mercoledì 29 luglio 2009

Welfare e Crisi (W-&-C) - Studio e dibattito -

Welfare e Crisi (W-&-C)
Le previsioni demografiche ISTAT

Prima di qualunque altro approfondimento o analisi relativa ai vari dati relativi all’offerta di servizi è interessante studiare almeno in una certa misura le previsioni demografiche che l’ISTAT mette a disposizione dei ricercatori o anche dei semplici curiosi. Ponendoci a metà tra le due categorie è giusto riconoscere che il presente lavoro pur non aspirando ad un rigore scientifico pari a quello dell’Istituto di Statistica, tuttavia, non è stilato per pura curiosità.
C’è l’intento di studiare il rapporto tra il trend della popolazione, l’incidenza degli anziani sul totale e il fabbisogno di servizi. Il tutto confrontato con la verifica, dall’altra parte dei servizi attualmente offerti suddivisi per tipo e quantità. Visto il trend della popolazione è possibile stimare l’incremento del fabbisogno di servizi se lasciamo inalterata l’offerta per tipo e qualità. Così si perviene all’ultimo sforzo di ipotizzare un’evoluzione dei servizi per tipo e qualità per concludere quindi con la definizione di un quadro dell’evoluzione possibile e/o auspicabile
L’obiettivo è complesso, dunque bisogna procedere per gradi. Prima di tutto dovremo occuparci del trend previsto per la popolazione e a questo si può provvedere attraverso una lettura dei dati che l’ISTAT aggiorna periodicamente e mette a disposizione di chiunque si interessi e apra il sito internet dell’Istituto.[1]
Ai fini del presente lavoro è opportuno utilizzare le previsioni demografiche che vanno dal 1° gennaio 2007 al 2051 che sono disponibili per genere, anno di previsione e tipo di scenario con una sezione dedicata ai cittadini residenti stranieri. In particolare verrà utilizzata la previsione corrispondente allo scenario “centrale”.
Valutando le ipotesi alternative occorre ricordare che per ciascuna componente demografica sono stati sviluppati, accanto a quella che costituisce la previsione centrale, due scenari alternativi, che disegnano in certo modo il campo dell'incertezza futura.
Se dunque l'ipotesi centrale costituisce la previsione alla quale si attribuisce il maggior grado di affidabilità, in quanto per ogni componente si è considerato l'andamento futuro più probabile, le due ipotesi alternative sono sviluppate con l'intenzione di definire il campo di variazione all'interno del quale si collocherà verosimilmente la popolazione futura, descrivendo i risultati di diverse evoluzioni delle principali componenti della dinamica demografica. [2]
Nell'ipotesi bassa si prefigura uno scenario caratterizzato da scarsa crescita economica e da scarsa attenzione ai problemi sociali: in questo contesto si immagina che il ritmo di miglioramento della sopravvivenza subirà un rallentamento e che la fecondità non mostrerà alcun segno di ripresa, anzi subirà un'ulteriore flessione. Si ipotizza una sorta di stagnazione anche nel campo delle migrazioni: i flussi migratori tra le regioni, così come quelli con l'estero, saranno di dimensioni più modeste per la scarsa "attrattività" delle destinazioni. A questo scenario corrisponde il minimo di popolazione, con la struttura per età più squilibrata.
Nell'ipotesi alta si parte da uno scenario opposto, in cui una vivace crescita economica offra l'opportunità di rafforzare gli investimenti anche nel campo sociale e sanitario. Si ipotizza perciò un incremento della sopravvivenza più importante che non nella ipotesi centrale e una notevole ripresa della fecondità. Inoltre questo scenario prevede un più intenso movimento di popolazione tra le regioni e una maggiore forza attrattiva dell'Italia nei confronti degli immigrati dall'estero. In questo scenario si ottiene il massimo della popolazione, e la struttura per età più equilibrata.
Nel prospetto che segue sono riportati i dati di partenza cioè la popolazione al 1° gennaio 2007 con alcune significative suddivisioni tra maschi e femmine e classi di età. Si va dall’età dei minori in età scolare (0-14) a quella dei potenziali giovani lavoratori (15-29), quella dei giovani lavoratori (30-44), dei lavoratori (45-64), degli anziani (65-84) e infine dei grandi anziani (85+)


Tab. 1 – Popolazione residente in Italia. Anno 2007

La prima cosa che si nota è che la percentuale degli anziani ultra sessantacinquenni (20%) supera di gran lunga quella dei giovani minori di quindici (14%). Questo dato del resto non è una novità, il sorpasso degli anziani sui giovani è avvenuto diverso tempo fa, infatti, per l’esattezza il punto di pareggio tra le due classi di età c’è stato nel 1991.[3] Un altro dato che deve far riflettere è che il 50 % è costituito da lavoratori e quindi a parte i giovanissimi potenziali lavoratori da 15 a 29 anni solo metà della popolazione produce reddito e può affrontare le spese di mantenimento dell’altra parte della società. Anche questo dato non è nuovo, ma considerata la tendenza e le previsioni per il futuro ci sono seri motivi di preoccupazione.

