Welfare e Crisi (W-&-C)
Le previsioni demografiche ISTAT
Prima di qualunque altro approfondimento o analisi relativa ai vari dati relativi all’offerta di servizi è interessante studiare almeno in una certa misura le previsioni demografiche che l’ISTAT mette a disposizione dei ricercatori o anche dei semplici curiosi. Ponendoci a metà tra le due categorie è giusto riconoscere che il presente lavoro pur non aspirando ad un rigore scientifico pari a quello dell’Istituto di Statistica, tuttavia, non è stilato per pura curiosità.
C’è l’intento di studiare il rapporto tra il trend della popolazione, l’incidenza degli anziani sul totale e il fabbisogno di servizi. Il tutto confrontato con la verifica, dall’altra parte dei servizi attualmente offerti suddivisi per tipo e quantità. Visto il trend della popolazione è possibile stimare l’incremento del fabbisogno di servizi se lasciamo inalterata l’offerta per tipo e qualità. Così si perviene all’ultimo sforzo di ipotizzare un’evoluzione dei servizi per tipo e qualità per concludere quindi con la definizione di un quadro dell’evoluzione possibile e/o auspicabile
L’obiettivo è complesso, dunque bisogna procedere per gradi. Prima di tutto dovremo occuparci del trend previsto per la popolazione e a questo si può provvedere attraverso una lettura dei dati che l’ISTAT aggiorna periodicamente e mette a disposizione di chiunque si interessi e apra il sito internet dell’Istituto.[1]
Ai fini del presente lavoro è opportuno utilizzare le previsioni demografiche che vanno dal 1° gennaio 2007 al 2051 che sono disponibili per genere, anno di previsione e tipo di scenario con una sezione dedicata ai cittadini residenti stranieri. In particolare verrà utilizzata la previsione corrispondente allo scenario “centrale”.
Valutando le ipotesi alternative occorre ricordare che per ciascuna componente demografica sono stati sviluppati, accanto a quella che costituisce la previsione centrale, due scenari alternativi, che disegnano in certo modo il campo dell'incertezza futura.
Se dunque l'ipotesi centrale costituisce la previsione alla quale si attribuisce il maggior grado di affidabilità, in quanto per ogni componente si è considerato l'andamento futuro più probabile, le due ipotesi alternative sono sviluppate con l'intenzione di definire il campo di variazione all'interno del quale si collocherà verosimilmente la popolazione futura, descrivendo i risultati di diverse evoluzioni delle principali componenti della dinamica demografica. [2]
Nell'ipotesi bassa si prefigura uno scenario caratterizzato da scarsa crescita economica e da scarsa attenzione ai problemi sociali: in questo contesto si immagina che il ritmo di miglioramento della sopravvivenza subirà un rallentamento e che la fecondità non mostrerà alcun segno di ripresa, anzi subirà un'ulteriore flessione. Si ipotizza una sorta di stagnazione anche nel campo delle migrazioni: i flussi migratori tra le regioni, così come quelli con l'estero, saranno di dimensioni più modeste per la scarsa "attrattività" delle destinazioni. A questo scenario corrisponde il minimo di popolazione, con la struttura per età più squilibrata.
Nell'ipotesi alta si parte da uno scenario opposto, in cui una vivace crescita economica offra l'opportunità di rafforzare gli investimenti anche nel campo sociale e sanitario. Si ipotizza perciò un incremento della sopravvivenza più importante che non nella ipotesi centrale e una notevole ripresa della fecondità. Inoltre questo scenario prevede un più intenso movimento di popolazione tra le regioni e una maggiore forza attrattiva dell'Italia nei confronti degli immigrati dall'estero. In questo scenario si ottiene il massimo della popolazione, e la struttura per età più equilibrata.
Nel prospetto che segue sono riportati i dati di partenza cioè la popolazione al 1° gennaio 2007 con alcune significative suddivisioni tra maschi e femmine e classi di età. Si va dall’età dei minori in età scolare (0-14) a quella dei potenziali giovani lavoratori (15-29), quella dei giovani lavoratori (30-44), dei lavoratori (45-64), degli anziani (65-84) e infine dei grandi anziani (85+)
Tab. 1 – Popolazione residente in Italia. Anno 2007
La prima cosa che si nota è che la percentuale degli anziani ultra sessantacinquenni (20%) supera di gran lunga quella dei giovani minori di quindici (14%). Questo dato del resto non è una novità, il sorpasso degli anziani sui giovani è avvenuto diverso tempo fa, infatti, per l’esattezza il punto di pareggio tra le due classi di età c’è stato nel 1991.[3] Un altro dato che deve far riflettere è che il 50 % è costituito da lavoratori e quindi a parte i giovanissimi potenziali lavoratori da 15 a 29 anni solo metà della popolazione produce reddito e può affrontare le spese di mantenimento dell’altra parte della società. Anche questo dato non è nuovo, ma considerata la tendenza e le previsioni per il futuro ci sono seri motivi di preoccupazione.
Nella tabella successiva vengono riportati i dati di evoluzione della popolazione dal 2007 al 2051 secondo la previsione pubblicata dall’ISTAT nell’estate del 2008. I dati si riferiscono allo scenario centrale che come già si è detto è quello che deve ritenersi il più probabile.

