Ci sono notizie, estensibili a tutto il territorio nazionale, che mostrano i segni di una crisi generalizzata. Mancano posti residenziali e l’offerta non soddisfa la domanda già oggi e ancor meno lo potrà fare in futuro, ma i cittadini su questo hanno diritto a una comunicazione chiara. La crisi è generale, è crisi di valori oltre che economica e impone un cambiamento. La via d’uscita deve essere ricercata all’interno di un nuovo approccio culturale al mondo dei servizi sociosanitari, ma un grande cambiamento nella cultura diffusa richiede uno sforzo delle massime istituzioni e del potere politico locale.
Le notizie
È capitato, un giorno, di leggere su un quotidiano locale tre notizie tre loro correlate che inducono a una riflessione di carattere generale.
La prima è un’intervista al Presidente di una Casa Protetta che denuncia un consistente aumento della lista d’attesa per accedere ai servizi della struttura. Questo Presidente, con forza e un ammirevole quoziente di passione, rende evidente la gravità della mancanza di risposta, sottolineando che gli anziani in attesa sono curati a domicilio da famigliari e badanti. “Non c’è niente di male in questo - egli dice – ma se hanno fatto domanda per avere un posto in casa protetta significa che la ritengono una soluzione migliore e sarebbero più soddisfatti se quel posto ce l’avessero”. Le case protette in quel territorio, a quanto risulta, non offrono posti in numero adeguato “costringendo” ad adottare la soluzione domiciliare che però non sempre è percorribile e spesso non è agevole né opportuna per l’anziano e per la famiglia.
La seconda notizia riguarda un intervento dell’assessore ai servizi sociali dello stesso comune il cui titolo già ne illustra la posizione: “La via da promuovere è la cura dentro la famiglia”. I dati riportati dall’assessore riguardano il trend demografico e la pressione sociale derivante dalla presenza sempre più numerosa di grandi anziani. Riferisce che il comune versa ingenti somme alle case protette a copertura di rette di anziani non autosufficienti privi dei mezzi necessari spendendo così l’80% delle risorse del fondo per la non autosufficienza. L’assessore in conclusione dice chiaramente che la via che si promuove, anche in armonia con le indicazioni della Regione, è quella della domiciliarità, vale a dire del mantenimento dell'anziano non autosufficiente in famiglia. Tra le pareti domestiche e nell'affetto dei propri cari. A supporto dei casi più difficili c’è l’aiuto dell’assegno di cura di cui godono già diverse famiglie.
La terza riguarda i lavori della Conferenza Sanitaria che ha esaminato l’atto di programmazione dell’ASL sul territorio provinciale. Si rileva che “in Sanità non basta elencare i bisogni, servono soldi”; tutti i Sindaci mettono il dito nella piaga. Non è sufficiente redigere un piano dei bisogni del territorio, questo atto di programmazione deve essere corredato da un piano di sostenibilità economica senza nasconderci che saranno messe a disposizione ancora meno risorse di quanto si ipotizzava qualche tempo fa. I sindaci affermano con chiarezza che è eneludibile un momento di confronto tra obiettivi e risorse. Riconoscendo che il documento triennale ha buoni contenuti - è capillare, preciso, stilato da persone che conoscono il territorio - però, come tutti i documenti programmatici, deve essere accompagnato da un piano di sostenibilità economica che tenga conto delle risorse disponibili a tutti i livelli: Stato, Regione, Provincia, distretti, Comuni. “Non si deve negare, in sostanza, che stiamo attraversando un momento difficile, e che le disponibilità degli enti locali sono sempre più limitate”.
La riflessione.