Nella tabella successiva vengono riportati i dati di evoluzione della popolazione dal 2007 al 2051 secondo la previsione pubblicata dall’ISTAT nell’estate del 2008. I dati si riferiscono allo scenario centrale che come già si è detto è quello che deve ritenersi il più probabile.









Di maggior interesse la rappresentazione grafica che rende evidente come a fronte di una sostanziale stabilità del numero dei giovani si va incontro ad una aumento costante delle fasce anziane
Interessante ma anche decisamente problematica l’osservazione del problema dal punto di vista del rapporto tra fasce di popolazione in età produttiva e giovani e anziani come si evidenzia dai grafici seguenti.





È evidente come l’avvicinamento delle due linee dimostri che le due categorie quella produttiva e quella che richiede risorse si stanno per congiungere e questo malgrado l’arrivo di immigrati che continuano ad essere previsti anche se in quantità minore.
Si nota che mentre nel 2007 i (circa) 60 milioni si dividono in 20 e 40, nel corso del primo cinquantennio del nostro secolo si avviano a diventare 30 e 30 cioè il sostentamento di tutta la popolazione si basa sul prodotto realizzato dalla metà. Se poi si considera che si assiste a un grande aumento del tempo prima del primo impiego è lecito porsi la domanda di quale sia il rapporto tra i lavoratori da 30 a 64 anni e tutti gli altri che, per comodità, chiameremo giovani + anziani. E dal secondo grafico si vede com’è oggi e come andrà nei prossimi decenni.
Per completare quest’analisi sarà necessario esaminare anche qualche dato rispetto all’immigrazione per capire come potrà essere il futuro da questo punto di vista, che, volente o nolente, occupa un ruolo fondamentale di prospettiva.

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[1] Le previsioni demografiche dell’Istat sono usualmente realizzate in ragione di standard metodologici internazionalmente riconosciuti. In particolare, si ricorre al cosiddetto modello per componenti (cohort component model). In base a tale metodo, la popolazione, tenuto conto del naturale processo di avanzamento dell’età, si modifica da un anno al successivo aggiungendo le nascite, sottraendo i decessi, aggiungendo i movimenti migratori in entrata e, infine, sottraendo quelli in uscita.
[2] L’ISTAT avverte che Le previsioni vengono aggiornate periodicamente rivedendo e/o riformulando le ipotesi evolutive sottostanti la fecondità, la sopravvivenza e la migratorietà. Il precedente set di previsioni demografiche regionali venne pubblicato dall’Istat nel 2003 e si riferiva al periodo 2001-2051. Le nuove previsioni demografiche vanno dal 1° gennaio 2007 al 1° gennaio 2051. Esse sono pertanto finalizzate al disegno dell’evoluzione demografica futura del Paese nel breve, medio e lungo termine. Pur tuttavia, i dati di lungo termine vanno trattati con estrema cautela. Le previsioni demografiche divengono infatti tanto più incerte quanto più ci si allontana dalla base di partenza, in particolar modo nelle piccole realtà geografiche. Quanto agli scenari, quello centrale deve essere ritenuto il più probabile mentre il primo e i l secondo sono da intendersi soltanto come alternative “plausibili”. A nessuno dei due, infatti, può essere attribuito il significato di limite potenziale (superiore o inferiore) allo sviluppo della popolazione in futuro.
[3] Fonte: elaborazione di dati ISTAT









martedì 28 luglio 2009

Welfare e Crisi (W-&-C) - Studio e dibattito - Presentazione

Welfare e Crisi (W-&-C)
Studio e dibattito su questo binomio che condiziona le scelte, la vita delle strutture e dei servizi socio-assistenziali-sanitari
. Presentazione

