon modo di costruire e valorizzare un fattore immateriale che comporta benessere concorrendo alla costruzione o alla ricostruzione di un capitale sociale oggi assai ridotto se non addirittura assente in qualche caso.
La proposta su cui vale la pena di spendere qualche tempo di studio e ricerca è quella di investire sulla categoria professionale degli OSS e questo per due ragioni. Prima di tutto per un fattore numerico che vede tale categoria in netta prevalenza nei servizi sociosanitari a favore degli anziani, poi per il fatto che è una figura in costante crescita quanto a professionalità e competenze.
Non è facile senza l’intervento istituzionale ma con un’autorganizzazione e con la capacità di proiettare all’esterno la propria visione rivista e conformata alle nuove esigenze è possibile porre le basi di un rinnovamento affermando che una categoria ampia e importante di lavoratori del sistema sociosanitario può farsi promotrice di cambiamento e di valorizzazione di risorse che non si sapeva esattamente di possedere.
Perché ciò possa accadere bisogna sviluppare la consapevolezza che non si troverà mai soddisfazione nel lavoro se il lavoro non sarà soddisfacente in sé stesso. Ciò che si lamenta è la mancanza di gratificazione da parte dei superiori che di solito vengono etichettati come quelli che non capiscono gli sforzi che invece vengono compresi, perché vissuti da vicino, dagli ospiti. Il lavoro ignorato non gratifica quindi si deve fare in modo che il lavoro degli OSS non sia ignorato rendendo noto al mondo quali sono le sue caratteristiche. Una conoscenza diffusa del lavoro, dei doveri, delle responsabilità e dei limiti della figura professionale di base nelle strutture sociosanitarie può rappresentare la chiave di apertura della porta verso una soluzione, verso una ritrovata fiducia in alcuni valori del lavoro e della vita mettendo in chiaro e valorizzando i doveri e i meriti di chi offre responsabilmente la propria attività al fine di migliorare il benessere di una parte debole della comunità.
In conclusione sembra logico scuotere l’albero enormemente grande degli operatori di base per raccogliere una nuova disponibilità a rendere trasparente e conoscibile il proprio lavoro attraverso la creazione di un documento di riferimento su cui riportare tutti gli elementi di un codice deontologico attraverso il quale valorizzare la professione e rendere note a tutti le responsabilità. Niente di meglio per ritrovare fiducia in sé stessi e nel mondo professionale circostante che inevitabilmente prendendone atto riconoscerà non solo l’esistenza, ma soprattutto l’importanza dell’operatore in assenza del quale nessuna politica e nessuna tecnica assistenziale potrebbe avere una valenza concreta.
È un compito delle associazioni e dei centri culturali e formativi.
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