Le notizie riportate non sono così particolari e riferibili a un solo specifico territorio, ma sono proprie dell’intera nazione. Esse sono ascrivibili a uno stato di crisi diffuso un po’ dappertutto in Italia, dove le risorse sono finite, a tutti i livelli, ma nessuno lo vuole ammettere. Di fronte ai dati che mostrano una crisi iniquivocabile del sistema di welfare si registrano reazioni spesso scomposte della politica: tutti vedono il problema, ma non sentendosene individualmente responsabili, si affrettano a trovare scorciatoie verbali anziché soluzioni, affermando che i servizi devono essere garantiti e possibilmente incrementati, chiedendo soldi allo stato, alle regioni..ecc..
Ma questo metodo non regge più, non si dovrebbe più ammettere che i politici spostino le responsabilità a dritta e a manca pur di salvare la faccia. Adesso si dichiara che gli obiettivi non si possono definire tali se non sono sostenibili sul piano economico e si afferma anche che il domiciliare è il luogo dove si rispettano gli anziani perché stanno a casa. Certo, le due affermazioni sono vere, ma, la prima è una scoperta un po’ tardiva e la seconda è sottilmente ingannevole perché se è vero che a casa gli anziani stanno psicologicamente bene è anche vero che in alcuni casi sarebbe tecnicamente preferibile la soluzione residenziale e inoltre è pur sempre vero che la badante e tutto il resto lo paga l’anziano e la famiglia! Ci vorebbe una comunicazione capace di dare maggior fiducia: non è colpa dei cittadini se il rapporto tra gli anziani e il resto della popolazione è sempre meno favorevole, ma il singolo cittadino ha bisogno di risposte e la politica le deve dare.
Il Ministro Sacconi ha pubblicato il “Libro Verde”dove dice le stesse cose, ma siccome non ha altri organismi al di sopra non può dire che le risorse gli devono essere date e così propone “La vita buona nella società attiva”. Ha confezionato un’idea nuova: se volete satar bene… lavorate! Lavorate e abbiate fiducia in voi stessi.
Questa è la parte più onesta dei vari messaggi che ci giungono in questo periodo. Ci pone però di fronte a uno sfrozo di interpretazione e di pianificazione per un corretto adeguamento delle scelte future ai bisogni reali nella speranza di evitare lo sviluppo di un welfare “fai da te”. In ogni modo però i giovani dovranno lavorare, pagare l’assicurazione, pagare la badante (se ce ne saranno ancora in futuro), pagare alcune cure, pagare, pagare..
Siamo arrivati alla fine e il ministro lo ammette, ma non dobbiamo essere disfattisti e dal “libro verde” dobbiamo trarre un incoraggiamento. Se il messaggio è questo dobbiamo reagire, prendendo spunto, magari, dagli insegnamenti dei migliori maestri dell’organizzazione che pongono la soddisfazione dell’operatore in un posto privilegiato nella gerarchia degli strumenti per uscire dalle situazioni di crisi.
L’operatore soddisfatto, a tutti i livelli, rappresenta una chiave strategica ed è frutto di un’azione di coinvolgimento e di comunicazione corretta. Oggi non si può parlare di premi incentivanti la produttività, ad esempio, perché il basso livello salariale li farebbe percepire come la riproposizione di un’illusione effimera che ha caratterizzato una lunga stagione nel Pubblico. Una stagione che ha visto, in sostanza la distribuzione a pioggia degli incentivi perché in realtà sono stati spesso vissuti come un’integrazione salariale per adeguare la retribuzione ai costi della vita. Allora bisogna sbarazzarsi di questo scoglio ingombrante e fissare nuove regole contrattuali, che prevedano una retribuzione “giusta “ dimenticando la “produttività” che di fatto non ha mai incentivato nessuno.
Altro punto critico per il quale urge una modificazione è l’atteggiamento dei rappresentanti sindacali che pregiudizialmente non ascoltano quando si parla di difficoltà economiche e magari rispondono chiedendo soldi. L’assenza di risorse o viene ignorata o viene reinterpretata come una ipotetica sventura evitabile solo migliorando le condizioni dei lavoratori. Il che è anche vero, ma non così semplicisticamente con richieste economiche che troppo spesso i politici almeno in passato hanno accolto per non perdere credibilità personale.