Poche righe per introdurre gli elementi fondamentali a cui si ispira questo progetto di comunicazione.
I presupposti da cui muove appartengono all’analisi politica in senso stretto nei diversi territori italiani. C’è il dato demografico che incalza: da anni si osserva un trend di crescita della popolazione anziana più che proporzionale a quello generale. Il dato all’interno di questo è a sua volta incalzante ed è la consistenza numerica dei grandi vecchi con una situazione sanitaria instabile, affetti da pluripatologie e con consumo di beni sanitari in crescita. L’altro dato preoccupante è quello economico che vede, per lo Stato, l’impossibilità di fronteggiare un trend di spesa crescente per i servizi socio-sanitari a cui, da un certo tempo per la crisi in atto, l’impoverimento delle famiglie sulle quali grava la responsabilità e il disagio.
Siamo dunque di fronte a un sensibile cambiamento degli elementi di garanzia del welfare che, come è capitato anche in altre situazioni o epoche storiche, ha colto di sorpresa la gente che viveva con determinate certezze catapultandola in una realtà più complessa di quanto ogni singolo fosse preparato a sostenere. Il cambiamento come ogni processo sociale avviene però molto lentamente e il tempo per non farsi prendere di sorpresa ci sarebbe stato, ma difficilmente si ascoltano i campanelli di allarme e sempre si tende a “chiudere la stalla quando i buoi sono stati rubati”. I segnali del cambiamento sono stati avvertiti e anche comunicati dal mondo della cultura, dagli organismi del terzo settore e di qualche settore della politica, ma non hanno trovato ambiente ricettivo: la politica ufficiale ha preferito minimizzare o per lo meno circoscrivere il problema o addirittura sorvolare e occuparsi d’altro. Bisogna riconoscere che non basta avvertire i segnali e coglierne il senso perché si possa decidere qualche tipo di intervento perché l’ansia del potere spinge a sostenere apertamente ciò che alla gente piace sentire. Certo alla gente non piace sentirsi dire che alcune sicurezze stanno venendo meno e non vorrebbe proprio doversi adattare a situazioni che richiedono un diverso e più gravoso impegno sul piano economico e del sacrificio personale.
Non è facile comunicare le difficoltà e chiamare i cittadini a nuove responsabilità perché c’è un altro presupposto da cui non si può prescindere costituito della cultura diffusa sullo Stato, sui diritti e sul principio di responsabilità degli organismi pubblici e dei cittadini. La cultura politico-sociale diffusa è debole e praticamente nessuno sa, esattamente, cosa significhi per lo Stato affrontare il problema del welfare. Senza indagare sulle cause, che ci porterebbe lontano, è chiaro che siamo in presenza di una struttura sociale friabile che ha perduto gran parte delle componenti ideali che in passato ne hanno costituito fondamento ed elemento distintivo. L’immagine di uno Stato efficiente e basato sui più rilevanti valori di libertà, partecipazione e protezione sociale si è progressivamente affievolita e la compagine sociale ha subito una graduale deriva fino a diventare, in parte consistente, dispersiva e distratta, spesso ispirata semplicemente a principi edonistici non inclusivi e tendenzialmente circoscritti al proprio mondo e alla concezione futile del consumismo sostituendo la comunicazione televisiva ad ogni forma ideale di rappresentazione politica o religiosa. La televisione da potenziale strumento di allargamento della cultura si è ai giorni nostri quasi del tutto trasformata in strumento di controllo delle masse (François Truffaut http://www.francoistruffaut.com/films.html , col film Fahrenheit 451 tratto dall'omonimo romanzo di Ray Bradbury aveva ben anticipato). Ciò avviene diffondendo spettacoli di basso impatto artistico e valoriale e con abbondanza di contenuti emotivi spesso segnati da curiosità onanistiche, ma anche, ed è ancor peggio, diffondendo concetti manipolatori che adducono speranze infondate e alimentano paure ancestrali amplificate dalla conquistata autorevolezza dello strumento e da quell’alone di infallibilità che normalmente gli viene attribuita.

Il processo di cambiamento va osservato sotto tutti gli aspetti che ci è possibile analizzare e non potremo mai fare un’indagine seria sulla trasformazione in atto del welfare prescindendo da un inquadramento del problema nel contesto e nelle tendenze del momento.
I contenuti principali su cui dovremo riflettere sono i dati demografici ufficiali da fonte ISTAT con opportune classificazioni territoriali e previsioni di trend a medio e lungo termine. Sarà interessante poi confrontare i dati ISTAT con quelli di una ricerca appositamente realizzata qualche tempo fa da parte della Fin-Mark. La ricerca commissionata dalla Fin-Mark (Azienda che organizza e gestisce Pte-expo - Fiera e congresso della terza età) mette in evidenza la situazione attuale del sistema di pianificazione dei servizi e della vera e propria produzione degli stessi con evidenza delle discrasie esistenti tra ciò che l’attuale sistema di welfare offre e la qualità e quantità attese.
L’analisi dei dati in sé tuttavia non soddisfa l’esigenza di comprensione che il lettore ha del fenomeno in corso. È necessario accompagnare il dato con approfondimenti e prospettive tali da rendere la lettura utile ad affrontare il futuro con un minimo di consapevolezza e un po’ di ottimismo.
Il metodo di lavoro sarà quindi quello di raccogliere dati e classificarli, opportunamente esporli secondo una logica socio-culturale e accompagnarli da qualche proposta di natura evolutiva tale da far considerare il dato non come un elemento sterile ma come un fattore gravido di conseguenze, che comprende- si - minacce, ma nello stesso tempo significative opportunità.

Gli obiettivi della comunicazione che a partire da oggi prende avvio sul blog sono così definiti:
· offrire dati non come semplice informazione ma come elementi di conoscenza per una lettura della realtà in chiave fenomenica
· aiutare a vivere il cambiamento del welfare evitando rassegnazione e fatalismo o, per lo meno, uscendo dall’ignoranza
· offrire strumenti ideali di cambiamento della vision/mission del mondo socio-sanitario che consentano di affrontare la crisi con un diverso grado di consapevolezza e di ottimismo
· sottolineare i punti forza del nostro attuale sistema e metterne in evidenza i punti di debolezza per evitarne il peggioramento.

Gli obiettivi sono ambiziosi, ma, se abbiamo un cuore, perché non sognare?

Invito tutti i frequentatori abituali e lettori occasionali del blog a partecipare con osservazioni e suggerimenti.
Grazie e buona lettura.