La questione morale ha stufato!
Ecco ciò che ho pensato spegnendo la televisione dopo l’ennesimo telegiornale che riferiva fresche notizie ormai vecchie da morire per chi, come me, ha i capelli bianchi. È chiaro, mi son detto, che tangentopoli è stata una fantasia giornalistica, a partire dal nome. Ma che significa tangentopoli? La città delle tangenti? Forse all’inizio è stata appioppata a Milano dove tutto era cominciato. Milano, la metropoli lombarda, che vantava la supremazia economica che improvvisamente si scopre anche capitale delle tangenti. Peccato che questa interpretazione è durata un attimo, ben presto si scoprì che tutte le città, più o meno, erano ugualmente “Impegnate” sul fronte, così tangentopoli diventa un fortunato termine giornalistico che sintetizza un metodo e un’epoca della politica. Direi soprattutto un metodo perché per l’epoca vale lo stesso discorso della città. Tutte le città e tutte le epoche, più o meno. Ecco perché “La questione morale” ha stufato: ci siamo sempre dentro. Viene il dubbio che tangentopoli, nel senso di epoca e metodo, sia stata un’invenzione giornalistica soprattutto perché di fatto ben pochi processi si sono conclusi con condanne concretamente scontate dai colpevoli. Tra assoluzioni e prescrizioni praticamente, stando agli atti, la corruzione non c’è stata se non come fenomeno sporadico e quindi di scarso rilievo. E pensare che su Tangentopoli si è fatta nascere la seconda Repubblica. Ma quale seconda Repubblica? Sembrerebbe piuttosto una coda della prima. La seconda Repubblica ci sarà quando saranno approvate riforme costituzionali di sostanza e non le porcherie giuridiche dell’ultimo decennio, di cui bisognerà tener conto ma da cui bisognerà anche prendere le distanze. La seconda Repubblica nascerà su regole nuove e al termine di una stagione di rinnovamento etico che deve investire tutti a partire dai responsabili della vita pubblica.
La seconda Repubblica non nasce cambiando nome ai partiti!!
Diamo spazio all’associazionismo!
Un modo per uscire dalla visione sterile che ci viene propinato dalla politica nazionale e dal mondo della comunicazione ufficiale è quello di dare spazio alle associazioni. Le associazioni hanno una funzione rilevante nella gestione dei problemi della società in un momento in cui il welfare state subisce continue azioni di rallentamento se non di vero e proprio smantellamento. È ricorrente nella storia del resto che le azioni governative tendano ad intaccare il benessere dei cittadini per fronteggiare le situazioni di difficoltà. Nei momenti di maggior ricchezza delle nazioni si pensa ad estendere i diritti e i benefici, mentre nei momenti di crisi c’è la tendenza opposta. Di questo bisogna prendere atto e non si può neanche buttarne il peso solo sulle spalle della politica in senso stretto. Quadrare le spese, non andare in bancarotta è un dovere anche per lo Stato; aiutare le aziende può anche esser giusto, dipende. Se le aziende sono virtuose e investono per mantenere e sviluppare nuovo lavoro devono essere aiutate, ma se si annichiliscono e cercano semplicemente l’aiuto di Stato o l’intervento pubblico allora stanno facendo pagare le difficoltà a dei soci virtuali che non ne sarebbero tenuti. Essere cittadini non significa essere soci delle S.p.A in difficoltà. Teniamo conto poi che ormai l’economia nel mondo occidentale si è fortemente terziarizzata e pertanto, anche in considerazione della forte trans-nazionalità della produzione industriale, aiutare l’industria non sempre assicura lavoro agli italiani. Vedremo come si muoveranno i Governi e il nostro in particolare, ma è certo che in questo momento gli organismi istituzionali sono ”occupati” da partiti che non sembrano godere di grande fiducia della gente.
Qui sta il Punto: non si può pensare di aver delegato tutta la nostra vita a una politica autoreferenziale e opportunista della quale, a causa delle regole esistenti, non abbiamo neanche concorso alla formazione dei quadri col processo elettivo. Dobbiamo risvegliare un senso civico nuovo per attenuare gli effetti negativi di una politica sempre più oligarchica e tendente all’auto-riproduzione. Se abbiamo a cuore il benessere dei cittadini non dobbiamo rimanere inerti. Il welfare deve essere difeso dal basso: non più welfare state, ma welfare community che non è una fuga della politica dalle sue responsabilità con una forma di intermediazione simile al clientelismo che si realizza dando un po’ di soldi al volontariato e all’associazionismo senza curarsi dei risultati. Ci vuole chiarezza su ciò che si vuole, tutelare e governare in modo efficiente una rete per mantenere alto il livello di benessere. Non dobbiamo tollerare che venga contrabbandato per nuovo welfare una welfare peggiorativo e dobbiamo credere nella capacità organizzativa autonoma senza cadere nella pretesa di una tutela corporativa.
Vedi sul tema articolo di Paolo Giaretta (clik)
domenica 21 dicembre 2008
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