La leva economica deve essere usata, ma per rendere gli stipendi conformi al costo della vita in un tempo di crisi finanziaria di cui stiamo subendo una vera e propria “invasione mediatica”. Tutte le testate giornalistiche, televisive e della carta stampata, ci rallegrano ogni giorno con notizie sulla gravità della situazione della finanza internazionale. E si parla dei mutui americani e della crisi nella borse asiatiche, della mancata crescita del PIL e altre notizie amene di questo genere. Pochi sembrano ricordare che anche prima di questi ultimi venti di crisi già si parlava della difficoltà a sbarcare il lunario per le famiglie dei lavoratori. Allora, catastrofismi a parte, c’è da por mano ad un riequilibrio delle retribuzioni semplicemente per evitare che il divario tra le classi sociali raggiunga i limiti dell’iniquità.
Ma non è semplicemente di crisi finanziaria che si deve parlare. C’è la crisi dell’occupazione, la crisi della scuola, la crisi dell’etica e dei valori, la crisi della politica che le riassume un po’ tutte. Sembra che nessuno più abbia fiducia, ma non si può aspettare che altri ci tolgano le castagne dal fuoco: si deve capire meglio cosa significhi essere in crisi e dove ci può portare.
È interessante rifarsi all’etimologia della parola, dal greco – krisis - che significa separazione/scelta. Separarsi da qualche cosa di precedente e scegliere una nuova strada. In pratica il miglior modo di interpretare la parola sembra questo: la crisi è un momento di rottura, quindi rappresenta l’incrinatura o la completa distruzione di un equilibrio precedente seguita da un apprendimento prima di affrontare una nuova realtà. La crisi perciò apre la strada al cambiamento e alla trasformazione e prenderne atto è quindi l’azione primaria per procedere poi al superam
ento.
Le notizie
È capitato, un giorno, di leggere su un quotidiano locale tre notizie tre loro correlate che inducono a una riflessione di carattere generale.
La prima è un’intervista al Presidente di una Casa Protetta che denuncia un consistente aumento della lista d’attesa per accedere ai servizi della struttura. Questo Presidente, con forza e un ammirevole quoziente di passione, rende evidente la gravità della mancanza di risposta, sottolineando che gli anziani in attesa sono curati a domicilio da famigliari e badanti. “Non c’è niente di male in questo - egli dice – ma se hanno fatto domanda per avere un posto in casa protetta significa che la ritengono una soluzione migliore e sarebbero più soddisfatti se quel posto ce l’avessero”. Le case protette in quel territorio, a quanto risulta, non offrono posti in numero adeguato “costringendo” ad adottare la soluzione domiciliare che però non sempre è percorribile e spesso non è agevole né opportuna per l’anziano e per la famiglia.
La seconda notizia riguarda un intervento dell’assessore ai servizi sociali dello stesso comune il cui titolo già ne illustra la posizione: “La via da promuovere è la cura dentro la famiglia”. I dati riportati dall’assessore riguardano il trend demografico e la pressione sociale derivante dalla presenza sempre più numerosa di grandi anziani. Riferisce che il comune versa ingenti somme alle case protette a copertura di rette di anziani non autosufficienti privi dei mezzi necessari spendendo così l’80% delle risorse del fondo per la non autosufficienza. L’assessore in conclusione dice chiaramente che la via che si promuove, anche in armonia con le indicazioni della Regione, è quella della domiciliarità, vale a dire del mantenimento dell'anziano non autosufficiente in famiglia. Tra le pareti domestiche e nell'affetto dei propri cari. A supporto dei casi più difficili c’è l’aiuto dell’assegno di cura di cui godono già diverse famiglie.