Di maggior interesse la rappresentazione grafica che rende evidente come a fronte di una sostanziale stabilità del numero dei giovani si va incontro ad una aumento costante delle fasce anziane
Interessante ma anche decisamente problematica l’osservazione del problema dal punto di vista del rapporto tra fasce di popolazione in età produttiva e giovani e anziani come si evidenzia dai grafici seguenti.

È evidente come l’avvicinamento delle due linee dimostri che le due categorie quella produttiva e quella che richiede risorse si stanno per congiungere e questo malgrado l’arrivo di immigrati che continuano ad essere previsti anche se in quantità minore.
Si nota che mentre nel 2007 i (circa) 60 milioni si dividono in 20 e 40, nel corso del primo cinquantennio del nostro secolo si avviano a diventare 30 e 30 cioè il sostentamento di tutta la popolazione si basa sul prodotto realizzato dalla metà. Se poi si considera che si assiste a un grande aumento del tempo prima del primo impiego è lecito porsi la domanda di quale sia il rapporto tra i lavoratori da 30 a 64 anni e tutti gli altri che, per comodità, chiameremo giovani + anziani. E dal secondo grafico si vede com’è oggi e come andrà nei prossimi decenni.
Per completare quest’analisi sarà necessario esaminare anche qualche dato rispetto all’immigrazione per capire come potrà essere il futuro da questo punto di vista, che, volente o nolente, occupa un ruolo fondamentale di prospettiva.
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[1] Le previsioni demografiche dell’Istat sono usualmente realizzate in ragione di standard metodologici internazionalmente riconosciuti. In particolare, si ricorre al cosiddetto modello per componenti (cohort component model). In base a tale metodo, la popolazione, tenuto conto del naturale processo di avanzamento dell’età, si modifica da un anno al successivo aggiungendo le nascite, sottraendo i decessi, aggiungendo i movimenti migratori in entrata e, infine, sottraendo quelli in uscita.
[2] L’ISTAT avverte che Le previsioni vengono aggiornate periodicamente rivedendo e/o riformulando le ipotesi evolutive sottostanti la fecondità, la sopravvivenza e la migratorietà. Il precedente set di previsioni demografiche regionali venne pubblicato dall’Istat nel 2003 e si riferiva al periodo 2001-2051. Le nuove previsioni demografiche vanno dal 1° gennaio 2007 al 1° gennaio 2051. Esse sono pertanto finalizzate al disegno dell’evoluzione demografica futura del Paese nel breve, medio e lungo termine. Pur tuttavia, i dati di lungo termine vanno trattati con estrema cautela. Le previsioni demografiche divengono infatti tanto più incerte quanto più ci si allontana dalla base di partenza, in particolar modo nelle piccole realtà geografiche. Quanto agli scenari, quello centrale deve essere ritenuto il più probabile mentre il primo e i l secondo sono da intendersi soltanto come alternative “plausibili”. A nessuno dei due, infatti, può essere attribuito il significato di limite potenziale (superiore o inferiore) allo sviluppo della popolazione in futuro.
[3] Fonte: elaborazione di dati ISTAT

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