La terza riguarda i lavori della Conferenza Sanitaria che ha esaminato l’atto di programmazione dell’ASL sul territorio provinciale. Si rileva che “in Sanità non basta elencare i bisogni, servono soldi”; tutti i Sindaci mettono il dito nella piaga. Non è sufficiente redigere un piano dei bisogni del territorio, questo atto di programmazione deve essere corredato da un piano di sostenibilità economica senza nasconderci che saranno messe a disposizione ancora meno risorse di quanto si ipotizzava qualche tempo fa. I sindaci affermano con chiarezza che è eneludibile un momento di confronto tra obiettivi e risorse. Riconoscendo che il documento triennale ha buoni contenuti - è capillare, preciso, stilato da persone che conoscono il territorio - però, come tutti i documenti programmatici, deve essere accompagnato da un piano di sostenibilità economica che tenga conto delle risorse disponibili a tutti i livelli: Stato, Regione, Provincia, distretti, Comuni. “Non si deve negare, in sostanza, che stiamo attraversando un momento difficile, e che le disponibilità degli enti locali sono sempre più limitate”.
La riflessione.
Le notizie riportate non sono così particolari e riferibili a un solo specifico territorio, ma sono proprie dell’intera nazione. Esse sono ascrivibili a uno stato di crisi diffuso un po’ dappertutto in Italia, dove le risorse sono finite, a tutti i livelli, ma nessuno lo vuole ammettere. Di fronte ai dati che mostrano una crisi iniquivocabile del sistema di welfare si registrano reazioni spesso scomposte della politica: tutti vedono il problema, ma non sentendosene individualmente responsabili, si affrettano a trovare scorciatoie verbali anziché soluzioni, affermando che i servizi devono essere garantiti e possibilmente incrementati, chiedendo soldi allo stato, alle regioni..ecc..
Ma questo metodo non regge più, non si dovrebbe più ammettere che i politici spostino le responsabilità a dritta e a manca pur di salvare la faccia. Adesso si dichiara che gli obiettivi non si possono definire tali se non sono sostenibili sul piano economico e si afferma anche che il domiciliare è il luogo dove si rispettano gli anziani perché stanno a casa. Certo, le due affermazioni sono vere, ma, la prima è una scoperta un po’ tardiva e la seconda è sottilmente ingannevole perché se è vero che a casa gli anziani stanno psicologicamente bene è anche vero che in alcuni casi sarebbe tecnicamente preferibile la soluzione residenziale e inoltre è pur sempre vero che la badante e tutto il resto lo paga l’anziano e la famiglia! Ci vorebbe una comunicazione capace di dare maggior fiducia: non è colpa dei cittadini se il rapporto tra gli anziani e il resto della popolazione è sempre meno favorevole, ma il singolo cittadino ha bisogno di risposte e la politica le deve dare.
Il Ministro Sacconi ha pubblicato il “Libro Verde”dove dice le stesse cose, ma siccome non ha altri organismi al di sopra non può dire che le risorse gli devono essere date e così propone “La vita buona nella società attiva”. Ha confezionato un’idea nuova: se volete satar bene… lavorate! Lavorate e abbiate fiducia in voi stessi.
Questa è la parte più onesta dei vari messaggi che ci giungono in questo periodo. Ci pone però di fronte a uno sfrozo di interpretazione e di pianificazione per un corretto adeguamento delle scelte future ai bisogni reali nella speranza di evitare lo sviluppo di un welfare “fai da te”. In ogni modo però i giovani dovranno lavorare, pagare l’assicurazione, pagare la badante (se ce ne saranno ancora in futuro), pagare alcune cure, pagare, pagare..
Siamo arrivati alla fine e il ministro lo ammette, ma non dobbiamo essere disfattisti e dal “libro verde” dobbiamo trarre un incoraggiamento. Se il messaggio è questo dobbiamo reagire, prendendo spunto, magari, dagli insegnamenti dei migliori maestri dell’organizzazione che pongono la soddisfazione dell’operatore in un posto privilegiato nella gerarchia degli strumenti per uscire dalle situazioni di crisi.
L’operatore soddisfatto, a tutti i livelli, rappresenta una chiave strategica ed è frutto di un’azione di coinvolgimento e di comunicazione corretta. Oggi non si può parlare di premi incentivanti la produttività, ad esempio, perché il basso livello salariale li farebbe percepire come la riproposizione di un’illusione effimera che ha caratterizzato una lunga stagione nel Pubblico. Una stagione che ha visto, in sostanza la distribuzione a pioggia degli incentivi perché in realtà sono stati spesso vissuti come un’integrazione salariale per adeguare la retribuzione ai costi della vita. Allora bisogna sbarazzarsi di questo scoglio ingombrante e fissare nuove regole contrattuali, che prevedano una retribuzione “giusta “ dimenticando la “produttività” che di fatto non ha mai incentivato nessuno.
Altro punto critico per il quale urge una modificazione è l’atteggiamento dei rappresentanti sindacali che pregiudizialmente non ascoltano quando si parla di difficoltà economiche e magari rispondono chiedendo soldi. L’assenza di risorse o viene ignorata o viene reinterpretata come una ipotetica sventura evitabile solo migliorando le condizioni dei lavoratori. Il che è anche vero, ma non così semplicisticamente con richieste economiche che troppo spesso i politici almeno in passato hanno accolto per non perdere credibilità personale.
La leva economica deve essere usata, ma per rendere gli stipendi conformi al costo della vita in un tempo di crisi finanziaria di cui stiamo subendo una vera e propria “invasione mediatica”. Tutte le testate giornalistiche, televisive e della carta stampata, ci rallegrano ogni giorno con notizie sulla gravità della situazione della finanza internazionale. E si parla dei mutui americani e della crisi nella borse asiatiche, della mancata crescita del PIL e altre notizie amene di questo genere. Pochi sembrano ricordare che anche prima di questi ultimi venti di crisi già si parlava della difficoltà a sbarcare il lunario per le famiglie dei lavoratori. Allora, catastrofismi a parte, c’è da por mano ad un riequilibrio delle retribuzioni semplicemente per evitare che il divario tra le classi sociali raggiunga i limiti dell’iniquità.
Ma non è semplicemente di crisi finanziaria che si deve parlare. C’è la crisi dell’occupazione, la crisi della scuola, la crisi dell’etica e dei valori, la crisi della politica che le riassume un po’ tutte. Sembra che nessuno più abbia fiducia, ma non si può aspettare che altri ci tolgano le castagne dal fuoco: si deve capire meglio cosa significhi essere in crisi e dove ci può portare.
È interessante rifarsi all’etimologia della parola, dal greco – krisis - che significa separazione/scelta. Separarsi da qualche cosa di precedente e scegliere una nuova strada. In pratica il miglior modo di interpretare la parola sembra questo: la crisi è un momento di rottura, quindi rappresenta l’incrinatura o la completa distruzione di un equilibrio precedente seguita da un apprendimento prima di affrontare una nuova realtà. La crisi perciò apre la strada al cambiamento e alla trasformazione e prenderne atto è quindi l’azione primaria per procedere poi al superam
ento. Buono l’apporto di un’altra cultura lontana dalla nostra e molto diversa.
In cinese “crisi” si traduce così: 危機.
Una parola scritta con due simboli che insieme unificano due concetti uno positivo e uno negativo come nell’unica parola del greco. In greco un’unica parola che ha due significati: negativa la separazione, attiva e positiva la scelta; in cinese una parola composta da due simboli.
Precisamente 危 (wei) significa pericolo e 機 (Ji) invece opportunità. Se sei in crisi non disperare perché a fianco del pericolo che ti opprime c’è un’opportunità che ti salverà.
Una parola scritta con due simboli che insieme unificano due concetti uno positivo e uno negativo come nell’unica parola del greco. In greco un’unica parola che ha due significati: negativa la separazione, attiva e positiva la scelta; in cinese una parola composta da due simboli.
Precisamente 危 (wei) significa pericolo e 機 (Ji) invece opportunità. Se sei in crisi non disperare perché a fianco del pericolo che ti opprime c’è un’opportunità che ti salverà.
Ovviamente non è così semplice. La saggezza orientale è più complessa, infatti ci sono diverse interpretazioni. Dal sito Wikipedia si scopre che Ji ha molti significati tra cui anche opportunità, ma che nella parola che traduce “crisi” ha invece il significato di “Punto cruciale”. Ovviamente è un po’ diverso: non opportunità certa che si presenta automaticamente, ma “punto cruciale” quindi, come in greco, necessità di capire e di effettuare una scelta.
Se ne può ricavare una “lezione”: comunque la si interpreti la CRISI è un momento difficile, è un pericolo immediato per la separazione da uno stato di equilibrio che si è rotto e che impone un cambiamento. Quindi è un punto cruciale della nostra vita o della vita di un’organizzazione o di una nazione, ma se la scelta di cambiamento verrà fatta in modo opportuno può contenere un’opportunità per il futuro. Bisogna agire con lungimiranza e non tendere al soddisfacimento dei desideri più immediati o di quelli più alla portata o che ci hanno indotto a ritenere che siano importanti.
Siamo in piena crisi del sistema e nel “libro verde” pubblicato dal Ministro del welfare Sacconi si invita ad aver fiducia e porre tutte le proprie forze sul lavoro. Questo è sacrosanto, ma l’energia deve essere spesa efficacemente. È necessario lavorare per soddisfare i bisogni e aumentare la propria gratificazione in primo luogo migliorando la qualità del lavoro.
Bisogna in realtà porre l’accento su quei fattori immateriali che concorrono a costituire il benessere e contribuiscono alla costruzione del capitale sociale. Questo però per le tante lavoratrici del settore sociosanitaria può non essere facile da conquistare autonomamente in assenza di un intervento istituzionale. Si auspica un rinnovamento radicale delle competenze. I soggetti pubblici da soggetti orientati all’erogazione delle prestazioni devono diventare soggetti capaci di analisi e promotori di cambiamento sociale, promotori di reti e valorizzatori di risorse locali economiche e professionali. Per fare questo deve svilupparsi una nuova consapevolezza e deve essere progettata una formazione a largo raggio che incida sul livello culturale diffuso.
La formazione degli operatori e dei professionisti, di tutti coloro che operano nell’ambito del welfare dovrà avere una nuova forza strategica: saper cogliere e sviluppare il senso di appartenenza dei cittadini alla propria comunità locale ed aumentare la forza attraverso il tessuto delle relazioni valorizzando il tema della responsabilità personale nella comunità. Si deve riconoscere la centralità degli enti locali nell’accompagnare i cittadini attraverso il grande cambiamento aiutandoli a riconoscere e affrontare i fattori di vulnerabilità “facendo comunità” e mettendo gli individui nelle condizioni di esercitare libere scelte.
E poi dare soddisfazione e soldi ai lavoratori! Chi lavora bene se non è soddisfatto? Ci vuole più attenzione verso gli operatori di base, verso gli impiegati, le assitenti sociali, le infermiere, i medici, i direttori… tutti! Tutti devono essere soddisafatti del loro lavoro e della looro retribuzione. Prima di tutto però deve essere soddisfacente il lavoro in sé stesso valorizzando i meriti di chi offre responsanbilmente i priopri servizi alla comunità: si deve ascoltare, sintetizzare e dare il giusto.
Una via, se le risorse economiche sono diminuite, è dare retribuzioni giuste e premiare la disponibilità e la flessibilità completando con una diversa impostazione normativa sulla qualità, meno incentrata su standard riferiti a caratteristiche materiali. Meglio accontentarsi di un livello numerico inferiore, accompagnato da una miglior retribuzione individuale e premiare la disponibilità sostenuta da un grande e innovativo investimento formativo.
Meglio rivolgersi ai giovani, cercare risorse nuove! Perché non fare,per esempio, un intervento nelle scuole per dire quanto sia rischioso inseguire una laurea triennale in qualche nuova scienza inconsistente che alla fine creerà dei baristi impreparati o delle commesse inappagate? Meglio un corso da oss e lavorare subito sapendo che questo è un lavoro importante per la nostra comunità; non da importare o almeno non da importare interamente!
Se ne può ricavare una “lezione”: comunque la si interpreti la CRISI è un momento difficile, è un pericolo immediato per la separazione da uno stato di equilibrio che si è rotto e che impone un cambiamento. Quindi è un punto cruciale della nostra vita o della vita di un’organizzazione o di una nazione, ma se la scelta di cambiamento verrà fatta in modo opportuno può contenere un’opportunità per il futuro. Bisogna agire con lungimiranza e non tendere al soddisfacimento dei desideri più immediati o di quelli più alla portata o che ci hanno indotto a ritenere che siano importanti.
Siamo in piena crisi del sistema e nel “libro verde” pubblicato dal Ministro del welfare Sacconi si invita ad aver fiducia e porre tutte le proprie forze sul lavoro. Questo è sacrosanto, ma l’energia deve essere spesa efficacemente. È necessario lavorare per soddisfare i bisogni e aumentare la propria gratificazione in primo luogo migliorando la qualità del lavoro.
Bisogna in realtà porre l’accento su quei fattori immateriali che concorrono a costituire il benessere e contribuiscono alla costruzione del capitale sociale. Questo però per le tante lavoratrici del settore sociosanitaria può non essere facile da conquistare autonomamente in assenza di un intervento istituzionale. Si auspica un rinnovamento radicale delle competenze. I soggetti pubblici da soggetti orientati all’erogazione delle prestazioni devono diventare soggetti capaci di analisi e promotori di cambiamento sociale, promotori di reti e valorizzatori di risorse locali economiche e professionali. Per fare questo deve svilupparsi una nuova consapevolezza e deve essere progettata una formazione a largo raggio che incida sul livello culturale diffuso.
La formazione degli operatori e dei professionisti, di tutti coloro che operano nell’ambito del welfare dovrà avere una nuova forza strategica: saper cogliere e sviluppare il senso di appartenenza dei cittadini alla propria comunità locale ed aumentare la forza attraverso il tessuto delle relazioni valorizzando il tema della responsabilità personale nella comunità. Si deve riconoscere la centralità degli enti locali nell’accompagnare i cittadini attraverso il grande cambiamento aiutandoli a riconoscere e affrontare i fattori di vulnerabilità “facendo comunità” e mettendo gli individui nelle condizioni di esercitare libere scelte.
E poi dare soddisfazione e soldi ai lavoratori! Chi lavora bene se non è soddisfatto? Ci vuole più attenzione verso gli operatori di base, verso gli impiegati, le assitenti sociali, le infermiere, i medici, i direttori… tutti! Tutti devono essere soddisafatti del loro lavoro e della looro retribuzione. Prima di tutto però deve essere soddisfacente il lavoro in sé stesso valorizzando i meriti di chi offre responsanbilmente i priopri servizi alla comunità: si deve ascoltare, sintetizzare e dare il giusto.
Una via, se le risorse economiche sono diminuite, è dare retribuzioni giuste e premiare la disponibilità e la flessibilità completando con una diversa impostazione normativa sulla qualità, meno incentrata su standard riferiti a caratteristiche materiali. Meglio accontentarsi di un livello numerico inferiore, accompagnato da una miglior retribuzione individuale e premiare la disponibilità sostenuta da un grande e innovativo investimento formativo.
Meglio rivolgersi ai giovani, cercare risorse nuove! Perché non fare,per esempio, un intervento nelle scuole per dire quanto sia rischioso inseguire una laurea triennale in qualche nuova scienza inconsistente che alla fine creerà dei baristi impreparati o delle commesse inappagate? Meglio un corso da oss e lavorare subito sapendo che questo è un lavoro importante per la nostra comunità; non da importare o almeno non da importare interamente!

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